Luna rilesse il messaggio della collega: «Ho riposto il tuo materiale in una scatola e l’ho lasciata nell’aula di sostegno». La data risaliva al ventisei giugno: una settimana fa.
Aveva atteso l’inizio del mese per tornare a scuola. Voleva essere sicura di non incontrare nessuna collega, non voleva spiegare la sua assenza. Sospirò e appoggiò la schiena al sedile della macchina. Alzò gli occhi allo specchietto, ma distolse lo sguardo: non voleva trovarsi davanti sé stessa, né la vulnerabilità che si portava addosso.
Il cellulare vibrò. Dal suono della notifica capì che era Emanuele, ma lo ignorò e infilò il telefono nella tasca dei pantaloncini. Afferrò la borsa di stoffa rossa dal sedile del passeggero, scese e chiuse l’auto.
Alzò lo sguardo verso la grande vetrata e notò una figura all’interno. Strinse le dita intorno alla bretella della sacca; il battito accelerò. Un’anziana signora le aprì la porta e la accolse con un sorriso.
Luna spiegò che doveva restituire dei libri e andare nell’aula di sostegno. La collaboratrice tornò alle pulizie; lei si diresse nella zona riservata al personale. Percorse il breve corridoio ed entrò in biblioteca. Si avvicinò allo scaffale pieno di testi e posò i libri con gesti lenti, indugiando un istante prima di lasciarli andare.
Uscì, raggiunse l’atrio e venne sommersa dai ricordi: bambini che ridevano, che giocavano, che correvano ad abbracciare le maestre; che abbracciavano lei, arrivandole all’altezza del ventre. Il fiato le mancò mentre riaffiorava una busta bianca, con la parola “diagnosi” stampata sopra.
Si incamminò, lottando contro la nostalgia. Arrivò alle scale, si aggrappò al corrimano e cominciò a salire nonostante il corpo le remasse contro. Al piano superiore avvertì la differenza di temperatura e boccheggiò. I raggi del sole si posavano sulle pareti spoglie e sulle porte aperte delle aule. Abituata alla confusione dei bambini, quel silenzio le parve innaturale.
Il cellulare vibrò di nuovo nella tasca. Sapeva che era Emanuele e si dispiacque per la preoccupazione che gli stava dando. Per Luna quella scuola non era solo il luogo di lavoro. Era anche il posto in cui aveva conosciuto l’amore.
Aveva salutato i suoi alunni, augurando loro buon pranzo, e si era infilata nella marea di bambini che affollava il corridoio. Le sue quinte, insieme alle quarte, avevano il rientro; gli alunni di terza andavano a casa.
Incrociò lo sguardo di Emanuele e si scambiarono un sorriso complice. Scese le scale e si diresse verso l’aula docenti. La campanella suonò e le voci si dispersero, come risucchiate dal silenzio
«Vieni con me» disse Emanuele, affacciandosi.
Lei lo seguì in biblioteca.
«Se ci scoprono, passiamo un guaio», sussurrò Luna.
Emanuele sorrise, le accarezzò il viso e la baciò.
Il cellulare smise di vibrare quando Luna arrivò davanti alla sua ex aula. Entrò e le cedettero le gambe: muri bianchi, banchi accatastati in fondo, la stanza svuotata per fare posto alle future terze. Si appoggiò alla cattedra e il ricordo dell’ultimo giorno di scuola le salì addosso come una marea: emozioni troppo forti, pianti dei bambini che concludevano la primaria e suoi, perché li lasciava dopo quattro anni.
Era arrivata in quella scuola per sostenere l’anno di prova. Era entusiasta e timorosa; il team l’aveva sostenuta passo dopo passo. Eppure, si sentì in colpa. Pensò a una collega, a un comportamento scorretto che aveva preferito non nominare nemmeno a sé stessa. Le sembrò, all’improvviso, un errore essere tornata.
Inspirò a fondo, si ricompose e proseguì verso l’aula di sostegno.
Milena stava preparando il pranzo quando la collaboratrice la chiamò: «C’è la sua collega a scuola». Si precipitò in macchina, spinta dalla rabbia più che dall’aria calda di mezzogiorno. Dopo la cena di classe Luna non si era più presentata al lavoro. Milena aveva provato a contattarla, senza risposta. Tra di loro — nonostante i dodici anni di differenza — si era creata un’amicizia solida, basata sulla fiducia. Fiducia che ora Luna stava tradendo, e Milena voleva capire perché.
Arrivò a scuola e la collaboratrice le disse che Luna era di sopra. Milena salì di corsa ed entrò in aula.
«Luna!»
Le due donne si guardarono. Luna aveva un’espressione sorpresa; sul viso di Milena, invece, si leggeva la preoccupazione per quanto fosse dimagrita.
