Il pensiero torna sempre là, al primo racconto, scritto su per giù a metà degli anni Ottanta. Avevo appena compiuto vent’anni ed ero iscritta alla facoltà di Magistero, corso di laurea in Pedagogia. Quando mi immatricolai non sapevo ancora che, qualche anno dopo, quell’indirizzo di studi non sarebbe più esistito. Ma soprattutto non sapevo che cosa avrei fatto della mia vita. Oggi vorrei parlare della mia prima prova letteraria, della prima traccia scritta che ho lasciato con la ferma intenzione di voler raccontare una storia. Per farlo devo partire da lontano.
Mi ero messa comoda, sprofondando nella poltrona tappezzata di un turchese intenso, al centro dello studio della dottoressa Ida. Di fronte a me, la mia terapeuta mi invitava con un cenno a cominciare.
Studiare, leggere, sentire una curiosità inesauribile per le cose del mondo: questa era la cifra del mio essere.
Ero una studentessa modello. Mi impegnavo molto e preparavo gli esami in maniera quasi maniacale. I libri proposti dai professori non bastavano mai a esaurire la mia sete di sapere.
Durante la preparazione dell’esame di storia contemporanea decisi di approfondire la Prima guerra mondiale. Andai in biblioteca un sabato mattina, all’apertura. Ogni volta che varcavo le soglie di quel luogo non potevo fare a meno di ammirarlo. Era ospitato in un antico palazzo, con una splendida facciata barocca affacciata su un prato all’inglese. Una meraviglia. Durante l’estate molte persone avevano preso l’abitudine di accoccolarsi su quel manto erboso.
Quel luogo così imponente mi trasmetteva un senso di pienezza, insieme alla certezza di trovarmi in uno spazio che diffondeva cultura già solo per il fatto di esistere.
Al bancone trovai la bibliotecaria, una signora minuta sulla sessantina, a me nota per la sua competenza e per la sua vastissima cultura.
Appena mi vide mi chiese: «Questa volta che argomento vorresti approfondire?»
Credo che ormai avesse imparato a conoscermi. Le chiesi consigli di lettura sulla Prima guerra mondiale e lei non ebbe dubbi.
«Aspetta.»
Si mosse con sicurezza lungo gli scaffali disposti a spina di pesce nella grande sala di lettura. Alle pareti c’erano dipinti, per lo più ritratti di personaggi e cittadini illustri. Ricomparve poco dopo con un’espressione soddisfatta sul volto, tenendo fra le mani Niente di nuovo sul fronte occidentale.
Secondo lei era la scelta giusta: non raccontava solo i fatti storici e la crudezza della vita in trincea, ma anche il punto di vista di una generazione costretta ad abbracciare le armi, vedendo tradite speranze e ideali.
Strinsi il libro tra le mani e corsi fuori, in giardino. Era una splendida giornata e non volevo perdere tempo. Mi sedetti su una panchina; ricordo che di fronte a me c’era un complesso scultoreo raffigurante scene di caccia. Il profumo della primavera era già nell’aria.
La lettura mi travolse. Pagina dopo pagina, il senso di precarietà del protagonista diventava il mio. L’inquietudine per il suo futuro era la mia inquietudine.
Quando giunsi alla fine del romanzo, lessi e rilessi più volte queste parole, che annotai in un diario di quegli anni: “La vita che mi ha fatto attraversare questi anni, è ancora nelle mie mani e nei miei occhi. Se io abbia saputo dominarla, non so. Ma fin che dura, si cercherà la sua strada, vi consenta o non vi consenta quell’essere che nel mio interno dice ‘io’”. [1]
Non fui più la stessa persona. Quel libro provocò in me un subbuglio interiore e mise in moto emozioni contrastanti, che sfociarono nel desiderio di scrivere un racconto. A partire proprio da quelle stesse suggestioni. Da emozioni forti, intense, non certo positive.
«Che ne è stato di quel racconto?» mi chiese la terapeuta. Poi aggiunse: «Perché pensa che torni sempre lì?»
Mi ripresi all’improvviso. Nella foga dell’eloquio avevo scordato dove mi trovassi: nell’unico luogo in cui mi sentivo capita, ascoltata e vista per ciò che ero, semplicemente una persona. Il mio tono di voce mutò, si fece più calmo.
