Ida se ne stava irta sui suoi quattordici anni, non sapendo proprio che fare. La cosa più naturale sarebbe stata quella di arrabbiarsi col babbo che le stava di fronte, ma non ci riusciva. Gli voleva bene, e non sapeva conciliare all’affetto l’odio che ora provava per lui, per la prima volta in vita sua.
Ida era fortunata, lo sapeva. E doveva questa fortuna specialmente al babbo, che aveva deciso di darle lo stesso trattamento riservato per natura ai fratelli. Per le sue vicine, era appannaggio esclusivo dei maschi, per lei no: poteva studiare, e questo la riempiva di gioia. Però il padre era stato chiaro fin da subito: «Ida mia» le aveva detto al suo tredicesimo compleanno, quando si apprestava a finire le scuole medie, «io ti mando avanti. Ti faccio imparare al liceo, perché so che testolina c’hai. Però il pomeriggio una mano me la devi dare». E una mano gliela dava più che volentieri. La famiglia non stava male, ma non era neanche ricca. Per le arse terre del Sud, la loro casa e i campicelli sparsi attorno erano un dono di Dio niente male. Certo, non potevano permettersi chissà quanti braccianti, altrimenti quel po’ di grazia si sarebbe disperso in salari, e perciò tutti, dai fratelli di poco più grandi, alla madre e alla piccola Ida dovevano dare una mano. Per quanto sognasse, un giorno, di diventare maestra, la vita di campagna le piaceva, e quando tornava dalle lezioni, vi si immergeva. C’era sempre qualcosa da fare: con al fianco il suo fedele Scarù, che le scodinzolava a non più di un metro di distanza, si perdeva nel verde delle alte foglie di tabacco, a strappare via le erbacce che rovinavano la qualità. Oppure, andava a controllare nella stalla che le cinque mucche fossero tranquille, e se capitava che qualcuna avesse fatto più latte del solito, e la mungitura che la mamma passava a fare in mattinata non era bastata, ci pensava lei. O ancora, andava a controllare che non ci fossero delle uova in più nel pollaio, prima che di notte la volpe o la faina se le portasse via.
Scarù le trotterellava sempre al fianco, non aveva paura di niente e non abbaiava a nessun altro animale. Se c’era da immergersi nel folto del tabacco, o nel mare giallo del grano per raggiungere la casetta degli attrezzi, lui la seguiva. Se qualche mucca si lamentava e scalpitava, lui era lì a tenerle compagnia. La salutava la mattina presto quando andava a scuola, accompagnandola fino al confine del loro terreno, e lì l’aspettava il pomeriggio al suo ritorno, puntualissimo.
Le stava al fianco anche nelle lunghe giornate di fine settembre, quando il piccolo vitigno era maturo e bisognava stare con la schiena piegata a raccogliere gli acini rigonfi. Certo non faticava, ma stare tutte quelle ore sotto al sole doveva comunque essere stancante, specialmente con tutto quel pelo, eredità probabilmente di padre o di madre di razza. Quando poi, terminata la raccolta, bisognava pigiare l’uva, Ida ci metteva i suoi piedi piccoli ma energici, e a fine giornata, quando tutti si erano già dispersi, lei prendeva un po’ di succo fresco e lo beveva insieme a Scarù, che ne leccava i dolci rimasugli violacei dalle sue mani.
Ida faceva di tutto per aiutare la famiglia nel portare avanti la fattoria. L’unica cosa di cui non si occupava, e che a dire il vero era attività esclusiva del padre e del fratello più grande (neanche Antonio, di un anno più grande di lei, era ammesso) era la preparazione delle salsicce. Il babbo diceva sempre che «la carne è carne, è la sostanza di Dio. Però fare carne da quelle povere bestie non è un bello spettacolo» e che ci voleva un bel pelo sullo stomaco, perciò voleva risparmiare quello strazio alla moglie e ai figli più piccoli. A gennaio, a seconda che i maiali fossero ingrassati o meno, avveniva la macellazione. Lui e Matteo, il fratello più grande, si chiudevano nel retro della stalla per giorni e giorni, e ne uscivano soltanto per pranzare e a cena, esausti. Poi, lasciavano lì le salsicce a marinare per almeno un mese, e verso fine febbraio potevano iniziare a mangiarle. Dovevano durare fino alla prossima macellazione, perché la carne fuori costava ed era meglio non comprarla.
E adesso che Scarù se ne stava lì, accasciato sul terreno col lungo pelo sporco del sangue e della polvere, già cosa in mezzo alle cose, come una vecchia pelliccia gettata via, lei non riusciva a provare odio per il babbo. Forse perché sapeva, e per quanto non condividesse, capiva perché l’avesse fatto, ancor prima che lui abbozzasse delle superflue parole di scuse, ferito come doveva essere dalle lacrime silenziose che rigavano il bel volto dell’amata figlia. «Ida mia, ‘a papà non piangere. Non volevo ammazzarlo, lo giuro! Non volevo ammazzarlo! Ero solo arrabbiato, Ida, lo capisci? Tutte le ha mangiate, tutte! Neanche una ho fatto in tempo a metterne in tavola! E adesso che carne ti do Ida, che carne do a tutti?» Scarù se ne stava lì, in una pozza di sangue, con a fianco il bastone. Non aveva abbaiato neanche quella volta.


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