Il negozio del tempo

Si guardava le scarpe, Ettore. O almeno così sarebbe parso a un osservatore distratto. Avanzava lento, con quell’andatura che sembrava più trascinata che voluta. Le spalle curve, le mani intrecciate dietro la schiena, e la sensazione che fosse l’asfalto a spingerlo avanti, non i suoi piedi.
Usciva ogni mattina, non perché avesse una meta.
«Prenda aria, le farà bene» gli aveva detto il medico. «Uscire aiuta.»
Aiuta, sì. Ma a cosa, esattamente, non l’aveva ancora capito.
Non si sentiva malato. Solo… sospeso, come una foglia rimasta appesa a un ramo, a stagione finita.
Un sospiro: il petto si sollevava, poi si sgonfiava rapido, al suono di un respiro lungo e stanco.
Di tanto in tanto scuoteva la testa, come a voler scacciare pensieri intrusivi.
Faceva sempre lo stesso giro.
Appena fuori casa, girava a destra, passava davanti a Faruk, il fioraio — «Buongiorno, dottore» — poi proseguiva fino al tabaccaio dall’altra parte della strada, attraversava la piazza e tornava indietro, come se quel perimetro fosse il confine invisibile della sua esistenza.
Fino a quella mattina.
Il negozio del tempo — l’insegna comparve, o così gli parve, tra la macelleria e la farmacia.
Subito sotto, un cartello scritto a mano, con una calligrafia curata: “Svendita per chiusura definitiva.”
Si tolse gli occhiali, li appannò con l’alito caldo, poi passò il panno fino a renderli uno specchio.
Li inforcò, sistemando le stanghette sulle orecchie, e guardò di nuovo.
L’insegna e il cartello erano ancora lì.
Accelerò il passo, come se temesse di non fare in tempo a varcare la soglia prima che la saracinesca di quel posto, comparso all’improvviso, potesse abbassarsi da un momento all’altro e farlo sparire nel nulla. Come quegli sportelli che ti si chiudono davanti mentre sei in fila.
Decine di orologi stipati uno accanto all’altro riempivano la vetrina di sinistra: meccanici, al quarzo, atomici, da taschino, da polso, da parete. E subito sotto, clessidre di sabbia e d’acqua, metronomi che sembravano pronti a riprendere il battito.
Nella vetrina di destra, calendari, cronometri, sveglie di ogni misura e una serie di bottigliette in vetro con etichette a caratteri troppo piccoli per essere letti a quella distanza.
Ettore restò a fissare quella scena per qualche secondo, come chi cerca di ricordare un sogno appena svanito.
Quando varcò la soglia, scorse ripiani quasi vuoti e due o tre persone intente a leggere le etichette delle piccole bottiglie, disseminate qui e là. Un anziano commesso uscì da dietro un bancone logoro e gli andò incontro.
«Buongiorno, come posso aiutarla?»
«Davvero non saprei.»
La spiazzante sincerità di Ettore fece girare tutti i presenti: si sentì al centro dell’attenzione e arrossì abbassando la testa istintivamente. L’uomo sorrise e gli fece cenno di avvicinarsi a uno degli scaffali.
Gli occhi migrarono prima per il piccolo ambiente, quasi a volerne misurare il perimetro, e poi planarono sulla mensola che l’anziano stava indicando.
«In realtà non è rimasto molto, ma qualche occasione può ancora trovarla. Oggi chiudiamo e tutto quello che vede costa meno della metà del prezzo originario.»
Nessuno annusava quei piccoli recipienti che pure somigliavano a profumi, bensì erano tutti intenti a leggere le minuscole lettere che le etichette riportavano. “Un’ora di risate”; “Due ore di volo sull’oceano”; “Un pomeriggio d’estate”; “Una cena romantica”.
La sua curiosità cresceva ma non riusciva a proferire parola. Non una domanda.
La voce sembrava essersi rintanata in un punto nascosto del suo essere.
Ripeteva, quasi ipnotizzato, il gesto di prendere in mano una boccetta dopo l’altra.
“Una passeggiata al mare della durata di un’ora e mezza”; “Il tempo di un tramonto sul mare, fino a quando il sole scompare”. Il cuore di Ettore si fermò. Il respiro accelerò, la bottiglietta scivolò dalle mani. Il commesso, che non si era mai allontanato più di due passi da lui, con un rapido movimento l’afferrò, la strinse e gliela restituì.
«Si sente bene? È impallidito.»
Ettore non rispose. Una voce femminile nella sua testa: Che darei per vedere ancora una volta il sole sparire nel mare. Hai presente Ettore, quel momento esatto in cui l’ultimo spicchio sottile si inabissa? Ecco, proprio quell’istante.
Una lacrima furtiva arrivò, in men che non si dica, al labbro superiore e il suo sapore di sale morì sulla lingua asciutta.
Anna… la sua Anna.
Tolse il tappo. Un profumo, un misto di talco e note fiorite, muschio bianco e orchidea.
Un profumo, il suo profumo.
«Prendo questa.»
Lasciò che l’uomo la incartasse con un piccolo foglio di carta da pacchi. Si voltò e fece per uscire, quando si accorse di essere rimasto l’ultimo cliente e che la saracinesca era stata lievemente abbassata.
La luce all’improvviso sembrò più fioca. Con un sorriso che sapeva di gratitudine salutò silenziosamente l’anziano commesso che rispose con un gesto della mano.
Mentre si allontanava, udì il rumore della saracinesca che si abbassava ancora e infine un colpo secco.
Cercò una panchina e andò a sedersi. Aprì la bottiglietta, ne aspirò il contenuto e chiuse gli occhi.
Un meraviglioso tramonto arrossì davanti ai suoi occhi.
La sabbia tiepida gli accarezzava i piedi nudi, i pantaloni arrotolati fino al ginocchio, e sulla mano destra — appoggiata alla gamba piegata — una piccola mano calda.
«Anna, sei qui… mi sei mancata.»
«Sono sempre stata qui» rispose lei, poggiando la testa sulla sua spalla.
Il sole calava lento in acque tranquille, una luce dorata accarezzava i loro volti; nell’aria, note talcate e profumo di orchidea.
Ettore chiuse gli occhi, lasciando che il cuore esplodesse di felicità.
Un passante vide quell’uomo immobile su una panchina e si avvicinò per destarlo.
Sul volto di Ettore, un sorriso beato.
Nel petto, più alcun battito.
L’orologio era fermo all’ora in cui, nel negozio del tempo, aveva acquistato il suo ultimo tramonto sul mare.