Quel racconto lo avevo scritto di getto, con una vecchia Olivetti. Purtroppo, a causa dei numerosi traslochi, non lo possiedo più, e vorrei tanto ritrovarlo. Mi chiede perché continuo a ripensarci. Forse la risposta più vera è racchiusa proprio nelle righe che ho citato poco fa: vorrei confrontarmi con le mie parole di allora e metterle accanto alle emozioni che provo oggi. Ho anche provato a rileggere il libro in una recente edizione, ma naturalmente non è stato come leggerlo la prima volta.
Di una cosa sono certa: senza quel racconto non ci sarebbe stata la mia carriera di scrittrice. Mi permise di guardarmi dentro e di scoprire che scrivere poteva diventare, in quegli anni difficili, l’unico modo per sopravvivere.
In quel periodo mi mantenevo agli studi lavorando nei centri estivi organizzati dai comuni. Seguivo gruppi di bambini delle scuole elementari, come si chiamavano allora. Li ritrovavo ogni estate, da metà giugno a fine luglio, e li vedevo crescere anno dopo anno, fino alle soglie dell’adolescenza.
Ricordo che l’ultimo anno con loro misi in scena uno spettacolo teatrale. Si intitolava, più o meno, Bianca sfitti e i sette paninari. Erano gli anni della Milano da bere e anch’io, nel mio piccolo, avevo provato a riscrivere una fiaba trasformando Biancaneve. La mia prima sceneggiatura, o forse l’ultima.
Scrivere, in quegli anni, mi dava conforto e una forza inattesa. Ma le vibrazioni suscitate dal primo racconto, lo stupore e la meraviglia di trovarmi tra le mani quel componimento, così acerbo ma vero, erano impagabili.
Mi chiedevo: davvero era uscito dalla mia mente? Come poteva un libro fare da specchio alle mie sofferenze più profonde, quelle che non avevo il coraggio di rivelare a nessuno?
Ricordo che lo feci leggere soltanto al fratello seminarista della mia migliore amica, nonché compagno di università, perché avevamo alcuni esami in comune.
Mi disse che era scritto molto bene e che vi si intuiva un lavorio interiore prorompente, che chiedeva di essere ascoltato, o almeno accolto. La trama era semplice: ruotava intorno alla vita di una persona costretta a fuggire di paese in paese, senza un motivo apparente. In realtà parlavo di me, ma non lo sapevo ancora.
Riuscii a capirlo molti anni dopo, quando seppi finalmente dare un nome a quell’ intricata matassa emotiva e confrontarmi con i miei fantasmi. È stato il lavoro di una vita, uno scavo interiore che ha proceduto sempre di pari passo con gioie e dolori, slanci in avanti e cadute all’indietro.
Dottoressa Ida, se non fosse stato per lei, non sarei mai riuscita a sopravvivere. Né a prendere le distanze dagli echi dell’infanzia. Sono trascorsi quasi trent’anni da quando venni qui per la prima volta. Lei mi chiarì subito che era specializzata in terapie brevi, non in percorsi a lungo termine. Arrivai all’indomani della nascita del mio primo figlio. Sentivo riaffacciarsi la stessa inquietudine provata dopo aver letto quel libro e la conseguente stesura del racconto. Avevo bisogno di un confronto.
«Tutto questo, secondo lei, che attinenza ha con il racconto di Remarque?»
Ce l’ha eccome. E proprio adesso capisco che posso anche fare a meno di avere tra le mani quella vecchia storia. L’ho scritta nel passato, e io non sono più quella persona. Ho attraversato mari e monti, ho scoperto mondi, cambiato mille lavori, e quel senso di precarietà non esiste più con la stessa intensità. Quel racconto è la chiara testimonianza del punto da cui sono partita. Ho sempre dato valore alla memoria, alle tracce, come a un modo per distanziarmi dalle fatiche e non lasciarmi sopraffare dai tormenti di quegli anni. Quel racconto di formazione è stato il primo tentativo, e come tale va ricordato.
«Desisterà dal cercarlo?»
No. Farò altri tentativi. Spulcerò i vecchi scatoloni, cercherò a casa dei miei. Anche se, conoscendo mia madre, temo che abbia buttato via tutto ciò che mi riguarda.
«E se non lo trovasse? Ha pensato a questa possibilità?»
Certamente. Lo vivrei come una perdita, quasi come si perde una persona cara. Ma, allo stesso tempo, so bene che nella vita non si può tenere tutto sotto controllo. Rimane un ricordo. Una memoria che unisce passato, presente e futuro. Mi ricorda che sono sempre, e comunque, un essere errante che cerca di tornare a casa. Quindi, in fondo, niente di nuovo.
[1] Erich Maria Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Neri Pozza editore, Vicenza 2016, p. 207.


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