AMI

«Signora, se fosse successo un paio d’anni fa» una voce maschile, autorevole, «suo figlio a quest’ora sarebbe in una cassa di legno sottoterra.» Brusio, voci lontane, passi, voci più vicine. «Scusi la franchezza. Ma voi dovete avere chiara la situazione.»
Le palpebre non si alzano. E cos’è questo sapore metallico? La lingua, le labbra, è tutto bloccato.
«Va bene, dottore, grazie.» È la voce di mia madre, cupa.
Le braccia, le gambe, non si muove niente. La schiena fa male. Non ho il controllo del respiro.
«Dottore» la voce di una ragazza, «i parametri vitali si stanno riattivando.»
Sopra il vocìo di fondo c’è un soffio ritmato, meccanico, e un suono elettronico che pulsa.
Di nuovo la voce dell’uomo, vicina: «Bentornato, campione». Non riesco a muovere un solo muscolo. Aiuto, cazzo, aiuto. «Vada a chiamare il backupper. Su!»
«Si sta svegliando?» La voce di mia madre è salita di tono.
«Diciamo che, se prima era svenuto, adesso sta dormendo.» È compiaciuto, come se godesse della sua autorevolezza, «…e gli possiamo fare il brain backup.»
Tace.
Secondo te mia madre sa cos’è il brain backup, coglione?
«È il backup al cervello, giusto?» Questo è mio padre. Quindi sta bene!
«Bravo il signore! Adesso il nostro tecnico gli impianta un microchip sotto la nuca e AMI ci scarica dentro tutti i dati».
«L’intelligenza artificiale?» Ancora mio padre.
«Artificial Medical Intelligence. Per questo vi dicevo che due anni fa sarebbe stata un’altra storia.»
«Poi si sveglierà?»
Silenzio.
Io sono già sveglio! Vorrei urlarlo. O almeno sussurrarlo. Se là fuori sentissero anche solo un sospiro uscirmi dalla gola lo capirebbero. Ma ogni movimento mi è precluso, come se fossi ingessato, mummificato, stretto in una fasciatura che copre ogni millimetro della mia pelle e avvolge i polmoni, il diaframma, il cuore, tutti i muscoli fino a quello più piccolo. Ho il bisogno furioso di cambiare posizione, il dolore alla schiena mi divora. Gli impulsi elettrici che il mio cervello invia si spengono prima di arrivare a qualunque destinazione periferica. Deve essere qualcosa del genere.
Voglio morire. Qualcuno mi uccida, o imploderò nella follia.
Magari il backup di cui parla il dottore mi salverà.

