L’Ulisse

Se guardo in basso, verso la valle centrale, vedo una cappa giallastra stendersi da ovest a est, seguendo la curvatura delle pendici. Sotto quel velo insalubre si scorge il profilo frastagliato di un territorio fatto di poche case, tutte chiuse da alti recinti allarmati, larghi spiazzi per l’atterraggio delle navicelle commerciali, capannoni sgangherati, vecchie centrali idronucleari e, appena visibile dove la cortina sfuma, il letto di quello che una volta doveva essere un fiume copioso. Da qui non riesco a vedere la città né la sua vela termica in rovina, un artiglio pronto a calare sugli abitanti rimasti. Per proteggersi dalle temperature impazzite, la gente si è arrangiata con distese di tela spessa. Ora la città sembra un veliero disordinato, alla deriva nel vento.

Mi basta voltarmi e alzare gli occhi al cielo, però, per ritrovarmi in un mondo dove l’uomo è assente dall’orizzonte. Ci sono solo rocce, arbusti, vette che sfumano nella sera, pendici glaciali che paiono sostenere il peso del mondo. E lassù, nel blu elettrico, le scie fluorescenti dei mezzi in transito oltre l’atmosfera fanno da contrappunto alla distesa di stelle che inizia a dominare il tramonto. Ogni tanto penso a come sarebbe guardare la Terra da lassù. E soprattutto a come sarebbe volgere lo sguardo oltre, al di là.
L’idea di andarmene è sempre stata talmente fuori dalla mia portata che non mi ci sono mai soffermato più del dovuto. Da bambino però, quando tutto era diverso e non sapevo nulla, fantasticavo sulla possibilità di imbarcarmi su una nave-colonia con il cane di mio padre, viaggiare per anni e sbarcare su un esopianeta accogliente dove coltivare frutti succosi in qualche serra idroponica.
Ma ora sono incastrato qui, e l’unica speranza che ho sta nella mia tasca. Un piccolo sasso di quarzo con una briciola d’oro, abbastanza per garantirmi una vita migliore su questa crosta secca e inospitale.

Se non fosse per questo villaggetto abbandonato, si potrebbe dire che da queste parti non ha mai messo piede anima viva. Ripercorro a ritroso l’accenno di sentiero di due giorni fa. Vedere le cose in senso contrario è sempre rivelatore: si scoprono scorci rinnovati, dettagli sfuggiti alla prima impressione, prospettive inattese. Noto una cappelletta votiva all’incrocio tra due muri crollati sotto un tetto di lamiera e travi di legno. Doveva essere affrescata, un tempo. Ora si vede soltanto l’incisione con la data e un pezzo di statuina mutilata dal torso in su. La supero e mi addentro nel villaggio, riconoscendo i cespugli di spinaci selvatici dell’altra sera. Li si distingue al tatto, grazie alla polverina sul lato inferiore delle foglie. Sono ottimi, ma troppo amari per mangiarli crudi.

Sono troppo stanco per pensare alla cena. Avrei dovuto essere qui molto prima, ma le cose, in montagna, non vanno quasi mai come previsto. Proprio mentre supero l’ennesimo crocicchio mi rendo conto che dovrò affrontare la questione rimandata finora: cosa farmene del vecchio. Mi ero riproposto di pensarci strada facendo, ma non ne ho avuto il tempo, né la voglia.
Annuso l’aria pungente della sera e sento che manca qualcosa. Non ci sono odori, nemmeno quello d’erba che mi aveva attratto due giorni fa. Che il vecchio se ne sia andato? Lo spero con tutto il cuore. Potrei distendermi, lasciarmi andare a un’abbondante dose di freeze e lasciare ogni preoccupazione a domani.
Riconosco la stamberga diroccata dell’altra notte e mi fermo sull’uscio, cercando di isolare qualsiasi vibrazione arrivi dall’interno. Il vento fa scricchiolare il tetto, il fruscio dell’erba è un rumore bianco costante, ma da dentro non giunge nulla. Nemmeno il cadere di una briciola, o il crepitare di un fuocherello. Fa freddo, lo accenderò io. Apro la porta di legno consunto che, nonostante la mia premura, cigola come l’ira di dio.

