Ione

Desideravo sentire di nuovo l’odore del mare.
Potermi immergere completamente nell’acqua salata infinita, invece che in una tinozza da cui restavano fuori o le ginocchia, la testa o i piedi. Come si fa a passare tutta la propria giovinezza nell’acqua e poi, da un giorno all’altro, dimenticarsela per sempre? Non sapevo da che parte andare per arrivare alla spiaggia. Da piccola conoscevo ogni palmo di terra, ogni cespuglio, ma vivevo nella Città da troppo tempo e gli alberi mi sembravano tutti uguali.
Di tanto in tanto un bisbiglio mi avvertiva di un bambino spaventato che cercava un nascondiglio. Che strano spettacolo dovevo essere, con la veste che mi ingombrava e si impigliava nei rami, mentre cercavo di capire se la direzione fosse quella giusta. Un’adulta fatta e finita che si perde nella foresta non è una cosa che si vede tutti i giorni. I taglialegna si limitano al bosco a ridosso delle mura. I contadini ai loro campi e recinti. I pescatori accedono al porticciolo dalla strada lastricata. Io ero decisamente fuori luogo, perciò non potevo biasimare gli occhietti che in quel momento stavano analizzando le mie mosse. D’altronde, neanch’io avrei potuto spiegare davvero perché mi trovassi lì.
Un attimo prima stavo in una stanza buia e fredda, in cui la luce entrava di malavoglia da finestre poste così in alto da non permettermi di vedere nemmeno un pezzo di cielo. Stavo lì, nella penombra, a filare un orrendo tappeto al telaio. L’attimo dopo lanciavo la navetta a terra per poi uscire sbattendo la porta e urlando: «Non mi frega niente se avete freddo ai piedi!»
Odio fare tappeti e odio rimanere chiusa per ore in una stanza.
La foresta mi era parsa l’unico posto dove potevo trovare un po’ di silenzio. Così mi ero messa in attesa nei pressi della porta sud, schiacciata tra la ruota di un carro e un muro. Avevo aspettato che la guardia andasse a fare pipì e via, velocissima in mezzo agli alberi. Avevo corso, con la sensazione della terra sotto i piedi, respirando il profumo degli alberi e delle erbe, gustandomi i raggi del sole che si facevano largo tra le foglie solo per scaldarmi il viso. Esausta, ero crollata a terra e, sdraiata sull’erba, fissavo il cielo, con la cassa toracica che si alzava come se qualcuno, da dentro, stesse battendo i pugni per uscire.
Ero in una radura che mi ricordava molto quella dove accendevamo i falò. Notai che i bambini lo facevano ancora: c’erano mucchi di cenere in mezzo a piccole rocce.
Accarezzavo le foglie, ascoltavo il mormorio della natura intorno a me. Posso restare un altro po’? Avrei freddo, a passare la notte qui? Troverei del cibo? Nella Città la frutta la trovavo nelle ceste del mercato, così non avevo più idea di quali bacche fossero buone da mangiare e quali provocassero un brutto mal di pancia. Sembrava impossibile dimenticare così in fretta come si fanno le cose. Avevo dimenticato una vita intera: la libertà di correre in mezzo alla foresta, di trattenere il fiato per andare a scoprire cosa ci fosse sui fondali. Avevo dimenticato tutta la meraviglia che c’è intorno a me, quella che non trovavo fra le trame dei tappeti. Quella che, molto tempo prima, mi arrossiva le guance quando attraversavo il mare sul dorso della mia balena, in mezzo allo scintillare dell’acqua e al tonfo delle onde.
«Oooooooo!»
L’urlo strozzato e un fruscio di piume e foglie mi strapparono ai miei pensieri e mi fecero mettere seduta in un attimo. Un bambino di non più di otto anni si stava rialzando da terra massaggiandosi la schiena. Dalla faccia sembrava più sorpreso che dolorante.