«Che cosa ci fai tu qui?»
«Ho chiesto alle collaboratrici di chiamarmi se venivi a scuola.»
«Sei venuta apposta?»
«Volevo sapere che cosa ti è successo.»
Luna distolse lo sguardo.
«Prima della cena eri spensierata. Tre giorni dopo la referente ci ha comunicato che ti sei messa in aspettativa.»
«Non vi ha detto altro?» domandò Luna, portandosi la mano destra sull’avambraccio sinistro.
«Ci ha detto di rispettare la tua scelta e di non contattarti.»
«Non l’hai ascoltata.»
«Certo che no!» sbottò Milena. «Mi sono preoccupata. Ti ho scritto, ma non hai mai risposto.»
«Non sapevo che cosa dirti.»
«La verità.»
Gli occhi di Luna si riempirono di lacrime.
Milena si portò una mano al petto. «Siamo colleghe, ma per me sei famiglia. Pensavo che lo stesso valesse per te.»
«È così…» mormorò Luna, abbassando lo sguardo.
«Qualsiasi dolore tu stia vivendo, io sono qui.» Milena fece un passo verso di lei.
Luna guardò le mani tremanti e le strinse in pugni. Poi alzò lo sguardo su Milena.
«Non posso avere figli.»
Milena sgranò gli occhi. Un brivido gelido le percorse il corpo, lasciando spazio a un dolore muto: conosceva il desiderio di maternità di Luna. Le si avvicinò e la abbracciò. Luna scoppiò a piangere.
Luna ed Emanuele erano nell’ambulatorio del medico. Il giovane spiegò alla coppia i risultati degli esami.
«Signora, mi dispiace comunicarle che lei è sterile.»
Lo sguardo di Luna si inchiodò sulla parola “diagnosi” incisa su una busta bianca, sulla scrivania. Sentì la mano del compagno stringere la sua, ma non riuscì a ricambiare.
Non posso diventare madre, pensò. E il vuoto le si aprì nel petto come se qualcuno avesse tolto di colpo l’aria dalla stanza.
I singhiozzi si attenuarono. Milena la lasciò andare, la prese per mano e la accompagnò alla sedia poco distante. La fece sedere. Poi si avvicinò alle scatole appoggiate sui banchi, vicino al muro. Ne aprì una e, tra il materiale, trovò un pacchetto di fazzoletti, un sacchetto di caramelle e dei bicchieri di plastica. Prese tutto e tornò da Luna.
«Soffia il naso e mangia. Hai bisogno di zuccheri», disse posando le cose sul banco.
«Non ho fame» protestò Luna, prendendo un fazzoletto.
«Non è una richiesta» tagliò corto Milena. «Vengo subito.» Uscì dall’aula con due bicchieri in mano.
Luna la seguì con lo sguardo finché non scomparve. Si rese conto, con un filo di vergogna, che voleva parlarle davvero. Raccontarle tutto. Il telefono vibrò ancora, ma non lo tirò fuori dalla tasca.
«La cena è pronta», disse Emanuele, fermandosi sulla soglia.
Luna era seduta sul letto, le ginocchia piegate, le mani sul grembo. Si voltò verso di lui, ma non si mosse.
«Non possiamo continuare così» disse lui entrando.
«No. Lo penso anch’io.»
«E a cos’altro pensi?» domandò, sedendosi accanto a lei.
Luna abbassò gli occhi.
«Parlami. Non chiuderti nel silenzio» disse Emanuele, cercandole la mano.
«Penso che dovremmo lasciarci.»
«Perché?»
«Perché non posso darti un figlio.»
«Non mi importa. Io voglio stare con te.»
«Io non voglio più continuare questa relazione.»
Quando Milena tornò, capì subito che Luna si era richiusa. Le porse il bicchiere; Luna si portò una ciocca di capelli dietro l’orecchio e bevve.
Milena scartò alcune caramelle e gliele mise sul banco. Luna ne mangiò una controvoglia. Nel frattempo Milena prese dei fazzoletti, li piegò e li intinse nel bicchiere. Si inginocchiò, mettendosi alla sua altezza. Luna capì e chiuse gli occhi.
Milena deglutì, notando il suo viso scavato. Le tamponò delicatamente le palpebre, come si fa con un bambino che ha pianto troppo, e sentì montarle addosso un’ansia feroce: voleva aiutarla, ma non sapeva dove mettere le mani.
«Sento che hai mille domande», disse Luna.
«Quante me ne concedi?» Milena posò i fazzoletti sul banco.
«Una.» Luna aprì gli occhi.
Milena ebbe un brivido nel perdersi in quegli occhi azzurri, privi di vitalità.
«Perché non puoi avere figli?»
