Alle tue spalle, le fiamme delle fiaccole ondeggiano. Le urla in lontananza sono una mano che ti stringe la gola. Sussulti e abbassi lo sguardo. Sei scappata. Cos’altro potevi fare?
Segui con lo sguardo la linea di pietre sconnesse che prosegue davanti a te. Sudiciume, macerie, croste di sangue. E la puzza che ti entra nella bocca. Il corridoio è uguale a tutti gli altri. Là sotto sembrano esserci soltanto cunicoli e piccole stanze circolari – ma tu sai cosa si nasconde tra le ombre. Ora che l’hai visto, vorresti solo scappare.
Guardi davanti a te, cercando di ignorare le grida che ti raggiungono. A ogni tua esitazione si attenuano: presto saranno tutti morti. O peggio. Ma a te importa soltanto di salvarti. Il pavimento di pietre termina con una parete di mattoni rossi illuminata da entrambi i lati: in fondo a quel corridoio c’è un bivio.
Potrebbe sembrare uno dei tanti passaggi che si susseguono senza ordine e senza logica. Ma non è così. Lo senti nell’aria. Il tuo naso aguzzo ti ha salvata altre volte. Quelli là che stanno morendo come animali non lo sanno. Ti somigliano, ma sono così rozzi, così giovani. Te l’aveva detto tuo padre, tanti anni fa.
«Sono come statue di argilla appena abbozzate. Forse chi li ha creati, un giorno, finirà il lavoro.»
Le parole di tuo padre. Anche adesso ne avresti bisogno.
Nel tanfo che impregna il tunnel percepisci una brezza dolce. Ne hai seguito l’odore fino a qui. Sa di cielo e di alberi. Non sembrano lontani, ma quel bivio ti confonde. Destra o sinistra. Uscita o trappola. Vita o morte. In fondo, è come un tiro di dadi.
Ma tu vuoi più di una possibilità. Vuoi vivere. E sei pronta a sacrificare tutto ciò che ti ha portata a scendere tra le ombre di questo luogo di morte. Volevi vendicare tuo padre e difendere l’onore della tua famiglia. Lui avrebbe voluto così.
Ora, dopo quello che hai visto, le tue intenzioni ti sembrano solo sciocchezze. In fondo sei come quelle creature imperfette che senti gridare in lontananza, mentre l’ombra le fa a pezzi. Anzi, sei peggio di loro. Non sanno che tu hai avuto la possibilità di scegliere. Non si sarebbero mai fidati di qualcuno come te.
Guardi ancora il bivio che si apre come una domanda. Le urla si accendono con più forza: è l’impeto disperato prima della fine. Altri morti, altri dannati. Si accatastano sulla tua coscienza, ma tu pensi solo a risalire verso la superficie. Il tuo fiuto, però, non è abbastanza per trovare l’uscita.
Sospiri e ti accovacci a terra. Non volevi farlo, ma è l’unico modo. Passi un dito tra le pietre del pavimento. Nelle fessure, un piccolo spazio umido. Tocchi la terra con la punta dell’indice e uno spasmo si diffonde nel tuo corpo. È la vita che quella poca terra custodisce, la sua potenza di linfa e umidità.
Sollevi le maniche della giubba e scopri gli avambracci. Li avvicini unendo i polsi. I segni sulla tua pelle iniziano a brillare come tracce di smeraldo. Sono un intreccio di radici che ti avvolgono fino alle spalle. La luce si fa più intensa e la tua carne inizia a bruciare. Non ti sei mai abituata a quella sensazione.
Ricordi il dolore di quando sei stata segnata. Eri una bambina e lo fece tuo padre.
«Nasciamo dalle madri» ti disse quel giorno, «ma i più forti di noi iniziano a esistere dai segni.»
Tu avevi stretto la mandibola per non piangere. Il palco di corna di tuo padre ti faceva ombra sul viso, quasi come una carezza. Ma i suoi occhi erano un punto di luce verde che ti scavava nella carne.
I segni erano un dono. Lo sguardo luminoso di tuo padre ti stava aprendo la pelle, come un aratro che spacca la terra e la prepara per la semina. Tu trattenevi un grido nella gola. Eri una bambina forte, tutti lo dovevano vedere. C’era la tua famiglia e tante altre persone che non conoscevi. Quello era un giorno importante. Erano pochi gli uomini che sapevano fare i segni. Tra loro, c’era tuo padre.
«Le donne segnate dai padri sono le più vigorose» sussurrò qualcuno, mentre il dolore diventava insopportabile.
