Sono su una poltrona di spine. Mi sforzo di apparire disinvolta, mentre Lidia snocciola pensieri su una vita che non la soddisfa. Stringe le braccia sottili intorno al cuscino, pois neri per i giorni tristi. Il suo sguardo tesse ragnatele sul lampadario cromato, mentre scarabocchio un’altra pagina della sua cartella clinica. Percorro cerchi concentrici, via via più stretti, che non riesco a spezzare. Le basterebbe fare un passo fuori. Invece, sprofondiamo dentro sogni a occhi aperti che tolgono il respiro.
La sua voce stridula screpola il silenzio nella stanza. «Attraggo solo uomini noiosi con cui uscire» sospira «avrei dovuto capirlo dalla scelta del locale, che non era adatto a me.» Conclude una storia già sentita, dove l’Universo invia segnali che solo lei riconosce.
Il calore che vorrei rivolgerle muore nel petto. «Se cerchi sempre nello stesso posto, non cambia nulla.» La mia voce è aspra.
Sbuffa. «Non ho altri posti dove cercare.»
Il clic della penna riga l’aria. «Come fai a dirlo, se non provi a fare esperienze diverse? Il ragazzo del cineforum…» esito, non ricordo il suo nome. «Ti aveva chiesto di uscire, ma hai rifiutato. Non capiva le tue battute.»
«Ma…»
La interrompo. «Non funziona come nelle commedie romantiche che scrivi: le persone sono imperfette, dicono parole sbagliate.»
«Ma io…»
La interrompo ancora. «Va bene cercare significati profondi, ma bisogna anche lasciare che le cose accadano e basta.»
«Ha detto che…» e le sue dita lunghe si stringono al cuscino.
«Sono solo parole, Lidia. Parole che si dicono.»
Non ha il tempo di replicare. L’orologio a muro alle sue spalle segna la fine dell’ora. Prova a strappare altri minuti alle lancette, ma l’argomento resta appeso. Mugola parole di dissenso e le prometto che ne riparleremo la prossima settimana. «Dai una possibilità a chi ti circonda» le dico, smorzando un sorriso.
Si alza, raccoglie la sua borsa, infastidita. Striscia i piedi sul rovere fino alla porta, la faccia spenta. La mia mano sudata si aggrappa alla maniglia d’ottone. Quando scivola via, lei è fuori.
Incontrarla a fine giornata non è stata una buona idea. Dovrei aggiornare gli appunti della seduta prima di andarmene, ma non so cosa scrivere. Lei non fa progressi. Stiro via la sua forma dal copridivano e sprofondo tra i cuscini. L’aria trattiene ancora il profumo di bucato. Prendo il cellulare dalla tasca. Scorro le notifiche: pazienti in crisi con il quotidiano, la cena per l’anniversario dei miei, mia nipote con la febbre, aperitivi a cui non ho la forza di andare. Cerco un solo nome.
Non trovo il suo messaggio. La chat è ancora ferma sull’ultimo: non letto.
La punta di uno spillo si conficca nel petto. Sono solo parole che si dicono, la mia voce riaffiora tagliente.
Fisso lo schermo spento. Non ho il coraggio di riaccenderlo. Lo ricaccio in tasca, infilandoci dentro anche il pensiero che si affaccia nella testa. Mi alzo in fretta. Lascio i libri aperti sulla scrivania e metto nello zaino solo il computer e l’agenda. Le cuffie, in tasca. Abbasso la tapparella. Resto al buio. Rovisto nella borsa, alla cieca, in cerca delle chiavi. Afferro il tintinnio metallico, freddo sulle dita. Richiudo la porta alle spalle, senza voltarmi. Ogni storia è chiusa dentro.
Respiro.
Avvio la playlist a tutto volume e mi scrollo di dosso ogni residuo. Sulle note pop degli anni ’80 aggiungo ingredienti alla lista della spesa, segno l’appuntamento dalla parrucchiera per rifare il colore e la torta dei trent’anni di mia sorella da ordinare.
Con Lidia però, non ci riesco. La sua storia scivola tra le pause di ogni canzone.