Mi misi a ridere. Lui mi guardò storto, così risi ancora più forte, tanto che non riuscivo più a smettere. Mi ricordai di tutte le volte che avevo riso perché un alato era caduto dal ramo su cui si era addormentato e il suo povero volatile si era dovuto affannare per volargli sotto ed evitargli di rompersi la testa, attutendogli la caduta. Era ancora più divertente perché, solitamente, i bambini con i pennuti erano anche molto altezzosi: padroni del cielo e sciocchezze simili. Il bambino che mi era appena caduto davanti non faceva eccezione, e la paura che avrei potuto suscitargli fu subito sostituita dall’orgoglio ferito perché stavo ridendo di lui.
«Hai rischiato di inciampare almeno cento volte, non ridere!» mi disse sdegnato.
Un airone cenerino uscì dalla boscaglia e iniziò a camminare intorno al bambino sulle lunghe zampe. Cercai di ricompormi e di essere gentile: avevo bisogno di aiuto per trovare la strada e nessun altro bambino avrebbe corso il rischio di farsi vedere, tantomeno di rivolgermi la parola.
«Scusami, hai ragione. Non è divertente» ammisi. «Ti sei fatto male?»
Girò la testa da una parte, serrando le labbra, e non mi rispose.
«Il tuo airone è molto bello. Io avevo una balena.»
Continuò a fingere di non sentirmi.
«Vivevo qui quando ero piccola. Cioè, non qui. Più nel mare e sull’isola, ma venivo spesso anche nella foresta» tentai. «Mi sapresti portare al mare?»
«Se ci hai vissuto davvero, dovresti riuscire a trovarlo da sola. Non è piccolo e non credo si sia spostato dall’ultima volta che l’hai visto.»
Maledetti alati arroganti. Però potevo capire che non si fidasse di un’adulta che l’aveva appena preso in giro. Presi un respiro profondo.
«Vivo nella Città da troppi anni, rischierei di perdermi e passare la notte nella foresta.»
«Sarà uno spettacolo esilarante» mi canzonò il bambino.
Non stavo andando da nessuna parte. Avrebbe potuto giocare con me all’infinito. L’uccello intanto non smetteva di fissarmi: con il collo tutto ripiegato sulle spalle, mi studiava per capire se avrei fatto qualche movimento brusco. Sapevo che, al minimo cenno di pericolo, mi avrebbe cavato un occhio. Il bambino gli accarezzò le penne del dorso.
«Quando ero piccola, avevo un amico con un airone proprio come il tuo e spesso ci trovavamo sulla spiaggia a giocare.» Dovetti trattenere un’altra risata. L’ultima volta che avevo portato Giano a fare un giro non era andata troppo bene. Avevamo provato a raggiungere a nuoto la pietra a forma di scimmia che sembra aggrappata alla scogliera, a una decina di metri sotto la superficie. Gli avevo promesso che sarebbe stato facilissimo, invece a un certo punto si era spaventato per un pesce uscito da una cavità e aveva iniziato a bere acqua. L’avevo riportato sulla riva quasi sano e salvo, solo che sputacchiava e si toglieva le alghe dai capelli urlandomi da lontano: «Non mi fiderò mai più di te!»
Avevamo fatto pace, ma da allora quell’uccellaccio del suo airone aveva preso a beccarmi i piedi ogni volta che mi vedeva. Era molto più facile fare amicizia con bambini che avevano animali simili al proprio.
Sperai che quell’airone non fosse parente di quello di Giano e che gli aironi non parlassero tra di loro. «Lo portavo sempre a nuotare e a vedere i relitti…» Lasciai che le parole si appoggiassero, prima di giocare il mio asso nella manica: «Sei mai stato alle nasse fantasma?»
Sgranò gli occhi e un «No!» gli uscì dalla bocca ancora prima che il suo cervello avesse elaborato del tutto la mia domanda.
«Ti ci posso portare, se sai trattenere il fiato abbastanza a lungo. Dobbiamo solo arrivare al mare.»
