Anche un morto da vegliare avrebbe aspettato il canto del gallo. Così, in quell’ora giovane che precede l’alba, quando tutti i rumori del mondo tacevano, don Giovito aspettava in ginocchio sulla nuda pietra un segno che rompesse quel silenzio.
Ma dove se n’era andato? Dov’era andato Dio? Sì, quello delle rivelazioni, quello che illuminava il volto dei santi, che si somigliavano tutti in quell’espressione soave, dalle pieghe del volto distese come acque calme.
Chi o cosa vedevano loro? San Sebastiano, trafitto dalle frecce, fissava un punto in alto, forse le vetrate o forse il crocifisso.
E il crocifisso? Non aveva pure lui sperimentato il vuoto dell’abbandono?
Faceva quel che poteva per pregare bene e agire bene, ma lì, inginocchiato davanti al vuoto, con le mani attorcigliate nel rosario a tastare quei nodi che non si volevano sciogliere, don Giovito si annoiava. Pensava che attorno a lui le cose continuassero ad andare male: le ingiustizie, il disordine, la sua clamorosa impotenza.
Che te ne fai di queste preghiere verbose? Vuoi questo da me?
Eppure, era certo che ci fosse. Che qualcosa l’avesse sorretto e guidato. L’aveva udito nella carne, come quella parola dei salmi che crea, aveva udito quel Dio che dice acqua e acqua fu, che dice terra e la terra si compose dal niente, che lo chiamò e lui rispose. E poi il silenzio, come se l’avesse chiamato per condurlo in un deserto. San Terenziano era il suo deserto e lui lo accettava, trafitto da un amore che lo inchiodava a un legno freddo.
La Quaresima era quasi finita e le donne iniziavano a impastare. Mancavano pochi fuochi al censimento delle anime da benedire prima della Settimana Santa. Perfino i pollai, le conigliere e i covoni di paglia per i buoi aveva asperso con l’acqua benedetta, ma senza spingersi verso il margine più estremo del suo territorio. Mancava Speltara.
Per arrivarci bisognava voltare le spalle alla piazza e scendere lungo un ripido costone di roccia calcarea, che si sbriciolava sotto i piedi degli uomini e delle capre e, rotolando, si ammassava come neve in cumuli, murati da rovi e piante di fico selvatico. Tra quei serpai cresceva un’erba aromatica, buona per gli arrosti: il serpollo. Di tanto in tanto, le donne più intrepide si avventuravano tra quelle rocce per far ingolosire un fidanzato o un marito, ma mai giù fino a Speltara.
Era stato un castello, con tanto di torre fortificata e cappella, ma di questa non rimaneva che una croce annerita dai fulmini, perché la campana — che dicevano fosse stata d’oro — era sparita da così tanto tempo che nessuno ricordava i suoi rintocchi per chiamare a messa. Giravano voci sulla sua sparizione: c’era chi l’attribuiva alle ruberie di certi cavalieri di Malta, arrabbiati col Papa, e chi sosteneva che fosse stato il demonio, infastidito da quel suono così bello.
Si diceva che i contadini, anche i più bestemmiatori, abbandonassero gli aratri per andare a pregare e allora, stanco di perdere tante anime già sue, pensò di portarla via, ma un angelo del Signore aprì una voragine tra quelle pietre friabili e il ladro ne venne inghiottito insieme al bottino. Ora se ne stavano lì, in fondo da qualche parte. E così, i paesani, curiosi — chi della campana, chi del demonio — in ogni crepaccio buttavano una pietra perché, per tenere lontano il diavolo, le pietre non erano mai troppe e chissà, colpendo il metallo questo avrebbe suonato ancora.
Don Giovito si chinò e raccolse un ciottolo stondato. Tenendolo in mano scendeva per il ripido sentiero, aggrappandosi quando poteva agli esili tronchi di fico.
Aveva quasi scantonato la collina e col sole in faccia, rivolto a est, vide, riparandosi gli occhi con una mano, dei ragazzini che giocavano in un’aia polverosa. C’era anche un cane sporco e magro che abbaiò, più stanco che diffidente. Si trascinava a destra e a sinistra nella terra battuta dal compasso della catena che ogni tanto incontrava dei torsoli di pannocchie.
Una donna tutta storta, con la faccia rossa e gli occhi piccoli piantò un tridente nel fieno, si fermò a guardarlo da lontano e fece un cenno ai figli, che scalzi corsero via, saltando tra le pietre come capre.
Il prete fece un gesto con la mano e sorrise, con l’imbarazzo di chi non sapeva più salutare ma soltanto benedire.