Sono ferma al semaforo, spengo la musica. Infilo gli auricolari nella tasca di lino della camicia. Attraverso le strisce, i fari delle auto mi accecano. L’eco delle mie parole sfrega sull’asfalto fino a sfaldarsi sotto la suola delle scarpe. Guardo le vetrate dei locali, ancora ardenti sotto il calore dell’estate. Il profumo di pizza sgattaiola via dalle porte aperte e mi ricorda che ho fame. Cammino senza riuscire a fermarmi. I capelli crespi incollati di sudore sulla faccia. Lo spillo nel petto ticchetta nella carne. Sovrasta le voci, mi assilla. La città si deforma: gocce di sudore imperlano le ciglia, e da ogni angolo si sgretola una sottile patina opaca. Accelero il passo per tornare a casa, ma ho la sensazione di fuggire da qualcosa che non riesco a capire.
Quando spingo il portone in massello, sento ancora gli occhi acquosi di Lidia attaccati addosso.
Il silenzio è nero. Mi opprime.
Accendo la luce. Il soggiorno impallidisce di giallo, ma non lo riconosco. Sbatto le palpebre, ma non cambia nulla. Frugo nella borsa, le mani tremano. Nella fretta non trovo il cellulare. Lascio il gesto a metà. È solo abitudine.
Se n’è andato.
Rovescio la borsa sul divano. Sfilo a fatica anche lo zaino e mi avvicino all’isola di marmo bianco che taglia in due lo spazio. Il rubinetto d’acciaio è bollente. Apro l’acqua fredda. Metto i polsi sotto il getto, mi sciacquo la faccia. Tolgo il sudore.
Sono solo parole, ripeto ancora a voce spenta. Il ritmo è martellante.
«Non tornerà» mormoro al silenzio. Poco importa che abbia ancora le chiavi. Lo spillo preme in profondità, graffia l’osso. Qualcosa dentro di me si lacera. Il dolore sordo nel petto si allarga. Boccheggio.
Mi guardo intorno. La vista appannata deforma ogni oggetto. Noto solo cadaveri impolverati.
Mi ha lasciato tutto: la collezione di fumetti nella libreria, i vinili sotto al mobile della tv, i poster dei suoi film preferiti incollati al muro. Ristagnano, come la sigaretta spenta a metà nel posacenere.
Sono ridicola.
Lo zaino da trekking, all’angolo dell’ingresso, è la sola cosa che manca. La sola a cui diceva di voler rinunciare.
L’intera stanza diventa gracile sotto il mio sguardo che sveste. E io non riesco a fermarlo.
Scopro le parole nude, contenitori fragili senza i loro significati. E adesso non hanno più senso. La loro neutralità, così banale, mi disorienta.
Afferro dal lavandino la sua tazza usata e la butto nella spazzatura. Apro il cassetto. Strappo una manciata di sacchetti blu. Indifferenziata.
Mi avvicino al poster autografato e accarezzo la carta lucida. Solletico il bordo ruvido, poi lo stacco: emette a stento un grido secco. Stacco anche gli altri dal muro. Li accartoccio e li lancio nel sacchetto sgonfio. Sfilo i fumetti dalla libreria e li lascio cadere a terra insieme ai vinili. Dalla plastica che calpesto sfugge un riverbero freddo, lo stesso che si riflette nelle foto esposte. Mi irritano i nostri sorrisi stampati, come i souvenir dei viaggi carichi di promesse abbandonate. Le mensole si svuotano. Ho le mani sporche di polvere, ricordi aridi senza più senso. Continuo finché resta solo lo schermo nero della tv. Brilla al centro del mobile d’ardesia, spoglio come le sue parole.
Raccolgo il sacchetto da terra, lo trascino a peso morto verso il corridoio. Lascio che si accasci contro il muro e proseguo dritta in camera da letto.
Apro l’anta dell’armadio. Il profumo dei suoi vestiti mi prende a schiaffi. Esito, passando la mano sulla lana del maglione che gli avevo regalato, ma a lui importa solo del suo passaporto. Afferro l’intera pila e la riverso in un’altra busta. Aggiungo camicie, pantaloni e magliette per quattro stagioni.
Il frinire dei grilli si intromette dalla finestra aperta. Si mescola alla frenesia delle mie mani che continuano a rovistare.
