La rivoluzione

Eccomi. Sono qui, seduto a guardare un cane che non è mio.
Questo cane, una specie di bracchetto dalle zampe corte, di cui non conosco neppure il nome, ha appena finito di mangiarsi la mia pelle.
Ora, credo che sarebbe gentile da parte vostra chiedermi chi io sia e come, a questo punto, sia finito in questa bizzarra situazione.
Ecco. Io allora vi risponderei: «Grazie».
Grazie per aver avuto la gentilezza di chiedermi chi io sia e come, a questo punto, sia finito in questa bizzarra situazione.
Dunque, apprezzando la domanda, tenterò, in base alle mie capacità, di rispondere al meglio che posso.
Una volta un uomo intelligente mi disse che, se devi raccontare una storia, per quanto strana o bislacca sia, e non sai da dove cominciare, l’inizio è sempre un buon punto da cui partire.
Credo sia quindi corretto iniziare così: il mio nome è M.
Sì, esatto, emme, come la tredicesima lettera dell’alfabeto, incluse le straniere. Dico incluse le straniere, ma non posso fare a meno di chiedermi perché, a ben vedere, non sia straniera anche l’H, oltre alle bistrattate W, Y, K, J e X. Cosa rende più o meno straniera una lettera piuttosto che un’altra?
Sto divagando.
Uno dei miei maggiori difetti è proprio questo divagare, probabilmente dovuto a un disturbo ereditario. Quel disturbo dell’attenzione che il mio papà, buon’anima, mi ha lasciato in dote insieme al mio nome.
Sto divagando ancora.
Beh, in realtà il disturbo dell’attenzione di mio padre è esattamente il motivo per cui mi ritrovo il nome che ho. Nel momento di registrarmi alla nascita, avendo scelto per me, certo insieme alla mamma, un grande nome importante, nel tentativo di fare lo spelling all’addetto dell’anagrafe, papà iniziò scandendo una maestosa EMME. Poi, piegando di lato la testa, cominciò a chiedersi dove conducesse quella bella porta in noce in fondo alla stanza. Così, senza dire una parola, si incamminò seguendo il filo intrecciato dei suoi pensieri, lasciando una sola grande lettera vergata in bella calligrafia sul mio certificato di nascita.
Probabilmente qualcuno di voi sarà già tornato alla prima riga di questa storia e si starà chiedendo per quale motivo io dovrei dare da mangiare la mia pelle a un cane che non conosco… e con le zampe davvero troppo corte.
Beh, è sicuramente una buona domanda, anche perché, come mi disse una volta un uomo intelligente, non esistono domande stupide, ma solo stupide persone che non fanno domande.
Dicevo, quindi: questa specifica bella domanda ha in realtà due risposte. La prima riguarda sicuramente il cane.
Mi viene in mente quella volta in cui ad un eminente scrittore africano, in visita in Europa, venne chiesto di descrivere una metropoli e lui, come prima cosa, disse di essersi veramente stupito nel vedere tante persone girare per le strade legate a un cane.
L’uomo non aveva mai visto un guinzaglio prima.
Ecco, per lo stesso principio di normalità, probabilmente, vedendo qualcuno dare da mangiare a un cane, pensereste che quello sia il suo padrone, ma in realtà non è sempre vero.
Nel mio caso specifico, appunto, non lo è affatto.
Se aveste avuto uno sguardo più distaccato, più libero, vedreste semplicemente un uomo che ha evidentemente iniziato la sua rivoluzione e che, per giunta, decide di nutrire un cane che non conosce.
La seconda risposta riguarda sicuramente la pelle.
Quando vi alzate la mattina, uscite e passeggiate con addosso la vostra bella pelle, coperta da strati di vestiti, quasi non fate neppure caso di averla. Quando invece, in spiaggia, in estate, passate ore a spalmarci sopra strati e strati di creme solari, allora, forse, ne avete più contezza.
