Il bar aveva luci color ambra bruciata, quel tipo di illuminazione che fa sembrare o tutti più belli o tutti più stanchi.
Fuori pioveva con la pigrizia di novembre, gocce che non si decidevano né a cadere né a smettere.
Lui entrò spingendo la porta con la spalla. Non guardò l’orologio perché sapeva già di essere in anticipo.
Il cappotto scuro gli pendeva dalle spalle. Quella sera non l’aveva scelto, lo aveva preso e basta. Camminava con quel passo di chi non si scusa. Il passo di chi ha smesso di chiedere permesso, o forse non l’ha mai imparato.
Lei era già lì. E questo cambiava tutto.
Era seduta al tavolo, con le mani una sull’altra. Il pollice spingeva l’anello verso la nocca, poi lo riportava giù, di continuo.
Qualcosa gli si sciolse dietro la fronte. Sollievo, quello sporco, quello che ti prende quando qualcosa finalmente non ti sfugge tra le dita prima ancora di averlo toccato.
«Ciao.» La voce gli uscì calda ma graffiata, troppo vera per quel posto che fingeva intimità.
Lei lo guardò con occhi scuri, fermi, con quella profondità che viene solo dopo aver guardato troppe volte nel vuoto.
«Ciao.»
Lui si sedette tirando la sedia, senza fare troppo rumore. Il cameriere arrivò con quel sorriso che non chiede niente, penna in mano, sguardo assente. Lui ordinò senza aprire nemmeno il menù.
«Un bourbon. Liscio. Doppio.»
Lei non ordinò nulla. Lo lasciò fare. Lo lasciò parlare.
Per un istante rimasero così. Il rumore del bar era lontano.
Lui guardò le sue mani, quelle dita che continuavano a muovere l’anello. Lei se ne accorse e le ritirò di scatto.
«Non prendi niente?» chiese lui.
«No. Stasera non mi va.»
«Stasera è una buona sera per bere.»
Lei accennò un sorriso che le restò lì sulla bocca. «Non faccio più molte cose che prima mi sembravano buone.»
«È questo che mi vuoi dire? Che sei cambiata?»
«No. Ti sto solo dicendo la verità: non ho voglia di bere.»
«La verità è che sei qui.»
«La verità è che avevo tempo.»
Il bourbon arrivò in un bicchiere di cristallo pesante. Lui lo prese in mano, lo ruotò lentamente, guardò il liquido muoversi, forse per verificare che fosse abbastanza da fare danni.
«Sai cos’è che odio?» disse. «Le frasi che si possono usare ovunque. “Avevo tempo.” “Vediamo.” “Non lo so.” Frasi di servizio. Frasi per non entrare davvero in contatto.»
Lei si irrigidì, il tanto che bastava. Lui lo vide. Vide la spina dorsale che si raddrizzava.
«E cosa vuoi sentire?» disse lei.
«Voglio sentire quello che pensi davvero. Quello che non dici. Quello che ti tiene sveglia la notte.»
Lei si appoggiò allo schienale, prendendo distanza.
«Penso che tu vada troppo veloce» disse, guardandolo dritto.
«Veloci sono gli incidenti. Io sono…» cercò la parola giusta, la cercò sul soffitto, nel bicchiere, nel fondo del locale. Non la trovò. La sostituì con un gesto: portò il bicchiere alle labbra e bevve un sorso che voleva essere breve, ma durò molto di più. «Io non voglio perdere tempo.»
Lei annuì, con quella lentezza di chi ascolta un uomo che parla di una malattia che non sa di avere.
«Il tempo non si perde. Si spende» disse. «E tu lo stai spendendo male.»
Lui rise. Fu un colpo secco, qualcosa che non aveva niente di divertito. «E io lo spendo bene. Con te. Stasera.»
Lei si limitò a guardarlo, e per un attimo il suo sguardo parve passargli attraverso, a cercare qualcosa dietro la faccia, dietro la voce, dietro le parole giuste dette al momento giusto.
«Perché io?» chiese.
Lui aveva la risposta pronta, forse l’aveva preparata da un po’. «Perché quando mi hai guardato l’altra volta non mi hai chiesto chi ero. Non hai chiesto cosa facevo, dove vivevo. Mi hai guardato e basta. Ti sei presa il tuo tempo. Non succede quasi mai.»