Quando smettono, ho finito, ma non riesco a fermarmi. L’aria dentro casa è ancora densa. Abbandono gli altri sacchi accanto al primo. Si spalleggiano, composti, conservando la loro dignità. Poi sollevo lo sguardo: la luce spenta del bagno mi richiama.
Non c’è mai stato molto di suo qui. Rimuovo gli oggetti, uno alla volta: l’accappatoio, la schiuma da barba, lo spazzolino.
Stacco pezzi da ogni angolo, finché non resta più niente. Allora mi fermo. Per la prima volta mi accorgo di quanto sono stanca. Ho la schiena curva, come la torre di plastica che contiene la sua personalità.
La casa è pulita, ma io non mi riconosco.
Non sono più capace di fare l’unica cosa che mi rende umana: cucire relazioni.
Io scucio solo parole.
Sono solo parole
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26 responses to “Sono solo parole”
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Sono un po’ infastidito perché una roba come “Il calore che vorrei rivolgerle muore nel petto” avrei voluto scriverla io.
L’unico neo è che ho pasteggiato così bene la prosa da disinteressarmi della trama. Per un attimo ho persino pensato a Nabokov!
Ti prego, diluisci. Solo un po’. Perché sei proprio brava.-
Grazie Apolae! Il riferimento a Nabokov mi ha sconvolta. Aggiungerò più trama alle immagini 🙂
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L’uso delle sinestesie -complimenti anzitutto per come sono state costruite- riesce a spingere la narrazione attraverso i cinque sensi (bellissima l’immagine del clic della penna che “riga l’aria”, tracciando di fatto l’invalicabile linea oltre la quale Lidia perderà di fatto ogni diritto di replica). Inoltre l’uso di frasi brevi nella sezione centrale del testo spezza il fiato al lettore che comincia a boccheggiare insieme alla protagonista, dimostrazione del grande potere di suggestione della scrittura.
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Grazie Davide per avermi letta con attenzione e sensibilità. Ci tengo molto che le immagini riescano davvero a far “sentire” la storia al lettore. Il tuo feedback è molto prezioso.
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Mi è piaciuto molto, ho empatizzato con la protagonista: anche io mi sono spesso chiesta cosa pensino i terapeuti dei loro pazienti. Secondo me qui ci si riesce ad immedesimare bene grazie allo stile della scrittrice. L’unica cosa che forse mi avrebbe dato un impatto più forte sarebbe stato un finale in cui il compagno tornava, giustificato anche dal fatto che tutti i suoi oggetti sono rimasti in casa e che sia unicamente la protagonista a strappare, togliere, eliminare ogni oggetto del compagno. Questo finale avrebbe confermato che la protagonista fosse un’overthinker, MA è una mia interpretazione per un finale più d’impatto che non ha assolutamente a che fare con la riuscita del racconto. È solo un’interpretazione, perchè leggendo mi è sembrato un po’ strano che il compagno avesse lasciato tutte le sue cose in casa. Detto questo, mi è piaciuto molto quindi complimenti!
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Grazie mille Irene per aver condiviso anche il tuo punto di vista, per me è molto prezioso. Non esiste una versione “giusta” di questa storia, ogni lettore può scrivere la sua. E la tua versione, mi ha incuriosito molto!
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Un racconto da leggere tutto d’un fiato. Di un’umanità disarmante, di ruoli messi in discussione e anime in subbuglio. Sei molto brava nell’uso delle metafore e credo che il punto di forza di questo racconto sia nel non detto, in quei particolari lasciati in sospeso, in quei dettagli che suggeriscono ma non dicono. Davvero una lettura piacevole, brava!
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Mi piace questo stile, le metafore riescono a far sentire il peso delle parole, del silenzio e degli oggetti come se avessero un respiro proprio. Ho percepito il dolore, la fatica, la rabbia e quel senso di svuotamento che resta addosso quando ci si accorge di non riuscire più a cucire relazioni. Potente, visivo, straziante nel modo giusto. A mio avviso è uno di quei testi che lascia un’eco lunga. Complimenti!
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Molto bello. Un racconto da leggere d’un solo fiato perché non ti concede pause questo ritmo sempre più intenso fino alla paralisi finale. A un certo punto mi sono chiesto se Lidia esista davvero, o se è solo lei che parla con sé stessa. Indubbiamente ci si rispecchia talmente tanto da non riuscire nemmeno a lasciarla parlare, e quella frase alla prima persona plurale dice tantissimo su questo.