«Mi manda il vescovo per le benedizioni, anche per il piccolo cimitero dietro le case.»
«E chi me le appaia le bestie. Me le fate voi le fascine?»
L’aria pareva ferma, come trattenuta dal silenzio della collina.
Don Giovito fece qualche passo ancora tra le pietre, verso la donna, e quando ebbe guadagnato un piccolo spiazzo si asciugò la fronte dal sudore con la manica della talare.
Nessuno parlava. Dal buio della stalla, figure senza volto lo guardavano immobili.
«E le capre ce l’hanno il latte?»
«Si capisce. Sennò di che si campava noialtri? Qui la terra è buona solo per i rovi.»
«V’aiuto io con il fieno, se mi date un forcone.»
Un prete col tridente non si era mai visto a Speltara e forse in tutta la regione, ma don Giovito, malgrado fosse magro da far paura, era forte. Aveva quella magrezza di chi lavora sodo e cammina svelto, e lui era cresciuto dai frati, dove l’orto e le bestie non mancavano.
La donna sputò per terra, poi diede una voce verso l’interno della stalla, da dove uscì un ragazzotto più alto degli altri. Lo comandò di andare al pozzo e questo calò il secchio che cigolando ne uscì grondante d’acqua. Tutti bevvero dallo stesso mestolo e pure don Giovito. Sapeva di ciliegie.
«Venite, entriamo, che poi vi mostro i morti.» Intendeva il cimitero. Si caricò una fascina sulle spalle e fece cenno al prete di seguirla.
Camminava lesta, anche lei senza scarpe, coi piedi così scuri e così spessi che sembravano di terra. Lo condusse per quello che una volta doveva esser stato l’ingresso della fortificazione, perché da lì si apriva una piccola corte di porticine e finestre che convergevano in uno spazio lastricato, dove i bambini facevano mucchio con galline, conigli e mastelli di letame.
C’era odore di legno fresco, di trucioli e mele marce. Un uomo coi calzoni strappati assestava colpi di roncola sul legno e, a ogni schianto, una ragazza, sull’uscio di una porta, batteva gli occhi. Era ossuta, le labbra spaccate e una crosta sotto l’occhio sinistro. Dall’interno arrivava il vagito di un neonato. Lei sembrò sorridergli, ma non era altro che un ghigno di fastidio per la luce che forse non vedeva da giorni.
Nessuno lo salutò.
Dentro, sopra la stufa spenta in un angolo, la parete annerita dalla fuliggine era ricoperta di pentole, trecce di cipolle e mazzi d’erbe secche. La luce filtrava fioca da una finestrella chiusa con uno straccio e illuminava un neonato avvolto in uno scialle grigio, appoggiato in un letto basso, che piangeva piano, quasi vinto da tutta quella desolazione, quella delle promesse mai mantenute.
«È vostro? Quanto tempo ha?»
«Ho sperato che nascesse morto, ma era vivo e s’è attaccato al seno. C’ha voglia di campare, questo» rispose la ragazza ossuta.
«Come si chiama?»
Alzò le spalle.
«Dategli almeno un nome» disse don Giovito con voce morbida.
La donna non rispose. Gli porse il bambino senza parlare, come si passa un sacco vuoto.
Il sacerdote gli accarezzò la fronte con un dito, disegnando la croce. La pelle era talmente sottile che pareva fatta d’aria.
Allora aprì il breviario, e il Vangelo del giorno era un brano di Luca. Lo battezzò quella mattina e per festeggiare e ringraziarlo come conveniva, mangiarono insieme una minestra di torsoli di cavolo e croste di pane. Non si sa come, era arrivata un po’ di speranza in quella stanza.
Osservando tutte quelle bocche che masticavano e quegli occhi così neri e lucenti da confondersi coi mosconi, don Giovito sentiva una fitta, come di spina nella carne.
Se solo sapessero, pensava. Se sapessero che abisso di solitudine mi porto dentro, che silenzio c’è tra me e quel Dio di cui parlo e che cerco, che se mi dicessero di scavare sottoterra per trovarlo, lo farei fino a farmi sanguinare le dita.
Tornando in canonica, ogni nodo del legno gli sembrava un occhio e quell’occhio era Dio, la sua coscienza, o forse le anime dei disgraziati affidati a lui.
Calpestò menta selvatica e il petto si aprì in un profondo respiro. Era meglio dell’incenso o degli stoppini bruciati che lo attendevano in chiesa. Non aveva voglia di tornare.