«E hai deciso che era amore?»
«Io decido poche cose. Ma questa sì.»
Lei abbassò gli occhi, e finalmente la mano si mosse: l’anello scivolò un poco sul dito, troppo largo ora, poi lo riportò al suo posto.
«Non chiamarlo così» disse, con voce più bassa.
«Perché no?»
«Perché poi si rompe. Le cose che hanno un nome si rompono. Sempre.»
Lui si sporse in avanti, puntando i gomiti sul tavolo.
«Siamo adulti. Le cose si rompono sempre. Anche noi ci rompiamo. Il corpo si rompe, la testa si rompe, anche i ricordi belli si rompono. Ma non è questa una ragione per non toccarle.»
Lei inspirò. Il respiro le rimase un attimo fermo in gola, intrappolato, poi scese lento.
«Tu dici queste cose perché ti fanno sentire coraggioso.»
«Le dico perché sono vere.»
«No.» Lei alzò lo sguardo di colpo, e quel “no” aveva dentro una stanza piena di mobili coperti, di porte chiuse, di luci spente, di cose non dette. «Le dici perché non sei stato lasciato a metà. Le dici perché nessuno ti ha fatto credere che eri l’unica cosa che contava davvero, e poi se n’è andato mentre dormivi.»
Lui rimase con il bicchiere sospeso a mezz’aria. Il bar continuava a rumoreggiare, a respirare, a ridere, ma attorno a loro lo spazio si era ristretto.
«Che significa?» chiese con un filo di voce.
«Significa che non sai cosa succede quando ami davvero» disse. «Quando ami con tutto. E poi resti senza pelle.»
Lui sentì i muscoli gonfiarsi. «Io so cosa succede quando non ami. Quello lo so. Succede che ti svegli e un giorno ti accorgi che ti sei perso. Che hai fatto finta per così tanto tempo che non ricordi neanche più perché stavi fingendo. E nessuno ti ridà indietro niente.»
«Nessuno ti ridà niente» replicò lei, con una calma lucida. «Anche l’amore non ti ridà niente indietro. Solo che prima ti prende tutto. Ti svuota. E poi se ne va portandosi via anche i pezzi che non sapevi più di avere.»
Lui posò il bicchiere.
«Chi ti ha fatto questo?»
Lei sorrise. «Non è una persona. È un periodo. È una somma di cose. È una versione di me che non esiste più e che non voglio più guardare.»
«Io non ti chiedo di tornare quella che eri.»
«E cosa mi chiedi?»
Lui si passò una mano sul viso, cercando di togliersi di dosso una stanchezza che non aveva nulla di fisico, che stava più in profondità, nelle ossa.
«Ti chiedo di non farmi pagare per gli errori di altri. Per uno che non sono. O per uno che non c’è più.»
Le dita di lei si aprirono sul tavolo, e il palmo mostrò una linea più chiara, una cicatrice sottile.
«La vedi questa?» disse.
Lui guardò. «Sì.»
«Non mi fa male. Ma quando qualcuno la sfiora io la sento. Sempre. Anche se non dovrei. Il corpo ricorda anche quando la testa ha smesso di ricordare. Anche quando hai perdonato, anche quando pensi di essere guarita.»
Lui guardò la cicatrice, la mano, il polso dove batteva qualcosa.
«Io non voglio ferirti.»
«Tutti lo dicono.»
«Io no. Te lo garantisco.»
Lei rise e quella risata fu una lama: scende nella carne e poi esce. Solo dopo vedi il sangue. «Garantisco. È la parola più pericolosa che conosco. Più di “ti amo”. Più di “per sempre”.»
Lui fece uno scatto all’indietro. «Allora dimmi cosa vuoi sentire. Dimmi cosa devo dire per non sbagliare. Cosa devo dire?»
«Niente» rispose lei, e gli occhi si erano fatti più scuri. «Non devi dire proprio niente. Devi solo capire.»
«Capire cosa?»
Lei gli si avvicinò di pochi centimetri, senza sporgersi. «Che io non ho paura di te. Non sei tu il problema. Ho paura di me. Di quanto posso diventare stupida quando mi sento vista. Di quanto posso dare senza accorgermi che l’altro ha smesso di prendere.»
La frase rimase tra loro. Nuda.
Lui la osservò: in lei c’era qualcosa che si apriva, una porta arrugginita, e qualcosa che si difendeva dietro.