Quando vi rendete conto di non essere riusciti a coprire con quei profumati e setosi balsami ogni centimetro quadrato di epidermide e tornate a casa con una rossa scottatura che vi impedisce il sonno, ecco, allora capite meglio l’estensione della vostra pelle, anche senza probabilmente averne un’idea precisa, semplicemente per non esservi mai posti questa domanda.
Beh, neppure io me l’ero mai posta.
Non avevo mai neanche fatto molto caso alla mia pelle.
Come tante cose presenti nella vita, avevo dato la mia pelle un po’ per scontata. Ho scoperto però, e condivido volentieri con voi la mia scoperta, che la nostra pelle ha una superficie di circa due metri quadri, con uno spessore di un paio di millimetri e con uno sbalorditivo peso di cinque chilogrammi.
Capirete dunque che un uomo che affronta una rivoluzione lo fa anche per alleggerirsi, quindi la cosa più logica da fare, trovandomi in questa situazione, è stata appunto lasciare la mia pelle.
Perdonerete certamente il mio romanticismo nel dirvi che, dopo aver vissuto nella mia pelle per quarantacinque anni, un pochino mi ero affezionato al mio costume adamitico e mi sono opposto con forza al primo impulso di gettarla via.
L’idea però di nutrire un cane affamato, seppur sconosciuto, mi è sembrata capace di raggiungere il duplice scopo di alleggerire me e appagare una creatura che, a questo punto, è stata la prima spettatrice della mia rivoluzione.
Un uomo intelligente una volta mi disse che, se fai qualcosa ma nessuno ti vede, quella cosa non è mai avvenuta. Allora la mia rivoluzione è avvenuta. L’ha vista un cane.
Un cane che non conosco.
Quindi imparziale.
A questo punto mi aspetto che mi chiederete: «M… ma cosa intendi per rivoluzione?»
Ebbene, vi ringrazio per questa domanda, ma per spiegarvi cosa intendo per rivoluzione senza che pensiate che io sia matto… beh… questa volta devo divagare scientemente… sarebbe la prima volta da quando ci conosciamo. Un bel progresso.
Comunque, ora è il momento di presentarmi, non solo come nome o lettera o individuo senza pelle che, come sapete, una pelle l’ha avuta per ben quarantacinque anni. Mi presento come io.
Dunque, come detto, mi chiamo M e ho fatto una rivoluzione, ma su questo ci torneremo.
Ora posso dirvi chi ero fino a questa mattina.
Mi chiamavo comunque M, certe cose non cambiano. Ero un uomo comune, di altezza comune, peso comune. Ho svolto per venticinque anni un lavoro comune e vivo in una casa comune, la stessa dove sono nato, diventata mia dopo la morte della mia mamma e del mio papà, avvenuta ormai vent’anni fa.
Da quel giorno vivo da solo, mangio correttamente e, pur continuando a odiare le verdure, mi faccio forza e le ingerisco tre volte la settimana. Con la stessa regolarità porto i miei vestiti in lavanderia e, una volta alla settimana – il venerdì per precisione – faccio le pulizie di casa con aspirapolvere guanti e grembiulino. Sono gentile, educato e non dico mai bugie. Queste qualità sarebbero state l’orgoglio della mia mamma e del mio papà.
Non credo in Dio e ho una ragazza.
Lei si chiama Clara.
Ecco, un momento. Ora vorrei sapere perché – e non dite che mi sbaglio – non vi ha fatto battere un ciglio l’affermazione che non credo in un essere supremo onnisciente e onnipresente che dimora nell’alto dei cieli e al quale credono circa cinque miliardi di persone, mentre leggendo la semplice frase “ho una ragazza”, vi è caduta la mandibola, avete sgranato gli occhi e, come se non bastasse, vi si è sollevato un sopracciglio.
In realtà, forse, un po’ vi capisco.
Clara è la cosa migliore che mi sia mai capitata dopo la mia mamma e il mio papà.
Un dignitosissimo terzo posto.
Vi chiedo di non far parola con Clara di questa considerazione che ho appena fatto, semmai doveste incontrarla.