Concordo con chi ha commentato che è apprezzato non conoscere il motivo della sua mancanza, ma sono interessanti quei due indizi lasciati tra una ferita e l’altra, lo zaino e il passaporto.
Per quanto riguarda la prosa, ho adorato le metafore, tutte azzeccatissime e molto suggestive.-
Grazie Kevin ☺️ Mi piace molto l’interpretazione che ne hai dato, al punto che sarei curiosa di chiederti il resto!
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Il bello della scrittura è la duplice capacità di far percepire l’anima dell’autore e di costruire un ponte di collegamento verso il lettore. E questo racconto, grazie a una sensibilità ben calibrata verso le emozioni che sono narrate, riesce perfettamente a cogliere tale bellezza. Complimenti Isabella.
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Grazie Claudio per le tue parole! Sono davvero contenta che la mia storia sia riuscita in questo senso – che sia viva e generi connessione 🙏☺️
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Bellissimo racconto, merita anche solo per le potenti parole finali “Io scucio solo parole.” Bello il ribaltamento da “curante” a “bisognosa di cure”, però un po’ mi ha estraniato il fatto che una professionista non lasci parlare la paziente 😛 Comunque racconto godibilissimo!
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Grazie Andrea, apprezzo molto le tue parole ☺️ Ps. Alla terapeuta servirà un po’ di supervisione.
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Anche io ho apprezzato che tu non abbia dichiarato il motivo della rottura che rimane sullo sfondo ad accrescere la tensione. Racconto molto intenso. La protagonista cerca di mantenere il ruolo professionale, ma già dalle prime righe si avverte il dolore dell’altra che risuona dentro di lei, alimentando un disagio che la accompagna anche fuori dalla stanza di terapia.
Si avverte la tensione crescente della protagonista dalla seduta frustrante con la paziente a un vero e proprio processo di distruzione di ogni ricordo del suo ex e della loro storia. Alla fine, le “parole” si rivelano allo stesso tempo strumenti di cura e gusci vuoti, privi di significato.
Brava 🙂-
Grazie Laura per il tuo commento ☺️ Hai colto un punto importante, parlando dell’ambivalenza delle parole. C’è qualcosa di perturbante nello scoprirle vuote.
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Molto bello Isabella, ho percepito il silenzio, il vuoto, quasi un lutto. Ho apprezzato molto che tu non abbia reso troppo esplicito il motivo di quest’assenza, che rimane nell’aria, come il motivo di quel messaggio senza risposta e tutta la roba in casa eccetto lo zaino. Bravissima 👏👏👏
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Grazie Leyla per il tuo commento, mi hai proprio letto nel pensiero. Bravissima Isabella! 🙂
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Grazie davvero Leyla. Sono contenta che ti sia piaciuto ☺️ Non ho svelato molto sulle motivazioni del personaggio maschile e, in un certo senso, questo rende la storia unica per ogni lettore. Ognuno di noi lo interpreterà in modo diverso.
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Bello il finale. Il brano non incontra il mio gusto personale, ma sono gusti, quel che, invece, ho trovato pesante nella lettura è l’eccesso di metafore, mi hanno affaticato.
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L’autrice usa senza dubbio un linguaggio molto figurato, il che la rende poetica a mio avviso. Da editor, ho apprezzato la sua abilità nell’uso delle metafore, mai banali e sempre pertinenti al contesto. E per questo ho voluto premiarla. Ma si sa che de gustibus non disputandum est! 🙂
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Grazie Francesco per avermi letta. Sono contenta che tu abbia apprezzato il finale, nonostante non sia il tuo genere 😁 Ps. Sì, mi piacciono molto le metafore.
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Ciao Isabella, ci tengo a riconfermarlo perché il racconto merita, quindi voglio rimarcare il fatto che, pur avendo gusti diversi, mi è piaciuto. E secondo me è una bella cosa per chi scrive, riuscire a farsi piacere fuori target è ovviamente più gratificante, io credo.
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Molto bello! Immagini e accostamenti molto interessanti.
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Sono felice che ti sia piaciuto, grazie per il commento!
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Grazie mille William!
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