«Io. Ti. Vedo» disse lui.
Lei scosse la testa. «Non dire così.»
«Perché?»
«Perché mi viene voglia di crederti. E quando comincio a credere, poi ci casco.»
Lui annuì quando intuì di aver trovato un punto da dove entrare. «Che male c’è se ci credi?»
L’ombra di lei, quella che si ritraeva dietro gli occhi, salì un gradino e si affacciò alla superficie.
«Allora mi consegno» disse. «E io, quando mi consegno, non tengo niente. Do tutto. La testa, il corpo, i segreti, le notti, le paure. E poi…»
«E poi?»
Lei tirò indietro le mani e le infilò sotto il tavolo, dove lui non poteva vederle, dove non potevano tradirla.
«E poi la vita presenta il conto» disse. «E io non posso più. Non ho più riserve. Sono vuota.»
Lui aprì la bocca. La richiuse.
«Io ho cinquantatré anni» riprese lui, con voce bassa e ruvida. «Non posso permettermi di essere elegante. Non posso aspettare che tu guarisca, che tu capisca, che tu decida di avere di nuovo fame. Io ho un tempo che non torna. Che è già andato via per metà. Capisci? E io voglio viverlo adesso. Non domani. Adesso.»
«Adesso. Sempre adesso. Come se il tempo fosse solo tuo.»
«Sì. Adesso.»
«Tu non vuoi me» disse lei. «Tu vuoi la sensazione che qualcuno ti scelga. Ti serve una prova che vali. Ti serve uno specchio che ti dica che esisti per qualcun’altra.»
Lui si scostò, colpito.
«È falso.»
«È vero, invece.» Lei si chinò un poco in avanti. «Guarda che non ti sto accusando. Ti sto leggendo. Tu entri in una stanza con le braccia aperte perché temi che, se chiudi le mani, se stringi i pugni, resti a mani vuote. E io… io so cosa succede quando uno entra così. Prima o poi chiede. Chiede conferme. Chiede prove. Chiede sempre.»
Lui la fissò senza battere ciglio. «Io non ti chiedo niente. Voglio solo esserci.»
«È già una richiesta. Enorme. Ma non lo capisci.»
Il cameriere passò con un vassoio di bicchieri vuoti. Lui alzò una mano, stava per chiedere un altro bourbon, poi ci ripensò e abbassò la mano. Lei lo notò. Notava tutto.
«Hai paura.»
«Chi? Io?»
«Sì. Hai paura che io ti dica di no. Hai paura che io esca da quella porta e tu resti qui con la tua giornata vuota, con il tuo letto freddo, con la tua voglia che non trova sfogo e che ti mangia da dentro.»
Lui trattenne il respiro. Poi, lentamente, annuì, mentre le spalle si abbassavano.
«Sì» disse. «È vero. Ho paura. Ho paura di restare solo un’altra volta. E allora?»
«Allora almeno non fingere. Chiamalo bisogno. Chiamalo fame. Chiamalo solitudine. Chiamalo come vuoi. Ma non chiamarlo amore.»
Lui strinse le dita sul bordo del tavolo.
«E tu? Non hai bisogno? Non hai fame? Non hai paura di restare sola?»
L’anello si fermò.
La pioggia aumentava fuori, picchiava contro le finestre come qualcuno che bussa perché vuole entrare.
Lei abbassò gli occhi.
«Io… ho una fame che mi spaventa» disse. «Perché so che posso essere felice. E so anche quanto mi costa, dopo. Quando tutto finisce.»
«Guardami.»
Lei lo guardò.
«Non posso prometterti niente. Va bene?» disse lui. «Non posso salvarti. Non posso ripagarti quello che hai perso. Non posso garantirti che non ti farò del male.»
«Bravo» sussurrò lei, e quel “bravo” era una carezza che faceva male, che arrivava dove non doveva.
«Posso solo scegliere di esserci, finché ci siamo» continuò lui. «Finché regge. Finché lo vogliamo. E posso chiederti solo una cosa. Una.»
«Eccola qui… la richiesta…»
Lui fece un sorriso storto. «Sì. Eccola. Non scappare prima di vedere che succede quando non scappi. Quando resti. Solo questo ti chiedo.»