Capirete che già avrò le mie brave difficoltà per spiegarle la mia rivoluzione. Sono sicuro che non la prenderà benissimo e già intravedo qualche critica alla mia scelta.
La rivoluzione, già. Voi direte: perché un uomo come te ha deciso di fare la rivoluzione?
La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo: perché sentivo che, altrimenti, sarei esploso.
Innanzitutto, bisogna inquadrare cosa si intenda per rivoluzione. Una volta un bravo dottore disse: «La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi», e credo che avesse assolutamente ragione, in quell’occasione.
Ora sorge un problema: inquadrare è decisamente il mio problema. Il disturbo ereditato dal mio papà mi costringe a memorizzare praticamente ogni cosa che sento, ma allo stesso tempo il mio cervello adora elucubrare, sezionare e analizzare ogni informazione che riceve, spesso purtroppo perdendo di vista il quadro d’insieme.
Questo è ciò che è successo con l’idea di rivoluzione.
Credo di poterlo spiegare più o meno così… lo dico veloce e d’un fiato per non arrossire dicendolo.
Rivoluzione è un concetto astratto e purtroppo tutto ciò che non è tangibile mi disturba molto.
Ho bisogno, quindi, di rendere concreti i miei ragionamenti.
Mi sono quindi domandato come si possa chiamare chi fa la rivoluzione… e qui, probabilmente, ho compiuto il mio primo passo nella giusta direzione. Chi ha fatto la rivoluzione, pensandoci con attenzione, è colui che si rivolge, o meglio, è rivolto. Il rivoluzionario è colui il quale crede nella rivoluzione, ma chi l’ha compiuta è… rivolto.
Per la precisione, si è rivolto.
Da questo punto inizia il mio secondo grande passo avanti.
Il problema che si è posto il mio cervello non è stato sull’analisi dei miei pensieri o sulla semantica, bensì sul modo.
Sul come.
Come può un individuo normale, con una vita normale, che vive in una casa normale, con una ragazza di nome Clara… come può, dicevo, rivoltarsi? E a cosa, se non a sé stesso?
Come si rivolta un individuo?
Ora non voglio scendere nei particolari: su come abbia misurato la mia mano per vedere se passasse dalla bocca o sul pensiero di “sgusciare” fuori da essa allargandola come l’elastico di un calzino… un momento… sì… il punto di accesso, o di uscita se preferite, ho sempre deciso di considerarlo la bocca. Senza possibilità di errore. Ogni altra alternativa non l’ho considerata un’alternativa.
E non fate quella faccia.
E abbassate quel sopracciglio.
Comunque, alla fine ci sono riuscito. Tirando e spingendo, piangendo e ridendo, rinunciando e continuando, alla fine ci sono riuscito e mi sono ritrovato in piedi nel mio soggiorno completamente rivoltato.
Rivoltato, con la mia pelle in mano.
E ora sono qui. Ho fatto entrare il cane non mio in casa. Aspetto Clara. Ci dovremmo sposare questo autunno e la cosa un po’ mi spaventa… forse mi spaventa molto… l’idea che un giorno potremmo diventare una mamma e…
…ma non è il momento di perdersi in queste elucubrazioni.
Ora sono qui.
Sono qui mentre il cane senza nome e senza padrone mi guarda con occhi curiosi, piegando appena la testa da un lato, come faceva il mio papà. Sarebbe anche un cane discreto, se non avesse le zampe così corte. Mi guarda e mi studia e sembra che qualcosa non gli torni.
A Clara forse piacerà.
Io non so, a questo punto, cosa penserà di me. Spero solo che capisca l’idea, il gesto. Ma Clara è pragmatica e forse vorrà sapere il come.
Mi gratto istintivamente la testa, ma, non trovando i soliti ricci arruffati, avverto una strana sensazione sotto le dita. Mi rendo conto solo ora di non essermi ancora guardato per bene.