L’avevo conquistato, anche se con una bugia. Quale adulto responsabile porterebbe mai un bambino nel posto più pericoloso che conosce? Le nasse fantasma sono il punto in cui le correnti portano le reti da pesca perse o abbandonate. Si ammassano tutte lì, i pesci ci vanno a mangiare ma spesso rimangono impigliati, così diventano a loro volta cibo. Quasi nessun bambino ci andava, gli animali più piccoli si rifiutavano e anche la manta del mio amico Lico ne girava al largo.
«Certo che so trattenere il fiato! Andiamo!»
Si voltò e iniziò a fare strada in mezzo agli alberi, senza neanche aspettare che io mi tirassi su da terra. L’airone invece era ancora fermo a fissarmi. Mi guardava prima con un occhio e poi con l’altro.
«Muoviti!» gridò il bambino.

Procedevamo fianco a fianco, lui camminava spedito e rideva di me quando dovevo fermarmi a liberare la gonna da qualche ramo. L’airone ora era davanti a noi.
«Che ci fai nel bosco?» mi chiese.
«Avevo voglia di vedere il mare…»
«Balle. Saresti potuta andare al porto per vedere il mare, invece sei in mezzo alla foresta a farti fare strada da un bambino.»
Era vero. Dal porto non mi sarei potuta allontanare senza che qualcuno se ne accorgesse. Sto scappando. Magari solo per un po’, magari non per sempre.
«La Città» iniziai, «non è così bella come pensiamo da piccoli.»
«Ma che dici? La Città è meravigliosa!» esclamò lui, raggiante.
«Ora dici così, non vedi l’ora di diventare grande e andartene da qui» dissi con una punta di malinconia. Proprio come Lico, quando mi diceva che ero troppo piccola e stupida per capire cosa ci fosse di così eccitante nel diventare adulti. Lui non si era voltato indietro. Aveva preso il suo posto nel mondo. «Ma credimi, il prezzo da pagare è molto alto.»
Entrambi fissammo l’airone, che si girò a guardarci, quasi potesse capire cosa ci stavamo dicendo.
Il bambino distolse lo sguardo e si mise a grattare i calli che aveva sui palmi delle mani con sempre maggior vigore. Fece un respiro profondo e chiese: «Tu, tu come hai fatto con la tua balena?»
Le lacrime mi salirono fino a dietro i bulbi oculari e cominciarono a spingere. Continuai a camminare guardando un punto indefinito tra gli alberi davanti a me, finché lui afferrò un lembo della mia gonna e si fermò. Anche nei suoi occhi si era posato un velo di lacrime trattenute. Avevo davanti un bimbo spaventato: della spavalderia di poco prima non c’era più traccia.
Mi misi in ginocchio e, accarezzandogli una guancia con la mano, sussurrai: «Io non l’ho uccisa.»
I suoi occhi divennero più larghi. Ci vidi passare dentro speranza, paura, dubbio e diffidenza. Non l’avevo mai detto ad alta voce. Il dolore mi rigò le guance.
«Non ne ho avuto il coraggio. L’ho abbandonata nel mare.»
Aprì la bocca per dire qualcosa, ma poi si ammutolì. Rimanemmo sospesi tra gesti insicuri e parole troncate, finché lui riuscì a insinuarsi nel silenzio: «È impossibile. Tu vieni dalla Città, ci vivi… Non si può fare. Non si… Se non l’hai uccisa come hai fatto a tornare in Città?»
«Ho avuto fortuna» dissi e iniziai a raccontare la mia storia per la prima volta.
Iniziai da quando vidi Lico uccidere la sua manta. La foga, la fretta di lasciarsi dietro la foresta. Voleva diventare adulto più di ogni altra cosa al mondo. Non esitò quando alzò il grande sasso sopra la testa, quando voltò le spalle al mare tinto di rosso e alla sua migliore amica. Piangevo sulla spiaggia e lo guardavo mentre si allontanava con la coda della sua manta stretta in mano. Non si voltò mai. Credo che abbia proseguito dritto fino alla Città. Anche in quel caso cercai rifugio nella foresta per fuggire da quell’orrore, ma alla fine ero stata io a doverlo affrontare. Fui io a dire addio alla manta. Ricordo di aver intrecciato una corona di fiori e di aver cantato per lei, anche se non poteva più sentirmi.
