La treccia

Ho dodici anni e mi sto godendo l’estate tra la seconda e la terza media.
È un pomeriggio molto caldo, me ne sto chiusa in camera e cerco di distrarmi immaginando cosa si stiano raccontando le cicale col loro frinire incessante. Vuoi dirmi una volta per tutte che cos’hai? Dillo che non mi sopporti più. Dillo che la nostra vita ti va stretta. Vuoi andartene? Vattene.
No, non sono questi i dialoghi che immagino. Queste sono le parole che mio padre scaglia rabbiosamente contro mia madre. Negli ultimi mesi è capitato sempre più spesso che dovessi chiudermi in camera per non assistere a queste scene.
Passi pesanti, porte che sbattono, stoviglie rovesciate nel lavello della cucina al piano di sotto riescono a passare senza troppa fatica attraverso le pareti sottili, progettate per dividere grossolanamente gli spazi e che ora, invece, si trovano impreparate, incapaci di svolgere il loro nuovo compito: tenere lontane le parole cattive. L’eco che lasciano non si esaurisce mai. Rimbalza da una parete all’altra, alla ricerca di una via d’uscita che non c’è.

Qui invece si sente forte il silenzio.
Sono seduta su una sedia mentre mia madre mi fa una treccia. Lei non dice nulla. Io nemmeno. Cerco solo di tenere la testa dritta e ferma. Siamo nella stanza ricavata da quello che una volta era il garage e, per quanto mio padre abbia provato a rinnovarla per renderla più accogliente, il pavimento non mente. Non è certo la mia stanza preferita, ma mia madre vuole che ci mettiamo proprio lì, un po’ defilate rispetto agli altri ambienti della casa.
Le sue dita che sfiorano i miei capelli mi riportano a tutte le volte in cui, da bambina, ho vissuto la stessa scena: quando, prima di uscire per andare all’asilo, restavo in posa mentre mi raccoglieva i capelli in due piccoli codini; giocherellavo con gli elastici che tenevo in mano, in attesa che mi dicesse di passarglieli. Il tutto si concludeva con un veloce bacio sulla testa. Per quanto fosse rapido, riuscivo a sentire il calore delle sue labbra e percepivo quel sorriso appena accennato, sempre stampato sul suo viso. La scena di adesso sembra uguale, eppure la sento profondamente diversa. Dalle mie dita sono spariti gli elastici con le ciliegie – i miei preferiti – e insieme a loro è sparito anche il sorriso dal volto di mia madre.
Dallo stereo la voce di Marco Masini soffia sulle note di Ci vorrebbe il mare; la melodia riesce in qualche modo a mascherare il silenzio, ma nulla può contro i pensieri pesanti di mia madre. La sento assente, lontana. Ho la sensazione che qualcosa di brutto stia per accadere. Non vedo l’ora che questa canzone finisca. Nonostante l’atmosfera densa, sono comunque contenta perché, dopo tanto tempo, io e lei stiamo condividendo un momento solo nostro. Come una volta. La treccia che prende forma mi rassicura e mi dice che, in fondo, nulla è davvero cambiato.
E poi oggi mi sento stranamente ottimista. Sono entusiasta perché stasera andrò alla sagra del paese con un gruppetto di coetanei e voglio essere carina. Proprio io, che vengo presa in giro per il mio aspetto fisico – il mio soprannome è “mostra” –, per una volta voglio cogliere sguardi di approvazione. E così affido tutto a questa treccia.
Finisco di prepararmi continuando a rigirarmi davanti allo specchio. Sono soddisfatta! Non smetto di sorridere. Indosso la mia salopette preferita, quella fucsia, con sotto una semplice maglietta bianca. Amo l’abbinamento di questi due colori perché mi ricorda il sapore delle mie chewing gum preferite, le Big Babol panna e fragola.