Seguito dal cane che trotterella con le sue zampette, raggiungo lo specchio a parete della mia camera da letto, un tempo appartenuta alla mia mamma e al mio papà. Non è che sia cambiata molto da allora. Mi sono limitato a cambiare il letto e le tendine, rigorosamente scelte da Clara.
Appena entro, mi vedo.
Vedo i miei occhi pieni, più pieni di come li ricordassi. Vedo i miei denti bianchi, più grandi e più bianchi di come li ricordassi. E poi vedo ciò che non avevo mai visto prima: mi vedo nudo per la prima volta. Più nudo di quanto qualcuno sia mai stato nudo.
Sono bellissimo. Forse, per la prima volta, sono a mio agio con me stesso. Anche il cane sembra pensarla allo stesso modo. E lui, non essendo mio, è certamente imparziale.
Mentre sono qui a pensare queste cose, sento due rintocchi sul legno della porta d’ingresso. È certamente Clara, il suo modo di bussare è inconfondibile. Mi preparo, per quanto si possa preparare una persona nel mio stato. Forse sarebbe meglio fosse lei, Clara, a prepararsi.
Un uomo intelligente una volta ha detto che le opportunità sfuggono a occhi chiusi. Questa allora è la mia opportunità e non posso lasciarmela sfuggire, anche perché, nella mia condizione di rivoltato, gli occhi non li posso proprio chiudere neanche volendo.
Io e il cane siamo da un lato della porta. Clara, la mia Clara, dall’altro.
Prendo un respiro, afferro la maniglia e apro la porta.
Non mi hanno colpito i ricci capelli rossi di Clara, che, illuminati dal sole, sembravano fiammeggiare sulla sua testa, non i brillanti occhi verdi che mi hanno fissato senza un battito di ciglia. Non mi ha colpito neppure l’apparente paralisi del corpo di Clara, lì piantato alla mia soglia.
Mi hanno colpito, invece, le labbra di Clara. Le fini, rosee e delicate labbra di Clara.
Non mi hanno colpito, in realtà, in quanto fini, rosee o delicate – le labbra di Clara lo sono sempre state – ma mi hanno colpito per ciò che ne è uscito.
Un solo flebile sussurro.
Una sola parola.
Un suono.
«Rivoltante.»
Detto questo, così come molto probabilmente era venuta, Clara se n’è andata.
Il mio primo pensiero, vedendola sparire dal riquadro della porta, è andato alla scelta della parola da lei usata.
Certo a primo acchito sembrerebbe una brutta parola, ma non credo esistano parole belle o parole brutte, come non credo esistano lettere nazionali o straniere. Credo invece che, forse, forse, Clara abbia effettivamente colto il senso della mia rivoluzione. Io, M, che volevo una rivoluzione, che la desideravo con tutto me stesso, ora sono riuscito a trovarla.
Ho fatto la mia rivoluzione, tanto da riuscire a rivoltarmi.
E ora, forse, ho raggiunto una nuova fase ancora superiore. Permettetemi questo ragionamento: elevato da Clara, con la mia rivoluzione, sono diventato rivoltante, cioè sono diventato colui che fa rivoltare.
Dentro di me nutro la flebile speranza che ora Clara si stia lambiccando il cervello per trovare il modo di rivoltarsi. Che il mio essere rivoltante, nell’accezione che vi ho appena proposto, possa… forse… averla ispirata.
Pensandoci bene… credo di aver perso l’occasione di salutarla.
Nel frattempo, chiudo la porta e mi accorgo di non essere solo.
Pur non sapendo se il cane che questa mattina ha mangiato la mia pelle sia un maschio o una femmina, decido di proporgli un nome, decido di chiamarlo Clara e gli chiedo di restare un po’ con me. Finché ne avrà voglia.
Mi scopro a fargli questa proposta, ma certamente non perché io voglia diventarne il padrone, no.
Lo faccio semplicemente perché ognuno ha il diritto di passare la vita legato alla propria Clara.
Anche se ha le zampe troppo corte.

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