Chui

«Chui.»
Quel suono mi fece voltare di scatto verso Naivas e Wafula. Fino a quel momento la giornata di lavoro sul campo era trascorsa liscia, ma bastò sentire quella parola perché i muscoli del mio corpo si tendessero, pronti a scattare. Non era la mia prima volta nelle foreste del Kenya centrale e il mio scarso swahili mi bastava a capirne il significato: leopardo.
Sapevo dunque cosa volesse dire, ma non perché Wafula l’avesse pronunciata.
Nella boscaglia in cui stavamo lavorando, a quasi duemila metri sulle ripide pendici dei monti Nyandarua, eravamo immersi nel verde. I muri di arbusti che ci avevano accompagnato per ore si erano finalmente allargati intorno all’albero alto trenta metri su cui dovevamo piazzare la nostra fototrappola. Ne stavo approfittando per avere un po’ di sollievo dai rami in faccia, dalle ortiche sugli stinchi e dalle spine nelle braccia. Spine e ortiche ti accompagnano inevitabilmente quando cammini lungo quei corridoi creati dagli elefanti in quel labirinto verde.
Un brivido scese lungo la schiena, passò dai piedi e si scaricò a terra. E non sapevo bene come reagire: non volevo certo creare panico, anche se non sembrava ce ne fosse bisogno: Wafula e Naivas continuavano a chiacchierare come niente fosse.
«Hai detto leopardo?» chiesi a Wafula, stando attento a non farmi sentire dagli altri.
«Sì, sì, ce n’è uno qua vicino. Naivas ne ha sentito l’odore appena ci siamo fermati» rispose e si rigirò verso il collega per continuare una conversazione, a quanto pare, più rilevante in quel momento.
«Probabilmente ci sta osservando; possiamo continuare» intervenne Naivas, vedendomi insoddisfatto della risposta, poi riprese a chiacchierare col collega.
Di tempo in luoghi selvaggi, lontano dalle persone e immerso nella natura, o in quella che pensavo fosse Natura, ne avevo passato. Ma nulla mi aveva preparato a dovermi sentire tranquillo sapendo che un animale, un predatore, tra i più formidabili di quelle foreste, era a pochi passi da noi e ci stava guardando, con un misto di stupore e curiosità, immagino. Eppure, il brivido di preoccupazione era sparito, sceso del tutto sotto i miei piedi, e saliva invece una curiosità: cosa starà pensando il leopardo? Sarà forse la stessa femmina che abbiamo visto qualche giorno fa dal fuoristrada? Tutt’oggi mi piace pensare che fosse proprio lei.
Continuammo a lavorare per circa un’ora, raccogliendo misure, identificando piante e piazzando la fototrappola. E ricordo ancora quanto i miei sensi fossero tesi: volevo cogliere anch’io la sua presenza come avevano fatto i ranger e cercavo di concentrare tutti i sensi su quel momento, su quel luogo.
Un uccello giallo si alza in volo col suo grido d’allarme da un cespuglio dietro di me; una farfalla di smeraldo sbuca dall’ombra delle piante e si avvicina a una piccola pozza accanto al punto in cui avevo appoggiato le mani sul terreno umido; l’odore dolciastro delle piante spezzate dal nostro passaggio mischiato a quello acre e muschiato di un bufalo passato di lì da poco; un babbuino lancia il suo richiamo d’allarme; una colonna di formiche brune striscia sul sentiero tra i miei piedi con un fruscio fioco, costante.
Percepivo tutto e ricordo ogni sensazione, grazie al suo potere.
La sua presenza, lì insieme a me tra quei cespugli, tra quegli alberi.
Mi fece stare all’erta, ma non spaventato.
Essere al cospetto di una creatura pienamente in sintonia col suo ambiente mi costrinse a essere io stesso più connesso, più consapevole, anche se solo per un’ora.
Non era il mio primo incontro in quelle foreste, ma con elefanti e bufali questo non m’era mai successo; con lei sì. Avevo già visto dei leopardi, ma non ne avevo mai incontrato uno: li avevo sempre osservati da lontano, nella sicurezza di un fuoristrada.
Partimmo a lavoro finito, con la fototrappola piazzata e le misure prese su alberi e arbusti.
«Twende, andiamo» disse Wafula e si mise in testa al gruppo. Vidi Naivas, in coda, sbirciare tra i cespugli. Cercava forse di vederla?
Ricominciarono i rami in faccia e le ortiche sulle gambe, una tortura fino al fuoristrada.
Il tonfo della portiera, la chiave che gira, il motore che si avvia, la strada che scorre, i muri di arbusti lasciano spazio a muri di mattoni e lamiera: ero dentro, con lei; ora sono fuori, da solo.
Eppure anche qui e oggi, basta il canto di un uccello, la traccia fresca di una volpe, l’abbaiare di un capriolo spaventato, il tonfo di una rana in un fosso, o, se mai mi ricapiterà, l’odore di un leopardo nascosto in una foresta, per non sentirmi fuori, per non sentirmi solo.

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