L’ultima volta che l’ho visto stava andando via sulla sua barca. Non c’è stato alcun dramma nel nostro addio, solamente silenzi e tanti sguardi: indignati, delusi, indispettiti e, di tanto in tanto, preoccupati. «Chi, come te, non è fatta per le passioni forti, non è fatta neanche per gli addii drammatici», mi ha detto sprezzante, mentre metteva nelle valigie le camicie e i maglioni nell’esatto ordine cromatico con cui li riponeva nei cassetti. Altro che vestiti ed effetti personali lanciati fuori dalla finestra, come si vede nei film.
Dopo essersi cambiato e aver bevuto il caffè che, solo per abitudine, gli avevo preparato, mi ha dato un bacio frettoloso sulla fronte, come se stesse uscendo per andare a lavoro, e ha chiuso piano la porta dietro di sé. Per sempre. Non prima, però, di aver posato le sue chiavi sul comò; il portachiavi lo aveva già tolto la sera prima.
Anche il tempo quel giorno non si prestava a un addio drammatico: il mare era perfettamente calmo, il cielo azzurro e privo di nubi, mentre un sole caldo illuminava tutto con la sua luce intensa. Mi sarebbe piaciuto poter raccontare di aver visto la sua barca sparire tra le onde o venire avvolta dalla nebbia ma, la verità, è che mi sono dovuta accontentare di vederla diventare sempre più piccola, sempre più lontana. Così sono rientrata in casa, in questa assurda casa così vicina al mare.
Sei mesi fa abbiamo deciso di trasferirci qui, nella città in cui lui è nato e cresciuto. Erano due anni che non mi parlava d’altro: le strade, le spiagge, la luce, gli odori. Anelava a tornarci come a un paradiso perduto. È vero che la sua famiglia non ci viveva più da tempo, ma questo non gli importava. Voleva ritrovare le sensazioni della sua infanzia e voleva ritrovare il suo mare: ne sentiva una mancanza viscerale, che per lui era il nostos, il viaggio verso casa. Se lo era persino fatto tatuare su di una gamba, con tante piccole onde increspate. Per questo, quando l’agente immobiliare me l’ha proposta, ho accettato senza esitare.
Era talmente intrisa dall’aroma salmastro e pungente del mare, che non mi sarei stupita se da un momento all’altro avessi sentito l’acqua lambirmi i piedi. Ero sicurissima che lui ne sarebbe rimasto entusiasta. Invece, con mia enorme sorpresa, l’aveva odiata fin dal primo momento. Diceva che gli dava una sensazione sinistra, e che proprio non si fidava. Io allora, ridendo, lo prendevo in giro, e gli chiedevo come fosse possibile non fidarsi di una casa. Lui non rispondeva. Si limitava a lanciarmi uno sguardo torvo. Al contrario, io ne ero totalmente affascinata. Mi sentivo a casa, come mai mi era successo prima. Già dopo pochi giorni mi ero accorta di non riuscire più a fare a meno dello sciabordio avvolgente e calmante del mare, così vicino e vivo. Mi trasmetteva un senso di pace, di completezza. Non avevo bisogno d’altro.
Lavorando da casa uscivo poco, per fare la spesa o qualche commissione. A volte ci incontravamo con altre coppie, di solito erano suoi vecchi amici d’infanzia. Ben presto, però, anche quel poco mi era diventato intollerabile. Quando, a malincuore, ero costretta a uscire e girato l’angolo non vedevo più il mio amato mare, subito ne sentivo la mancanza. Il cuore accelerava i suoi battiti e mi mancava il respiro. A volte dovevo addirittura appoggiarmi al muro, con la testa che mi girava e la certezza di essere prossima a svenire. Rimanevo lì per lunghissimi minuti, cercando di inalare aria e ripetendomi che andava tutto bene. Tornata a casa correvo ad aprire le finestre e ad aspirarne l’odore, come in crisi d’astinenza.
Avevo cominciato a passare le ore affacciata alla finestra, in contemplazione, poi i giorni e, a volte, le notti intere. Nel frattempo trascuravo il lavoro, non rispondevo alle mail dei clienti, consegnavo in ritardo le traduzioni. Ero come in trance. Lui si era comprato una piccola barca a motore e spesso mi chiedeva di uscire insieme per farci un giro, ma io gli rispondevo sempre e solo di no. L’idea di navigare, di solcare il mio mare mi pareva un vero e proprio sacrilegio.
«Non si può dominare il mare», gli dicevo. Lui non rispondeva, si limitava a guardarmi come se fossi un caso disperato e poi usciva dalla stanza.
Gli sono bastate appena due ore per mettere le sue cose nelle valigie.
Dopo la sua partenza mi sono guardata attorno, sollevata. Con passo febbrile, impaziente, sono andata di stanza in stanza aprendo tutte le finestre, affinché l’odore e il rumore del mare potessero invadere ogni centimetro di spazio disponibile.
Nei giorni seguenti ho lasciato che la polvere e la sabbia entrassero e si depositassero a loro piacimento su qualunque superficie. A poco a poco una patina opaca ha cominciato a ricoprire i mobili e il pavimento. Intanto il tempo è passato; le ore, i giorni e le settimane si sono accumulati, non saprei più dire quante ma, oramai, tutto questo per me non ha più la minima importanza.
A ogni alta marea immagino cosa succederebbe se il livello dell’acqua salisse di più, sempre di più, senza fermarsi. All’improvviso, decisa, entrerebbe in casa, e si infilerebbe dappertutto. Ne invaderebbe ogni angolo, anche il più nascosto. Chissà, forse è proprio per questo che la casa è stata costruita così vicina al mare. Riesco quasi a vedere l’architetto mentre, chino sul progetto, esclama: «Ecco, qui metteremo la cucina, qui il bagno, e qui la finestra da cui entrerà il mare».
Allora mi siedo, chiudo gli occhi, e attendo. Lascio che il telefono squilli o che qualche visitatore inaspettato si stanchi di bussare invano e vada via. Lo so cosa pensano: che mi sto isolando, che non sto bene, e che probabilmente è stata la partenza di lui a ridurmi così. Che sciocchi. Non potrebbero essere più lontani dalla realtà. Possibile che non capiscano che sto solo aspettando di sentire il tonfo leggero e ritmato delle onde contro la mia porta?


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