Luna si portò la mano destra sul ventre e scosse il capo, lentamente.
«Mi dispiace.»
«Non provare pietà per me.»
«È solo che…»
«Ti dispiace, ho capito. Sono stanca di sentirmelo ripetere.»
«Posso solo immaginare che cosa stai provando.»
«No. Non lo sai perché tu hai dei figli.» La voce di Luna tremò. «Non puoi capire il vuoto che ho dentro, né quanto faccia male. Il solo pensiero di essere la maestra di bambini che non avrò mai mi fa stare male. Non voglio più insegnare…»
Milena la guardò con le lacrime agli occhi. «Hai ragione: io non posso capirti né immaginare quel vuoto. Ma non trasformare questo dolore in un rimpianto. Prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno, ma torna a scuola.»
«Non mi hai sentito?» gridò Luna. «Lavorare con i bambini è una sofferenza!»
«Ti ho sentito», rispose Milena. «Sei tu che adesso devi ascoltare me. Tu hai un dono, Luna: i bambini. Riesci a stare con loro in un modo che non si insegna. Hai una sensibilità rara, e loro ti amano per questo.»
«Basta. Non voglio più ascoltarti.»
«Se non vuoi essere una maestra, allora che cosa ci fai qui?»
«Smettila!»
«Il tuo cuore appartiene a questo posto.»
Luna scattò. «Sei uguale ad Emanuele! Voi non capite niente. Non tornerò a insegnare. Non tornerò con lui!»
«Vi siete lasciati?»
«Non ho bisogno di nessuno! Meno che mai di te e dei tuoi consigli del cazzo!»
Milena si alzò. «Bene. Me ne vado.»
Le lacrime di Luna si bloccarono per un istante, come se non avesse previsto quella reazione.
«La vita è la tua», disse Milena, la voce dura. «Se non vuoi reagire, sei libera di farlo.»
Luna provò ad alzarsi di scatto, ma perse l’equilibrio e cadde. Milena si voltò.
«Scusami…» singhiozzò Luna, portando le braccia intorno al corpo.
Milena le si avvicinò e si abbassò.
«Aiutami…»
La strinse a sé e le accarezzò il capo. Pianse anche lei.
«Ti starò accanto. Ma hai bisogno di una psicologa.»
«Non ci voglio andare.»
Milena si staccò quel tanto che bastava per guardarla e le mise le mani sulle spalle curve.
«Lei potrà darti quell’aiuto in più che io non sono in grado di offrirti. Se non vuoi andare per te, fallo per chi ti ama.»
Luna abbassò lo sguardo. «Emanuele…»
Estrasse il cellulare dalla tasca, cercò il numero e lo porse a Milena. Emanuele rispose subito, preoccupato. Milena lo tranquillizzò e gli disse che erano a scuola; lui promise che sarebbe passato a prenderla.
«Posso immaginare perché vi siete lasciati» disse Milena, restituendole il telefono. «Eppure sono convinta che vi amiate ancora. Non lasciare che questo dolore vi divida.»
Luna camminava avanti e indietro per l’aula. Alzò lo sguardo sull’orologio a muro: mancavano cinque minuti al suono delle campanella. Stava per conoscere gli alunni della seconda.
Si maledisse per aver ascoltato la psicologa, che le aveva detto di essere pronta a tornare a scuola, e per essersi lasciata incoraggiare da Emanuele. Inspirò e giunse le mani, come in preghiera, per bloccare il tremore. Voleva scappare. Mancavano tre minuti.
Due settimane prima, le colleghe l’avevano accolta bene e, insieme al team, avevano preparato l’accoglienza per gli alunni. I bambini le erano mancati e, piano piano, Luna aveva imparato a stare dentro il suo dolore. Il percorso era ancora lungo, ma con il supporto di Emanuele resisteva. Vide Milena sulla soglia.
Luna lesse rassicurazione nel suo sguardo, Milena timore di crollare.
La collega entrò e la strinse a sè. «Andrà tutto bene.»
«Grazie per esserci sempre.»
Milena la lasciò e in quel momento suonò la campanella.
Luna inspirò profondamente e seguì la collega fuori dalla scuola. Nel cortile c’erano quattro classi: bambini che ridevano, parlavano, giocavano. Il cuore di Luna batté fortissimo. Le colleghe diedero il benvenuto ai piccoli e Milena la guidò verso la sua classe.
La prima bambina della fila la guardò con curiosità. «Sei la nuova maestra?»
«Sì. Mi chiamo Luna.»
«Io sono Dalila.»
La bambina le prese la mano e Luna fu attraversata da una scossa: la stessa che aveva provato quando era entrata in classe per la prima volta. Strinse la mano della piccola nella sua. Il cuore si placò e sul volto le comparve un sorriso.


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