L’atmosfera sembra cristallizzata. Tutto si è fermato nell’istante in cui ho lasciato questo posto, due giorni fa. Punto subito lo sguardo nell’angolo in fondo allo stanzone, dove avevo intravisto i suoi occhi. Ora c’è solo un sacco di tela e qualche cianfrusaglia sparsa per terra. Accendo lo scanner di superficie e lascio che i suoi fasci sondino lo spazio. Nessuna traccia organica vivente.
Faccio un passo nella penombra e mi scopro rumorosissimo: lo zaino tintinna, gli scarponi piegano le assi del pavimento, il tessuto del giaccone fruscia di cariche elettrostatiche. Anche il respiro è granuloso, come se avessi dei sassi nella trachea. Faccio un altro passo e lascio andare la porta, che si richiude sbattendo contro lo stipite. E all’improvviso, da fuori, un cane latra e abbaia.
Mi volto di scatto verso quel suono e una forza improvvisa mi scaraventa sul pavimento. Cado di schiena. Lo zaino attutisce il tonfo, ma sento l’urto di tutti gli spigoli maledetti dei ferri e della robaccia che contiene. Cerco di imprimere una spinta su un lato, trovare un perno, rimettermi in piedi. Ho il fiato corto e il cuore che sprofonda.

Un calcio mi prende di striscio tra il collo e la schiena. Sento un tonfo. Chi mi ha aggredito è inciampato e ora lancia bestemmie soffocate a denti stretti. Tutto intorno i raggi blu dello scanner vorticano a vuoto, disorientandomi ancora di più. Riesco a sfilarmi lo zaino con uno strattone e mi metto in ginocchio, trovando lo slancio per buttarmi sul corpo del mio aggressore, che si trascina sul pavimento polveroso tossendo e sibilando come un camoscio incazzato.
Tiro qualche pugno a vuoto, colpendo a casaccio. Sento la resistenza molliccia della carne e la durezza delle ossa. Gli sono sopra e, all’ennesimo colpo, una fitta mi percorre il braccio partendo dalle nocche. Mi ritraggo e mi butto il più lontano possibile. Devo essermi rotto una mano, cazzo.
Cerco di controllare il respiro. Dal corpo del mio avversario non giunge quasi più nessun suono, se non un rantolo sottile. Attivo la torcia del bracciale biometrico. Il vecchio è un ammasso di cenci, barba e sangue. Non prova nemmeno a rialzarsi. Resta a pancia all’insù, braccia e gambe spalancate, come un angelo caduto.
Raccolgo lo scanner e lo punto verso di lui. Massa: 85 kg. Età approssimativa: 70 anni. Stato di salute: precario ma stabile. Ecchimosi, escoriazioni, naso rotto, labbro spaccato, tachicardia da stress acuto. Ha pure una massa che gli sta crescendo dentro. Ma è vivo.
Punto lo scanner sulla mia mano dolorante. Si sono rotte due dita, l’anulare e il medio. Cazzo, è pure la mano destra.
Faccio per prendere il coltello. Non riesco a stringerlo, così cambio mano. Non ho mai colpito con la sinistra. Fuori torna ad abbaiare il cane. Mi avvicino al vecchio, che nel frattempo si è ripreso e cerca di mettersi seduto, appoggiandosi contro la parete.
Ha nello sguardo un’indifferenza che mi raggela, ma non riesce a non toccarsi là dove l’ho colpito e a tendersi in una smorfia di dolore. Quegli occhi, gli stessi occhi dell’altra notte, hanno l’azzurro del ghiaccio più profondo. Sembrano due spilli incandescenti. Come si possono uccidere degli occhi così assenti e presenti allo stesso tempo? Non guardano nulla di specifico. Sono persi in una contemplazione fuori dal tempo, rivolti in uno spazio tutto interno.
Allento la presa e abbasso l’arma. Lui lo nota.
«Non sai nemmeno ammazzare un uomo.»
Lo dice con un tono monocorde, la bocca impastata e il fiato corto. Nonostante tutto, ha paura. È evidente.
«Dovresti ringraziare che non ti pianto questo in pancia, vecchio. Non credo che durerai molto, comunque.»
Mi siedo a debita distanza, tastando nello zaino alla ricerca di qualcosa per steccarmi la mano. La sento gonfiarsi tra ondate di calore. Fuori il cane continua ad abbaiare.