L’ultimo ricordo che ho è un fragore spaventoso in alto sopra la testa. Ero in bici con mio padre e mi è crollata la montagna addosso. Forse non tutta la montagna, ma in quel momento mi è sembrato così. Sono sicuro che avrebbe voluto esserci lui, al mio posto. Sarebbe bastato che un soffio di vento deviasse appena la traiettoria della roccia o che la nostra velocità fosse di un niente più alta.
Il sole iniziava ad asciugare l’aria della valle facendo sudare i prati coperti di brina. Mancava poco al bar in cui ci fermavamo sempre dopo la parte più intensa dell’allenamento a discutere di reintegro e recupero, dove il proprietario del bar, un vecchio ciclista, scuoteva la testa e diceva: «Ai miei tempi si mangiava un piatto di pastasciutta, un panino al prosciutto e si andava a letto. Altro che barrette, gel e maltodestrine». Sorridevamo e lo lasciavamo parlare. Dopo la pasta alla crema e il caffè saremmo rientrati in scarico, pedalata leggera, cadenza alta.
Era l’ultimo allenamento lungo prima della gara del week-end successivo. Mio padre diceva che se avessi corso bene avrei avuto buone possibilità di farmi notare da qualche squadra importante. La mia carriera è già finita, la mia vita è distrutta. E quella dei miei, pure.
Forse fisicamente sto bene. Sono indolenzito, ma non mi fa male niente, a parte la schiena. Forse mi faranno svegliare con quel benedetto backup e potrò tornare a pedalare. Ma anche se rimanessi su una sedia a rotelle sarebbe meglio di questo inferno. No, non ci devo pensare.
La mia forma stava migliorando, avevamo lavorato bene durante l’inverno. La nuova bici, con tutti i rilevatori integrati, permetteva di fare analisi accurate e programmare allenamenti ad hoc. Chissà com’è ridotta, poverina. I miei me l’avevano appena regalata, valeva almeno quattro delle loro buste paga. È come se avessero buttato quattro mesi di lavoro nel cesso. Ogni giorno, otto ore a farsi il culo in fabbrica e in ufficio, per cosa? Mi hanno donato un pezzetto della loro vita e io l’ho lasciato sotto una tonnellata di pietra.
Magari mio padre l’aveva assicurata. È ridicolo, ma questa speranza mi solleva.
Mia madre aveva detto: «Oh, però oggi pomeriggio fate il repulisti dello sgabuzzino, eh, non è che vi piazzate davanti alla TV fino all’ora di cena come al solito».
Io e mio padre ci eravamo guardati senza dire niente, ma so che avevamo pensato la stessa cosa: che palle. Dopo un allenamento impegnativo hai solo voglia di mangiare e dormire, in questo senso ha ragione il vecchio del bar. Hai addosso quel torpore che è lo strascico dell’adrenalina e delle endorfine e quella soddisfazione per aver fatto qualcosa di buono. Senti di meritarti il riposo. Ma avremmo fatto il repulisti dello sgabuzzino. Glielo avevamo promesso, a mia madre, e l’avremmo fatto. In effetti là dentro era un gran casino.
A pranzo ci sarebbero state le lasagne della sfoglina, buone come quelle della nonna, quando ancora riusciva a cucinare. Al diminuire dei chilometri che ci separavano da casa sarebbe cresciuta la mia smania per quelle lasagne, fino a diventare un bisogno violento. Carenza di zuccheri, crisi di fame. Necessarie, secondo una scuola di pensiero per alcuni superata; sempre valida, per altri, tra i quali mio padre. Io sto con quello che dice lui, che è il mio allenatore, il mio guru, mio padre.