Commenti

9 responses to “Il negozio del tempo”

  1. davideruscelli

    Ammetto di essere piuttosto arrugginito nelle lingue morte ma credo che Ettore derivi da un corrispettivo greco, o dalla sua radice, che significa all’incirca “tenere saldamente”, “stringere”, “possedere”, e con ciò solo per farti i miei più sentiti complimenti per la grandiosità di quest’immagine: un uomo, così tremendamente svilito dalla perdita dell’amore di tutta una vita, -e sottolineo “perdita” in relazione al significato di Ettore- che sedendo alla luce del tramonto stringe fra le mani gli ultimi istanti della propria esistenza -e sottolineo “stringe”-, riuscendo a consumarli nel ricordo dolcissimo della sua Anna. Ettore nel negozio quasi perde la presa su quella fiala misteriosa, gli scivola, poi però quando ne annusa il profumo, assolutamente certo di quel che ha fra le mani, sembra non volere lasciarla più andare: è deciso, la prende, ha nel palmo il proprio tempo su questa Terra. Per me qui la narrazione ha travalicato le parole, l’idea è più potente del mezzo -la scrittura- per quanto l’idea sia in verità molto ben scritta, quindi ancora complimenti.

  2. Niente, solo applausi.

  3. Leyla

    Un racconto intenso e poetico, bravissima Isabella. Ho amato la tua capacità d’usare il fantastico per illuminare con delicatezza il dolore silenzioso di Ettore. Il “negozio del tempo” diventa una metafora commovente: trattenere ciò che si ama. Il finale, pur triste, risplende di una dolcezza struggente. Ho fatto mio un ossimoro, che sentii in un film ed è perfetto per descrivere le sensazioni che ho provato leggendoti: sono “triste felice”.

  4. Francesco Minazzi

    Affascinante, i racconti della nostalgia mi piacciono sempre…

  5. Isabella Cudazzo

    Un racconto che, con la sua delicatezza, mi ha davvero emozionata. “Non si sentiva malato. Solo… sospeso, come una foglia rimasta appesa a un ramo, a stagione finita.” In questa immagine sembra racchiusa l’intera storia, ma è proprio in quell’essere sospesi che l’autrice riesce a creare uno spiraglio magico tra la vita e la morte. E lì echeggia una sola domanda: cosa, o chi, vorresti rivedere prima che tutto finisca? Ettore sceglie la sua bottiglietta, vivendo un ultimo momento felice, circondato da tutto ciò che per lui conta davvero.

  6. Brava, davvero 🙂
    Molto toccante. Quando Ettore ritrova Anna, respirando il suo ultimo tramonto sul mare, mi sono commossa. Molto belle le immagini e l’idea delle boccette dal contenuto magico (“Un’ora di risate”; “Due ore di volo sull’oceano”…) è una bella trovata dal sapore malinconico. Il tuo racconto mi ha ricordato l’atmosfera magica di “Finché il caffè è caldo” di Toshikazu Kawaguchi (se non l’hai letto leggilo che è molto carino).
    Complimenti 🙂

    1. Samantha

      Grazie, lo leggerò senz’altro. Grazie ancora🙏🥰❤️

  7. Ciao Emily. Ho trovato il tuo racconto molto toccante, tenero e con quel tocco di magia che fa sognare e volare l’immaginazione. C’è un equilibrio surreale nella tua scrittura, con l’uso del passato che mi fa ha fatto pensare quasi a una favola, un sogno da raccontare. Vorrei entrarci in quel negozio e annusare i profumi della mia vita. La tua è una di quelle storie in grado di raccontare di emozioni universali e legami familiari permettendo al lettore di viaggiare con la fantasia. Il realismo magico è tra i generi che preferisco e non è scontato che una scrittrice italiana sia in grado di cimentarsi con questo stile. Davvero brava, complimenti!

    1. Samantha

      Le tue parole hanno commosso me. Grazie ❤️🥰🙏

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