Fu allora, sconvolta dalla violenza e dall’abbandono, che iniziai ad agognare un’altra via. Non sapevo quale fosse, ma sentivo che c’era.
Intanto i bambini intorno a me crescevano e, quando si sentivano pronti… Nessuno sembrava provare rimorso. Io stavo diventando troppo grande per restare dove stavo, anche la mia balena aveva iniziato ad agitarsi. Cercavo di consolarla con lunghe nuotate, in modo che entrambe potessimo goderci tutta la meraviglia che ci rimaneva. Potevamo dimenticare tutto per un attimo, sotto l’immensità del cielo e in mezzo all’immensità del mare. Eravamo solo noi due.
Il nostro tempo era agli sgoccioli e io non avevo il coraggio di fare ciò che andava fatto. Conoscevo il litorale meglio di chiunque altro, così individuai una baia riparata che ci avrebbe nascoste da occhi indiscreti, dietro le nasse fantasma, dove nessuno avrebbe osato avventurarsi.
All’inizio la mia idea era stata quella di ritirarci lì, vivere in uno stato di prigionia autoimposta. Nessuno dalla Città sarebbe venuto a reclamarmi: per quanto ne sapevo, i miei genitori potevano essere morti, e per quanto ne sapevano loro, potevo non essere sopravvissuta. Inoltre, così nascosta alla vista, nessuno si sarebbe accorto che il mio corpo stava cambiando.
La vita nella piccola baia si rivelò angusta. I giorni passavano lenti, ansiosi e immobili. Iniziai a dubitare delle mie certezze: forse, alla fine, andare alla Città era la cosa giusta e naturale da fare.
Stavo seduta su uno scoglio, quando la balena mi si avvicinò e le lessi dentro che quella reclusione era peggio della morte. Capii che la stavo uccidendo comunque, solo molto lentamente.
La sua pelle era durissima. Il sole sorse tre volte su quella baia, in cui le rocce avevano preso ormai un colore ambrato, tinte da tutto il sangue. Lei emetteva flebili lamenti, mentre mi porgeva la pinna perché io potessi ricavarne un macabro dono da presentare in cambio della mia nuova vita. Le mie unghie erano incrostate di sangue, le mie mani screpolate dalla salsedine e le braccia stanche dal terribile lavoro. Il mare stava iniziando a rifiutarmi e il mio corpo diventava quello della tessitrice che ero destinata a diventare.
Quel pezzo di carne era la nostra possibilità di continuare a vivere entrambe. Separate, ma vive.
Quando ebbi finito, rimanemmo nella baia ancora qualche tempo. Dovevo sincerarmi che la ferita guarisse a dovere. Alla fine la guardai allontanarsi finché non divenne solo una grande macchia scura e indistinta sotto la superficie. Fece un grande salto fuori dall’acqua, mostrandomi la pinna ferita, e sparì all’orizzonte.

«Sono arrivata alla Città con il pezzo di pinna e così sconvolta che nessuno dubitò che l’avessi uccisa davvero» conclusi. «Non passa giorno senza che io mi chieda se stia bene e se sia ancora da qualche parte ad aspettarmi, o se invece io l’abbia condannata a morire nel più crudele dei modi. Non so cosa succeda a un animale quando si separa per così tanto tempo dal suo bambino.»
Persino il vento parve fermarsi, insieme alle mie ultime parole. Le foglie trattenevano il respiro. Il viso del bambino era teso, la fronte corrucciata. Mi domandai se, per togliermi un peso dal petto, non l’avessi sconvolto. Aveva ascoltato ogni sillaba della mia storia. Teneva lo sguardo fisso in basso. Dopo un silenzio immenso, disse calmo: «La troveremo.»
Si alzò e riprese a camminare nella stessa direzione in cui eravamo diretti poco prima.

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