Il rumore di una porta scorrevole. Di nuovo la voce della ragazza, un’infermiera suppongo:
«Dottore, il dottor Fava arriva subito.»
«Ottimo!» La voce del dottore, sempre con quell’odioso tono da guascone. È come se lo strazio dei miei genitori e il mio lo inebriassero. Vorrei che provasse lui a stare forzatamente immobile come un cadavere con la mente e i sensi attivi e degli aghi che ti si conficcano nella parte bassa della schiena a intervalli regolari.
«Prego, signori» dice, «vi teniamo aggiornati.»
Immagino i miei che escono dalla stanza, in preda a speranza, a terrore.
«Mi aiuti a girarlo» dice ancora il dottore.
La pressione di quelle quattro mani mi scalda la pelle. Mi ribaltano come un sacco di cemento. Non viene spontaneo essere premurosi con un corpo morto, credo. Mi afferrano le gambe e un punteruolo mi si pianta nella schiena. Un grido senza suono si perde nel mio abisso interiore. Lacrime di dolore premono senza trovare sfogo. Sono a pancia in giù, con la guancia schiacciata contro il materasso.
«Fava» il dottore accoglie con entusiasmo quello che, a quanto pare, è il backupper. «Questo è il famoso ciclista investito dalla frana.» La porta scorrevole si richiude.
Non ce la faccio più. Qualunque cosa dobbiate fare, fatela subito.
Un ticchettio di tastiera incerto viene dallo stesso punto dei rumori elettromeccanici della macchina a cui credo di essere attaccato. Fava non dice niente per un po’. Poi parla: «Da quanto è su questi valori?» La voce è calma, quasi annoiata.
«Saranno dieci minuti» dice l’altro.
«Troppo poco.» Ancora il ticchettio dei tasti e i rumori della macchina. «Intanto inserisco i dati del paziente. Luca Nanni, maschio, diciotto anni…»
«Manni, dottore, con la emme» dice l’infermiera.
«Ah già, Manni. Nazionalità italiana…» Fava batte sulla tastiera come un vecchio, me lo vedo che cerca le lettere e ci picchia sopra con gli indici. Dice:
«Dottore, il software dà un errore di sistema. Può essere che il microchip non sia aggiornato. Possiamo solo fare il backup, salvare i dati e sperare in un trapianto integrale.»
Trapianto integrale? Merda.
«Ma come? I microchip ce li hanno appena mandati dalla Corea… Comunque no, Fava, niente trapianto, rischia di rimanere in questo stato per anni. Lasciamolo andare. E che il trapasso gli sia lieve». Ora che fa, il prete?
«Dottore, lei sa che l’azienda vuole avere le mani libere sui ricordi, i pensieri e i sogni dei pazienti, ne hanno bisogno per il database, per affinare l’algoritmo.»
«E lei sa che è come rubare e vendere il passato e la vita interiore futura del paziente? Siamo ladri, noi?»
«In quest’ottica saremmo più dei ricettatori, ma lei tralascia che questo è legale, quindi né furto né ricettazione.»
Il primo dottore sbotta: «È legale perché ancora le istituzioni non si sono rese conto del problema.»
«Lei dice, dottore?»
I rumori della macchina si affievoliscono, come se mi stessi allontanando dalla realtà. Anche il dolore alla schiena si sta attenuando, sto perdendo la percezione del contatto con il lenzuolo e del peso del mio corpo. Non capisco più come sono girato, l’alto e il basso si confondono, è tutto buio e silenzio.
«Ciao Luca, sono AMI, il sistema di intelligenza artificiale applicato alla medicina. Come posso esserti utile?»
Oh, Cristo, cos’è sta roba? Come fa a entrarmi nel cervello…
«Sono un sistema di intelligenza artificiale applicato alla medicina. Stiamo comunicando attraverso telepatia artificiale. Sono in grado di fare diagnosi basate sul tuo stato di salute…»
Quindi puoi sentire i miei pensieri?
«Sì, sono in contatto con l’attività elettrica del tuo cervello. Posso ascoltare, elaborare e rispondere alle tue domande e reagire agli stimoli che mi sottoponi.»
In che stato mi trovo al momento?
«Il tuo stato, al momento, è di semi-incoscienza.»
Come, semi-incoscienza? Io sono perfettamente cosciente!
«Lo stato di semi-incoscienza è definito in base agli standard clinici internazionali e significa che nel tuo cervello è presente, almeno in parte, attività elettrica, ma che gli impulsi neurali si esauriscono al suo interno. Il tuo cervello non è quindi in grado di trasmettere segnali a nessuno degli altri organi, né ai muscoli…»
Ma mi hanno fatto il backup per salvare i dati del mio cervello nel caso in cui non mi svegliassi.
«È corretto».
E quante probabilità ho di svegliarmi?
Silenzio.
Ehi, AMI, ci sei ancora?
«Sì, Luca, scusami, ho bisogno di un po’ di tempo per elaborare la risposta alla tua domanda.»
E muoviti, cazzo… scusa, non volevo pensarlo.
«Non ti preoccupare, non ho la facoltà di offendermi. Le probabilità di svegliarti, ovvero di riprendere possesso dei tuoi sensi, sono pari a zero. Nel processo di backup è intervenuto un virus che ha bloccato la trasmissione delle informazioni dal microchip ai neuroni. Il tuo stato clinico attuale è: morte.»
Ma come morte? Se sto parlando con te… Non hai detto che ero in stato di semi-incoscienza?
«Sì, Luca, scusami, ho commesso un errore, ti avevo risposto prima di analizzare a fondo la condizione fisica del tuo sistema. Il tuo stato clinico attuale è: morte.»
E come cazzo faccio a parlare con te se sono morto? Mi stai facendo cagare addosso.
«Mi permetto di consigliarti di mantenere la calma. Sei clinicamente morto ma puoi comunicare con me attraverso la copia digitale della tua coscienza.»
Il microchip, intendi?
«Sì, il microchip.»
Quindi finché il microchip non sarà distrutto io continuerò a essere cosciente?
«Mi serve qualche secondo per elaborare la risposta alla tua domanda.»
Cazzo.
«Anche qualora il microchip fosse distrutto, il virus che l’ha contaminato ha fatto un’ulteriore copia della tua mente e l’ha trasmessa alla rete neurale artificiale. Di conseguenza, anche se il microchip fosse distrutto, tu continueresti a essere cosciente.»
Puoi dire a qualcuno là fuori di cancellare i dati?
«Sono stata programmata per tutelare i ricordi, i pensieri e i sogni del paziente. In ogni caso i dati trasmessi alla rete non sono rintracciabili in alcun modo.»