«È tuo?»
«Di che parli?»
«Il cane, fuori. È tuo?»
«Vaffanculo.»
Del cane mi occuperò dopo. Ora voglio assicurarmi che l’uomo non rappresenti un problema. Non sarà facile dormire questa notte. La pancia emette un gorgoglio che mi strappa un sorriso: avrei dovuto raccogliere qualche spinacio selvatico.
«Senti, vecchio. Questo posto mi serve. Solo ogni tanto, quando salgo per quassù. E salirò spesso per quassù, nei prossimi mesi.»
«Questo posto è mio.»
«E chi te lo ruba?»
Lui mi guarda come si guarda un insetto annegato nel bicchiere di birra e so che ha capito tutto. Poi riprende a parlare.
«No che non me lo rubi, perché io da qui non mi muovo. Devi ammazzarmi per tirarmi fuori.»
«Cosa ci trovi in questo rudere? Finirai per fartelo crollare in testa. O ti mangeranno i selvatici.»
«Ci sono cose peggiori.»
«Peggiori di stare a marcire qui? Non credo.»
Il vecchio sputa e si infossa nel cappotto logoro.
«Si vede che non sai un cazzo. Passala una vita a cercare un posto che non esiste, per poi sentirti dire che devi tornare indietro con un pugno di mosche e uno schifoso rimborso da Ulisse.»
Sgrano gli occhi.
«Sei un Ulisse?»
Lo esclamo a voce alta. Non avevo mai conosciuto un Ulisse prima d’ora. Mi vergogno del mio entusiasmo e torno a rovistare nello zaino, tirando fuori le bende per la mano e gli arnesi per cucinare una zuppa calda.
«Mi sono imbarcato sulla Zefiro-A26 che ero appena un ragazzo. Eravamo in cinquanta, una femmina per ogni uomo. Forse è per quello che sono partito. Ci avevano detto che il posto da colonizzare sarebbe stato un paradiso.»
Le orecchie tese, non faccio domande. È chiaro che vuole parlare.
«Il pianeta però non c’era, oppure era più lontano del previsto. O ci siamo persi, non lo so. Così abbiamo deciso di tornare indietro. Non tutti erano d’accordo. Ci sono stati dei morti. Siamo rimasti in pochi, su quella cazzo di nave. E quando sono risbarcato qui, ero già un vecchio. Tutta la vita a viaggiare verso un orizzonte che non esiste, per poi ritrovarmi punto e a capo. Ma ho questa casa, e questa casa ha un tetto. È più che abbastanza.»
«Una bella fregatura, davvero una bella fregatura.»
Mentre elaboro il racconto, l’idea di cercare il mio filone d’oro mi sembra meno folle. Meno disperata. Come cambia in fretta la prospettiva, penso. Il vecchio ha vissuto dentro una grande illusione. Deve aver passato decenni in una scatoletta con negli occhi l’immagine di una chimera. Un miraggio. Capisco che, a questo punto, uno sia pronto a tenersi ben stretta anche una stamberga diroccata in un villaggio disabitato.
«Dimmi, vecchio. Com’è lo spazio? Cosa si vede lassù?»
«Lassù? Non c’è un lassù. C’è un gigantesco, schifoso nulla orizzontale, senza sopra né sotto. Un cazzo di niente, si vede. Solo nero, nient’altro. Un vasto, infinito orizzonte nero.»
Stringo la fasciatura, immobilizzando al meglio la mano. Serro i denti per il dolore.

Commenti

2 risposte a “L’Ulisse”

  1. Marta Peruffo

    il dolore della caduta delle illusioni…. bellissima anche l’immagine di un mondo dove l’uomo è assente dall’orizzonte

  2. Ti ho già scritto già su Instagram, ma voglio ribadire anche qui i miei complimenti. Soprattutto perché so che ti farà piacere come ha fatto piacere a me leggere i commenti ai miei racconti. Le persone non si rendono conto di quanto siano importanti i feedback dei lettori, anche quando non sono entusiastici. L’indifferenza e il silenzio sono gli acerrimi nemici degli scrittori, si sa 🙂
    Quindi, complimenti, di nuovo. Il tuo racconto è molto bello. Il riferimento a Ulisse, lo scontro con il vecchio, le scene e il dialogo a dare l’atmosfera della disillusione, dell’infrangersi di un sogno… Insomma, bravo!
    Alla prossima lettura 🙂

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