Esco di casa quasi saltellando. Non è ancora completamente buio. Stasera il sole fatica a mollare la presa sulla linea dell’orizzonte, ma io accelero il passo e lo lascio indietro. Non vedo l’ora di raggiungere i miei amici. Immagino già i loro sguardi, piacevolmente sorpresi e increduli.
Man mano che mi avvicino, però, perdo un po’ della sicurezza con cui sono partita da casa e, mentre il passo rallenta, il cuore accelera. Nella mia testa era tutto perfetto, ma ora tentenno. Non sono abituata a stare al centro dell’attenzione né a gestire i complimenti. Comincio a sentirmi a disagio, fuori posto.
«Erica, siamo qui!» La voce di Cristina mette fine ai miei indugi. L’imbarazzo mi fa sorridere, ma cerco di farlo tenendo le labbra socchiuse per nascondere i denti storti. Il sole è sceso completamente: il buio della sera è ravvivato dalle luci colorate delle giostre; la nebbia artificiale mi avvolge e mi custodisce ancora per qualche passo.
Quando la vicinanza ridefinisce i contorni, vedo i miei amici ridere e sgomitarsi l’un l’altro; dalle loro bocche le parole prendono una forma inattesa: «Ma come ti sei pettinata stasera?», «Non stai bene con i capelli tutti raccolti!», “Beh, cosa vi aspettate da una mostra?» E giù di risate.
SBAM. Con un tempismo perfetto, qualcuno colpisce il tirapugni lì di fianco. Tutto prende a girare nella mia testa, proprio come avviene su quel display luminoso che misura la forza del colpo appena ricevuto. Luci e suoni si mescolano. In sottofondo, le frasi di scherno si moltiplicano velocemente. Lo sguardo precipita a terra, su uno dei tanti cavi elettrici che serpeggiano tra le giostre.
Cristina prende le mie difese, ma non colgo le sue parole. Vorrei solo sparire. Mi sento stupida per aver pensato che bastasse una treccia a cancellare un mostro. Stupida. Stupida. Stupida.
La gola stretta. Il respiro non passa. Le labbra prendono un tremolio che non riesco a controllare. Sento le lacrime montare veloci, farsi sempre più gonfie. Cerco di trattenerle. Mordo l’interno del labbro nel tentativo di portare lì la mia attenzione. Funziona. Mi infilo in quell’attimo di sospensione e spingo un sorriso a farsi spazio tra le guance mentre mi sento dire: «Non mi interessa, tanto io non voglio piacere a nessuno».
Istintivamente porto la treccia davanti alla spalla. Tormento quel piccolo ciuffo di capelli che sfugge alla trama ordinata dell’intreccio. Sono sul punto di disfarla. Non voglio ricevere altri commenti simili e nella mia testa è già pronta la scusa perfetta: “L’ho fatta troppo stretta, mi dà fastidio”; ma la mano si blocca quando le dita riconoscono l’elastico. Non è più quello con le ciliegie rosse e rotonde di quando ero bambina, ma nella mia mente non fa differenza. Rivivo quella scena che per tanto tempo è stata così abituale, quando mia madre sorrideva ancora. Lei mi ha fatto questa treccia. Oggi le sue dita hanno ritrovato quel ritmo che pensavo perduto.
Non so cosa le stia succedendo, ma nei suoi silenzi mi sembra di sentirla scivolare via. No, non la sciolgo. La treccia rimane.
Respiro di nuovo, piano. Il petto si alleggerisce. Il mento si solleva, lo sguardo lo supera e in un attimo è già oltre: oltre le teste, oltre le risate, oltre la ruota panoramica. C’è un bellissimo cielo stellato, stasera. Un sorriso si apre sul mio volto. Non lo trattengo. Non mi importa più dei denti storti. Mi sento bella comunque, di una bellezza che non tutti gli sguardi sono in grado di cogliere. Ma stasera basta il mio.

Commenti

2 risposte a “La treccia”

  1. angelo d’andrea

    Beh anche se io non mi sono mai fatto (o fatto fare) una treccia, 🙂 questo racconto mi colpisce perché ben rappresenta quel senso di inadeguatezza che è così comune e diffuso. Una “treccia” può non piacere agli altri, ma chi la porta sa cosa essa significa e quale sia il suo valore segreto, chi ha quella treccia sa quali mani l’hanno fatta, e a chi appartengono quelle mani, e che cosa quelle mani hanno intrecciato, amore filiale, dolore coniugale… Vallo a far capire agli altri….

  2. Ciao, ribadisco anche qua quanto scritto su Instagram. Un po’ tutte siamo state, o ci siamo semplicemente sentite, dei brutti anatroccoli a quell’età e con il tuo racconto ci hai fatto rivivere quel periodo triste ma anche colmo di divenire. Ognuno/a di noi ha avuto il proprio amuleto, che ci ha permesso di guardare oltre.
    Grazie di averci fatto provare emozioni così vive e sincere.
    Brava 🙂

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