Il bagliore dei segni sulle tue braccia si diffonde nel tunnel, creando un cono d’ombra che fa sparire i corridoi a destra e a sinistra del bivio. Devi lottare per non far vincere la paura o, peggio, il dolore. Quell’odore di cielo che hai fiutato potrebbe essere un altro inganno. Potrebbe non esserci uscita. Per nessuno. Avresti lasciato i tuoi compagni a morire inutilmente. E con loro, nell’oscurità più profonda, l’unica tenue speranza di rivedere tuo padre. O di vendicarlo.
Per non pensare, ti concentri sulla tua pelle che brucia. I segni si incidono su di te come la prima volta e brillano nel buio. Allontani i polsi nel momento esatto che hai imparato a riconoscere.
«È come danzare con la morte» ti diceva tuo padre. «Se ti spingi troppo in là, sarai tutt’uno con il dolore e non tornerai indietro.»
Ansimando, estrai dalla tua bisaccia una manciata di terra. È umida e compatta. Odora di casa. Tra i granelli scuri, vedi i piccoli semi bianchi. Luccicano come il carapace di un insetto. Sorridi. Loro ti aiuteranno. Lo fanno sempre, in cambio di un po’ della tua vita.
Ti chini sul pavimento e metti la terra e i semi nelle fessure tra le pietre. Distendi i palmi sul terreno. E la luce dei segni sulle tue braccia scende verso il basso, come acqua che cola nelle tue dita. È sempre più intensa. Poi con un lampo si spegne.
Lo sforzo ti riempie di fuoco. Ogni muscolo del tuo corpo trema e si svuota per dare la vita ai semi, per farli crescere.
«La vita non può essere creata dal nulla» ti diceva tuo padre, mentre ti addestrava, «possiamo solo donarla. Fino a morire.»
Anche adesso, ogni fibra di te brucia. La fiamma che ti scava nelle vene è una linea che si avvicina: devi camminare su un filo per dare vita ai tuoi semi, tenendone abbastanza per te.
«Il dolore è tuo alleato» concludeva sempre tuo padre, quando tu eri a terra e tremavi e volevi solo morire. «Ti trattiene, come una radice piantata nella vita.»
Così hai imparato e ora guardi i germogli spuntare tra le pietre del pavimento del labirinto. Ti rialzi e ascolti i tuoi semi.
Intanto loro crescono nella terra, tra le fessure. Bevono la tua vita e diventano più forti. I piccoli semi sono già fili d’erba e minuscole foglie verde smeraldo.
E tu senti le loro radici scavare e allungarsi nel buio. Braccia, dita, tentacoli. Sottili e lunghissime. Sono sotto le pietre, protese già verso la fine del corridoio. Crescono a destra, a sinistra, scandagliano le ombre. Tanti piccoli fiori bianchi sbucano tra i mattoni delle pareti. Sono occhi che vedono nell’oscurità.
Ora i tuoi piccoli semi ti parlano.
Verso destra. L’uscita è verso destra. Non è lontana.
Una linea di fiori germoglia davanti ai tuoi piedi. È un invito.
Ti volti indietro un’ultima volta. Tenui urla strozzate, come candele che tremano prima di spegnersi.
Quella cosa a volte non uccide. Per questo sei venuta a cercarla. Tu l’hai vista quando ha portato via tuo padre e ti sei convinta che l’abbia risparmiato per tenerlo con sé. Quando hai detto che saresti partita, ti hanno dato della pazza, perché nessuno può tornare dalle ombre. Così, ti sei rivolta a quegli esseri imperfetti. Li hai chiamati compagni e li hai portati lì sotto, facendo credere loro che si sarebbero potuti salvare.
Ora, però, quella cosa li ha presi con sé. Ti domandi se hanno già capito che le tue parole erano solo menzogne. O forse non ne hanno avuto il tempo.
Davanti a te, ti chiamano ancora i piccoli semi.
C’è un’uscita. Non è lontana. Verso destra. Puoi scappare. E vivere.
Non puoi più aspettare. Le ombre nel cunicolo si allungano alle tue spalle. Sfiorano già la tua pelle come una mano umida.
Adesso devi decidere cosa vuoi fare.
Tu sai cosa si nasconde tra le ombre
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Commenti
2 risposte a “Tu sai cosa si nasconde tra le ombre”
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Come ho già scritto su Instagram, il racconto potrebbe essere l’incipit per un bel fantasy. Personalmente continuerei a leggerlo… 🙂
Il Worldbuilding è appena accennato ed è giusto così visto che è un racconto, altrimenti appesantirebbe la lettura. La scelta della seconda persona aggancia il lettore e lo porta alla fine del racconto con la curiosità di sapere cosa sceglierà la protagonista, quale strada imboccherà. Bello!
Complimenti Ivan 🙂-
Grazie, Laura, delle tue parole! Ho scritto questo racconto proprio per mettere alla prova alcune idee per un progetto più lungo. Sono felice che questa prima parte ti sia piaciuta.
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