L’albero di Natale era come lo ricordava. Le luci mantenevano un ritmo stabile. Non tremavano. Salendo le scale guardava le fronde di plastica che, a intermittenza, si coloravano di rosso e di blu.
Nessun regalo sotto. Nessuno rallentava per guardarlo.
«Le visite in casa protetta sono dalle quattordici alle diciotto», aveva detto la direttrice al telefono.
In casa.
A ogni gradino la cicatrice del parto tirava ancora.
Dall’alto arrivavano suoni: il volume troppo alto di una televisione, qualcuno che chiamava sempre lo stesso nome, cigolii di carrelli. Arrivò nel grande androne. Sedie di formica adunate lungo la parete, tutte vuote anche quella volta.
Il distributore d’acqua gorgogliava; accanto, la macchinetta del caffè. Un cartello giallo attaccato con lo scotch: solo personale.
Sua madre amava il caffè. Gliene versava un filo nel latte. Lei lo beveva e, assonnata, guardava i disegni sulla scatola dei cereali.
Un arcobaleno tra colline verdi, l’insegna grande attaccata al muro. Residenza Stella del Mattino.
Una donna in divisa tagliò la stanza spingendo il carrello della biancheria. Un bagliore freddo sul metallo. Lenzuola, asciugamani, vestiti ammassati. Colori mescolati, tessuti diversi. Riconobbe una camicia da notte di sua madre, di un celeste chiaro, con i fiori bianchi ricamati sul colletto. Sopra c’era un copriletto macchiato di giallo. L’inserviente non la guardò. Fu inghiottita in un locale scuro.
Lei restò al centro della stanza, nelle gambe ancora le scale.
La donna ricomparve dal corridoio, lo sguardo su una lista spiegazzata. La studiò da sopra gli occhiali. Poi le chiese: «Lei è per la Romani?»
Fece cenno di sì.
«Camera dodici. Ha finito adesso. Può andare.»
E sparì di nuovo.
Il corridoio era lungo. Porte presidiavano entrambi i lati. I numeri in ottone sopra ogni stipite.
Camera otto. Camera nove. I passi incerti, come se il pavimento fosse in pendenza.
Due operatrici parlavano tra loro. Una rideva. Quando la videro passare abbassarono la voce, non si spostarono, e lei dovette costeggiare il muro per superarle.
Camera dieci.
Da una stanza aperta sentì una voce: «Pina, su, dai non fare storie».
Camera undici.
Qualcuno uscì con un catino. L’acqua dentro era torbida.
Camera dodici. Bussò piano. La porta era socchiusa.
«Un attimo.»
Restò ferma. Dalla fessura vide il comodino accanto al letto.
Sembrava un altare. Un altare di plastica.
C’era la Madonna che schiacciava una serpe, Gesù col cuore in mano, San Michele con la spada e le ali spiegate. Pensò che poteva giocarseli lì, fra i degenti. Come a morra.
Spada, cuore, serpe.
Conosceva le serpi. Una volta da bambina nel giardino: la testa nera e gialla ferma in aria un attimo prima.
«Può entrare.»
Una sagoma verde, china sul letto, le chiudeva la vista. Sentì il fruscio di un tessuto, un sospiro.
«Tira su. Brava.»
Vide solo il braccio, bianco, issarsi come una pinna. Poi scomparve nel verde.
L’operatrice si spostò leggermente e lei riuscì a vedere il viso dell’anziana. Non era sua madre.
La stanza aveva due letti. Quello vicino alla finestra era occupato da una donna che stavano vestendo, la bocca aperta. L’altro era vuoto, appena cambiato.
«Lei è per la Romani?»
Annuì.
«Le stanno facendo il bagno. Può aspettare qui.» Indicò la sedia accanto all’altro letto.
Al telefono le avevano detto che Grazia stava bene, che mangiava, che il dottore le aveva dato un antibiotico per la cistite ma stava bene. Grazia.
Sua madre chiamata come fosse un’allieva in un collegio di suore.
C’era stata per davvero dalle suore, lei però aggiungeva sempre “inglesi”.
Ora la chiamavano così. Come tutte le altre. Grazia, Pina, la Romani.
Dal corridoio arrivarono voci.
«Dai tesoro, quasi arrivati.» La vide e si alzò. La trascinavano lungo il corridoio mezza nuda e scalza; uomini e donne la guardavano sfilare. Un passo incerto, gli occhi bassi, il telo di spugna che scivolava da una spalla. Non cercava nessuno con lo sguardo. Non cercava lei.
Sul comodino, il cuore di Gesù stava sotto la spada. Voleva coprirla. Si scostò di fretta per farle passare.
«Posso aiutare a vestirla?» chiese appena trovò dove stare.
«Lei è la figlia? No no, non si preoccupi, facciamo noi.»
Grazia era nata in casa, come chiunque a quei tempi. Un grande giardino con viali di bosso. In paese lo chiamavano palazzo: la residenza dei signori, in quella manciata di capanne.
Teneva il capo verso il basso. I capelli crespi e sottili, asciugati di fretta. La copriva solo un asciugamano, che non recava le sue cifre come quello in cui era stata avvolta appena nata.
