Quando ti ho rivista
Finalmente è morta. Non la vedevo ormai da cinque anni, da quando sono uscito di casa mentre lei era andata a trovare papà al cimitero. Ci andava ogni mattina e gli portava dei fiori. I crisantemi bianchi, rigidi e affollati, che sembravano scolpiti nel gesso: ogni petalo, opaco e un poco ruvido al tatto, si piegava con un’inflessione grave, come se custodisse silenziosamente una fatica. Il loro odore non consolava – era acre, terroso, con un fondo umido che ricordava la muffa delle cantine. Restava nell’aria come una promessa mancata. Quando ero piccolo portava anche me al cimitero. E mi chiedevo sempre: sono i crisantemi che puzzano di cimitero o il cimitero che puzza di crisantemi? Rimanevo fermo accanto a lei, stringendo la sua mano fredda e callosa, mentre quell’odore – aspro, umido, così diverso da quello dei fiori di campo – mi entrava nel naso e ci restava per ore, come una nota stonata rimasta intrappolata nell’orecchio. A volte mi sembrava di sentirlo anche a casa, sotto le unghie, tra le pagine dei libri, sopra i vestiti. E allora pensavo che forse i morti non puzzano davvero di morte, ma di quel fiore resiliente che non vuole appassire mai.
Lo stesso odore mi ha accompagnato in ogni luogo e in ogni momento, e mi faceva ricordare papà: Wherever I have gone the blues are all the same. L’ultima volta che lo vidi, lo guardai con gli occhi di un bambino. Era lì, in piedi, appoggiato al cancello come faceva quando tornava dal turno di notte, con la giacca ancora sulle spalle e quella stanchezza buona negli occhi, quella che non pesa. Non mi disse niente. Ma il modo in cui mi guardò – come se sapesse tutto di me e non servisse aggiungere nulla – mi fece saltare un battito. Non c’era più dolore, né tempo, né distanza. Per anni ho cercato ovunque l’odore della sua acqua di colonia nell’aria, leggera come una memoria d’infanzia, con quel misto di agrumi svaniti e tabacco buono. Per anni ho immaginato di vederlo spesso. In un riflesso sul vetro, un profilo nell’ombra, un’eco nei gesti di qualcun altro. E mi sembrava di vederlo davvero. Ma mai abbastanza vicino da sentirne il respiro.
Quando uscì di casa mi disse: «Claudio se stasera non vai a dormire tardi, domani mattina ti porto la colazione e andiamo a raccogliere il fiore più bello del giardino per mamma». Dopo ho capito che quella stanchezza negli occhi non era poi così buona, e un po’ pesava. Pesava circa venticinque tonnellate, quanto il tir con cui ha fatto un frontale quella notte. E di lui, a me e mamma, non restò che una camicia cenciosa che odorava ancora di colonia. Era rimasta lì, buttata da giorni sulla sedia accanto al tavolo, tra i rumori della cucina e il rumore del sugo che sobbolliva piano, così piano che sembrava stesse aspettando il suo ritorno per cena senza freddarsi. Come se potesse tornare da un momento all’altro.
Con il passare del tempo mi sembrava di ricordare sempre meno il volto di mia madre. Il suo viso da giovane lo conoscevo benissimo: la fossetta sulla guancia sinistra che usciva solo quando sorrideva, quella ruga verticale tra le sopracciglia che appariva ogni volta che mi cercava con lo sguardo preoccupata, e la piega dei capelli tirati indietro con cura e attaccati con il suo fermacapelli dorato. Ma il volto degli ultimi anni, quello stanco, segnato – quello che avrebbe avuto diritto di restare – mi sfuggiva. Non perché il tempo l’avesse portato via, ma perché quel volto – l’ultimo – non mi guardava più. Era altrove. E io, che avevo smesso di esserle accanto, non l’avevo saputo seguire. Ma la cosa che avevo più paura di dimenticare non era il suo volto. Era la sua voce. Quella voce bassa, mai affrettata, con cui pronunciava il mio nome come se avesse sempre il tempo di aspettarmi. La sentivo ancora ogni tanto – nella mia testa, nel sonno, chissà dove – canticchiare quella canzone: Wherever I have gone the blues are all the same. Ma poi svaniva. Temevo il giorno in cui non l’avrei più riconosciuta. Perché allora avrebbe voluto dire che davvero non restava più nulla. Non la vedevo più da quel giorno di cinque anni fa, quando lei non c’era, e io ero uscito di casa per andare a seguire la lezione. È lì che mi ha preso il bus. «Ciao mamma. Benvenuta. Sono cinque anni che ti aspetto.»
Aspettarsi
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Mi siedo ogni giorno accanto alla finestra, dove la luce filtra tra le tende leggere. Guardo fuori e penso a te, mamma, come se bastasse il pensiero per farti tornare.
La casa è ferma, ma piena del tuo respiro. Ogni oggetto conserva il tuo odore, ogni stanza trattiene un tuo passo. A volte mi sembra che tu sia appena uscita.
Ti ho sognata ancora. Eri lì, sulla soglia, con il grembiule sporco e le mani aperte. Sorridevi, e nei tuoi occhi c’era tutto quello che mi è mancato.
Non temo più la fine. Se la morte mi riporta a te, allora non è un addio, ma un ritorno. Ogni giorno che passa è un giorno che mi riporta più vicino al tuo abbraccio.
Mi chiedo se anche tu mi pensi, da dove sei adesso. Se anche tu stai aspettando, con la stessa pazienza con cui mi aspettavi da bambino.
Vorrei solo rivederti. Anche solo un attimo. Sederti accanto, senza parlare. Come quando restavamo in silenzio, ma bastava esserci.
Vorrei solo rivederti. Anche solo un attimo. Sederti accanto, senza parlare. Come quando restavamo in silenzio, ma bastava esserci.
Mi chiedo se anche tu mi pensi, da dove sei adesso. Se anche tu stai aspettando, con la stessa pazienza con cui ti aspettavo quando eri bambino.
Non temo più la fine. Se la morte mi riporta a te, allora non è un addio, ma un ritorno. Ogni giorno che passa è un giorno che mi riporta più vicino al tuo abbraccio.
Ti ho sognato ancora. Eri lì, sulla soglia, con lo zaino in spalla e le mani aperte. Sorridevi, e nei tuoi occhi c’era tutto quello che mi è mancato.
La casa è ferma, ma piena del tuo respiro. Ogni oggetto conserva il tuo odore, ogni stanza trattiene un tuo passo. A volte mi sembra che tu sia appena uscito.
Mi siedo ogni giorno accanto alla finestra, dove la luce filtra tra le tende leggere. Guardo fuori e penso a te, figlio mio, come se bastasse il pensiero per farti tornare.


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