Lei rimase colpita dalla semplicità, dall’assenza di promesse. Poi le sue mani riemersero da sotto il tavolo, lentamente. Le posò di nuovo davanti, aperte, vulnerabili.
«Se resto,» disse, «tu ti farai male. Te lo dico già adesso.»
Lui annuì. «Probabile.»
«E se ti fai male, mi odierai. Tutti finiscono per odiare.»
«No. Io no.» Lui scosse la testa, deciso. «Ma se mi faccio male, almeno saprò che sono vivo. Che ci ho provato. Io non ti voglio perfetta. Ti voglio vera.»
Lei chiuse gli occhi per un istante. Un tremore minuscolo le attraversò la base della bocca.
«Hai un modo terribile di parlare. Lo sai?» disse.
«Lo so.»
«Mi fai venire voglia di credere che, per una volta, non ci siano interessi da pagare. Che si possa amare senza pagare il doppio dopo.»
Non era il momento di essere brillante, di dire la cosa giusta. Lui si limitò a portare la mano avanti, lentamente, millimetro per millimetro, fino a sfiorare il bordo del suo palmo. Non la cicatrice. Solo la pelle.
Lei non si ritrasse.
«Non farne un film.»
Lui annuì. «Non ne ho voglia.»
Lei lo guardò un attimo più lungo.
«Allora andiamo» disse lei.
Lui si alzò. Tirò fuori il portafoglio, lasciò sul tavolo più soldi del necessario, senza contare.
Fuori, la pioggia fredda li colpì in faccia. Marciapiedi bagnati che riflettevano luci sporche, auto che passavano senza fermarsi, gente che correva con giornali sulla testa. Niente musica. Nessuna promessa.
Lei si fermò sotto una tettoia di un negozio chiuso, si strinse il cappotto addosso con le braccia incrociate. Lui le rimase accanto, vicino ma non troppo.
«Una cosa» disse lei, con la voce quasi persa nella pioggia, nel rumore della città.
«Dimmi.»
«Se io resto… non chiedermi di guarire in fretta. Non chiedermi di fidarmi bene. Non chiedermi di essere leggera, di ridere quando non mi va, di fingere che va tutto bene.»
Lui annuì, senza esitazione.
«E non venire per farti scegliere. Non venire per sentirti vivo attraverso di me. Vieni qui per scegliere anche tu. Ogni giorno. Anche quando non ti va.»
Lui la fissò. Un secondo. Due.
«Va bene» disse. «Ma sappi che io sceglierò anche quando tremo. Anche quando avrò paura. Anche quando penserò che stai per andartene.»
Lei si guardò intorno. Poi fece un passo fuori dalla tettoia, sotto la pioggia, quella che bagna fino alle ossa, e lo costrinse a seguirla.
Camminarono per un isolato, forse due. Lei davanti, lui appena dietro. Solo il rumore dell’acqua sui vestiti e sull’asfalto.
A un certo punto lui si fermò.
Lei fece tre passi prima di accorgersene. Si voltò.
«Che c’è?»
Lui la guardò. La pioggia gli colava sul viso.
«C’è che ti voglio vivere.»
Lei scosse la testa. «Non sai cosa stai dicendo.»
«Sì che lo so.»
«Non è vero.»
«Sì che è vero.»
Lei fece un passo verso di lui. «Tu non resterai quando sarò acida, quando mi chiuderò nei miei silenzi, quando non saprai se ti voglio ancora o se non trovo le parole per dirti che è finita.»
Lui la guardò dritto. «Probabile.»
Lei rimase ferma.
«Ma voglio arrivarci lo stesso» disse lui. «Non posso immaginare di non arrivarci.»
Lei lo fissò. Poi si avvicinò. Gli poggiò una mano sulla guancia.
Lo baciò.
Quando si staccò, lo guardò.
«Andiamo» disse.
Probabile
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One response to “Probabile”
-
Interessante scelta quella di basare tutto il racconto quasi esclusivamente sul dialogo. Ho apprezzato che non ci fossero i soliti cliché sentimentali. Più che una dichiarazione d’amore qui si mettono sul piatto le proprie paure, dichiarate o meno, prima tra tutte: la paura di restare soli, o di annullarsi nell’altro.
Mi piace molto la scelta del titolo: “Probabile”. Probabilmente andrà tutto a gambe all’aria, ma vale la pena provare.
Bravo 🙂

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