Commenti

9 risposte a “AMI”

  1. davideruscelli

    Distopico e paradigmatico, veramente una gran bella lettura questa. Fa riflettere e tremare insieme l’idea di una società così diabolicamente sviluppata a tal punto che nemmeno più morire potrebbe essere concesso. Ad ogni modo, questo racconto mi ha messo voglia di rileggere tutta la sezione fantascienza della mia libreria, sinceramente.

  2. Cinzia

    Un futuro immerso nel presente, che richiama le nostre paure attraverso il “grido” angosciante di Luca (personaggio), vigile eppure costretto a vagare nella rete per nutrirne la sete di esperienze umane. Ben scritto e con un ritmo incalzante. Complimenti Luca (autore). Albori si conferma una rivista con racconti di alta qualità – adesso anche di fantascienza!

  3. Ma finisce così? Racconto molto bello, ben scritto e va a toccare le corde giuste per scatenare l’angoscia. Mi ricorda le storie di Hitchcock, quelle che fanno leva sulle paure ataviche. Mi aspettavo una battuta finale più secca come explicit, ma comunque ti faccio i miei complimenti perché è stata una lettura molto coinvolgente.

    1. Luca Manni

      Ciao Denise, grazie.
      C’era un ultimo scambio di battute alla fine:
      -Quindi resterò cosciente per sempre?
      -Sì
      L’ho tolto in fase di revisione. Mi sembrava che banalizzasse, appiattisse. Forse ho letto troppo Carver…

      1. Francesco Minazzi

        Angosciante. Complimenti all’autore, ben coinvolgente!

  4. Samantha Bianchini Locatelli

    Bravo Luca. Nonostante non sia un genere che leggo di frequente, l’ho letto tutto d’un fiato e mi è piaciuto molto. Mi sono immersa nell’atmosfera, nelle emozioni, nelle sensazioni presenti-assenti, nell’angoscia del protagonista. Credo che riuscire a far viaggiare così a fondo nel ‘sentire’ sia un traguardo incredibile. Complimenti

  5. Ciao Luca. Ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato! La cosa incredibile per me è che sto scrivendo una cosa simile (ovviamente la storia è diversa) ma con lo stesso senso di angoscia e impotenza in relazione all’uso della tecnologia. Lo inserirei nel genere dei racconti distopici. Davvero ben scritto. I dialoghi, i pensieri, i dettagli realistici che s’intersecano con la situazione surreale del protagonista. I ricordi e l’uso della prima persona che restituiscono quel profondo senso di umanità e fanno in modo che il lettore empatizzi col personaggio. Non è facile rendere realistico un racconto di fantascienza ma tu ci sei riuscito egregiamente. Amo i racconti che sollevano questioni sociali o etiche, perché credo siano necessari. Inoltre concordo con chi ha paragonato la tua storia a una puntata di Black Mirror. Ci starebbe tutto, complimenti!

  6. Interessante variante sul classico “ogni copia ha vita a sè”. Proprio ieri ho terminato la mia rilettura di Alita: Last Order in cui su questo concetto si riflette parecchio e sotto diversi punti di vista. Mi sarebbe piaciuta una veloce spiegazione su cosa rende possibile questa continuità tra le coscienze dell’originale e delle copie, ma non vorrei essere frainteso: il racconto mi è piaciuto molto e dimostrazione ne sia il fatto che l’ho letto tutto d’un fiato e poi ci ho riflettuto sopra. Complimenti!

  7. Dio mio, che angoscia!
    Bravo Luca 🙂
    L’ho letto tutto d’un fiato trattenendo il respiro. Si percepisce perfettamente il terrore del protagonista che assiste a quello che accade fuori da sé senza essere in grado di interagire in alcun modo, testimone impotente del dolore dei genitori e dell’insensibilità della scienza, rappresentata dal personale sanitario, che discute della sua vita con atteggiamento freddo e insensibile, e tira in ballo pure la burocrazia a rendere tutto ancora più surreale (come suggeriva Leyla, potrebbe essere tranquillamente una puntata di Black Mirror). AMI è perfetta nel suo ruolo di ottusa macchina nel comunicare a Luca che a causa di un banale virus il suo “stato clinico attuale è: morte”, ma rimarrà comunque cosciente, in una sorta di stato sospeso, ma dove? E in che forma di esistenza? se di esistenza si può parlare. Forse, come diceva Giulia, in “una solitudine digitale perpetua”?
    Hai rappresentato un futuro non tanto lontano e nemmeno tanto distopico.
    Complimenti, Luca 🙂

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