La sistemarono sul letto. Bianco e rigido come carta. Sentiva freddo, lei?
Le porterò una trapunta delle sue, pensò.
In una delle prime notti da sola, dopo averla ricoverata, si era svegliata pensando che fosse ora di cambiarle il pannolone. Era rimasta immobile a fissare il buio. Le stelline di minestra incollate al tovagliolo. Poi aveva tastato la parte vuota del letto accanto a lei.
C’era una sedia fredda e dura, messa lì apposta. La trascinò accanto al letto e le prese la mano. Sua madre la ritirò piano, se la posò sul petto. Piegò leggermente il capo. Più nessun anello. Nemmeno quello con lo stemma. La pelle come di vetro.
In borsa aveva una foto, dentro un cartoncino bianco e rosa con una cicogna, e dei confetti. Pensò di tirarla fuori, di dirle che era nata. Che respirava. Che c’era. Ma gli occhi di sua madre guardavano il soffitto.
Le stesse mani. Tutte e tre. Lunghe e affusolate, mani da levatrice dicevano lì in campagna, mani da pianista replicava Grazia.
Il ballo delle debuttanti, i vestiti da sera.
Le davano del tu, ora, le mettevano il talco tra le cosce, le alzavano i seni come si aggiusta un lenzuolo. Lei che non si era mai spogliata davanti a sua figlia. Era un corpo caldo, che chiamavano per nome. Gli stessi fianchi, la stessa pelle sottile e chiara: sembrava fatta d’aria, come quella della sua bambina. Fuori la pioggia martellava sui tetti.
Ogni volta che la figlia glielo chiedeva, lei raccontava di una calda notte di luglio a Roma. Ne parlava come se fosse capitato a un’altra.
Le si erano rotte le acque mentre stava lavando i piatti.
Era sola. Aveva chiamato un taxi, ed era andata insieme alla portinaia del condominio che però si era addormentata sulle poltroncine dell’ospedale.
Era nata alle tre del mattino. La fronte livida e scura, come la peluria che le copriva la testa.
«È un po’ bruttina» aveva detto, appena l’aveva vista. Gliel’avevano messa tra le braccia e lei con la mano destra aveva fatto quello che a tutti gli effetti era un dito medio. L’infermiera aveva riso. E lei le aveva spiegato del tendine e del chirurgo che aveva sconsigliato l’anestesia per non danneggiare il feto.
In auto, sempre in ritardo. La sigaretta, il gomito sul bracciolo. Lei sul sedile accanto, le gambe corte che non arrivavano al tappetino. L’odore acre dal posacenere, il finestrino chiuso. La luce che cambiava sul suo profilo.
«Perché mi hai tenuta?»
Grazia non schiacciava le lumache, ma non per questo le amava.
«Le somiglia sa?» disse l’operatrice che stava vestendo l’altra degente.
La borsa scivolò dallo schienale della sedia. La riprese di scatto. Non sapeva cosa rispondere e sorrise.
Lo dicevano spesso. Che si somigliavano: lei e sua madre.
Da bambina aveva sperato in uno scambio nella culla, in quella Roma afosa di luglio, e che da qualche parte esistesse la sua vera famiglia.
La guardò distesa nel lettino di metallo. La pelle molle, le caviglie viola, le unghie gialle e ispessite, le ossa sporgenti.
Era stata bella, Grazia. Le fotografie, gli sguardi degli uomini, il modo in cui occupava una stanza. Le strinse le dita. Aspettò che la cercasse con lo sguardo. Che anche lei stringesse le sue. Che bastasse, per una volta, esserci.
Un anno prima l’orario di visita era finito e la donna in camice verde aspettava con la porta aperta. Niente discorsi, quel giorno. Aveva vinto la fatica del contatto prolungato, il calore delle mani che cominciavano a sudare, le lacrime che premevano dentro. Avrebbe voluto prenderla in braccio e portarla via, a casa, quella vera. Invece l’aveva salutata. Gli occhi di sua madre le chiedevano di non farlo.
Sulle scale aveva pianto. L’albero era acceso. Natale era vicino. Portava già sua figlia.
Il giorno dopo l’avevano chiamata: un peggioramento inatteso. Non riconosceva più nessuno.
La guardò ancora.
Lei, indifferente, si grattò il naso. Un gesto leggero, composto, quasi da palcoscenico.
Sentì il latte scendere. Tenne ancora per un istante la mano di Grazia e poi la lasciò scivolare via piano dalle sue dita. Fredde.
Le tornò il biacco: sua madre con la zappa, lei bambina scalza nell’erba alta e lui che riparava ai margini del loro giardino, monco di coda. Rimasero a guardarla muoversi: un guizzo cieco sotto al sole.
Si alzò, si chinò appena per darle una carezza sulla guancia. Sembrò non sentirla, continuò a guardare fuori. Tra i pali del ponteggio i lampioni iniziavano ad accendersi. Bagliori come stelle conficcate nel vetro.
Posò i confetti sul comodino. Solo quelli.
Nascose le mani in tasca e uscì.


Rispondi