Una cavalletta si attaccò alla talare e, senza volerla uccidere, afferrò un lembo della veste e lo scosse con garbo. Qualcosa tintinnò: un suono chiaro, limpido, fresco come le acque che lavano via la polvere, come il cimbalo di una banda che suona nelle sere di vento sulle colline di fronte.
Il silenzio di Dio
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30 responses to “Il silenzio di Dio”
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Anche con questo racconto sei riuscita a trasportarmi lì con don Giovito, in quella campagna, con quella gente . Sei davvero molto brava , ti invidio (benevolmente naturalmente) un po’.
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Di ogni cosa ben scritta che leggo mi chiedo sempre perché l’autore abbia scelto di descrivere certe immagini e non altre, attraverso quelle prescelte parole e non di diverse, dunque anche qui non è mancata la curiosità di capire le logiche che hanno comandato la costruzione della narrazione, ma soprattutto…la cavalletta è Dio che si rivela a Don Giovito? È l’insetto a tintinnare? Sarebbe davvero curioso, tanto più che le locuste sono una delle dieci piaghe d’Egitto, come per una simbologia inversa.
Ma tengo certi giochi di astrattismo per me e ti faccio i miei complimenti: ho sentito nel naso la polvere bruciante di calcare delle rocce di Speltara e la solitudine di quel cane alla catena fin nel midollo.-
Ti ringrazio davvero Davide per questo tuo sguardo attento e partecipe. La forza dei simboli sta proprio nella loro ambiguità, nella molteplicità delle letture che permettono. I segni sono tali solo per chi è in ascolto, e spesso parlano nel silenzio più fitto, o meglio, lo spezzano.
Quel che accade in quella discesa non succede in chiesa, tra incensi, statue e pietre fredde, ma in un luogo desolato, dove tuttavia si compie un battesimo. È lì che arriva la speranza, e quando c’è la speranza, non c’è spazio per oscuri presagi.
La cavalletta è Dio, o almeno, è Dio per come si manifesta a don Giovito, attraverso ciò che incontra: l’insetto, il cane, la pietra, la polvere. Ogni cosa diventa sacra, se si ha il coraggio (o il bisogno) di vederla così.
Cosa tintinna? Forse le chiavi della sagrestia… ma se fossi in lui, saprei che è qualcos’altro.
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Molto bello, Leyla! Si nota la ricercatezza del linguaggio, perfettamente in sintonia con il paesaggio e la storia. Amo i racconti ispirati a leggende e trovo che tu sia riuscita a trasportare per iscritto, in maniera egregia, una tradizione orale che ha viaggiato, presumo, nei secoli. Con grazia e delicatezza, senza risultare ridondante o forzata. Non conoscevo questa leggenda e ti ringrazio per avermela fatta scoprire. Ho sentito il conflitto interiore di don Giovito come se fosse il mio. Ero con lui tra le pietre e le crepe in cerca di una risposta. L’immagine finale è una chiusura perfetta, molto evocativa. Complimenti!
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C’è una forza silenziosa in questo racconto narrato con una delicatezza rara. La leggenda è la parte che più mi ha colpita: sembra autentica, come una memoria collettiva che esiste davvero, e dà profondità a tutto il resto, tanto era coerente con l’atmosfera e con i personaggi. Hai creato un mondo che si percepisce vivo, pieno di echi. Davvero bellissimo.
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Grazie Annamaria, sei davvero gentile e sono felice che il racconto ti abbia coinvolta. La leggenda della campana, in effetti, era in parte vera. Io e i miei amici ci credevamo sul serio: partivamo alla sua ricerca come fossimo i Goonies o dentro Stranger Things. Erano gli ultimi anni prima dell’era digitale, e i luoghi avevano ancora la loro mitologia: storie passate di bocca in bocca, sempre uguali, da decenni. Mi preme raccontarle, fermarle su carta, perché non si dissolvano del tutto.
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Leyla ero là , lungo quel percorso accidentato, dove il Don incontra misere anime disincantate che si apprestano a sopravvivere. Ma la speranza si accende sul finale. Molto bello. Sono in sintonia con la recensione di Laura Ferrarese .
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Grazie davvero di cuore. Grazie per questa lettura attenta, per avermi seguita sul costone di roccia fin giù a Speltara. Grazie per aver letto anche le splendide recensioni che mi danno il coraggio di procedere con tutti gli altri racconti di quell’umbria rurale che porto nel cuore. Un abbraccio.
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L’ho letto la prima volta e l’ho divorato per la curiosità. La seconda, mi sono presa il tempo di assaporarlo. Alla terza, ormai ero dentro la storia insieme a don Giovito. E per tre volte mi ha stupita, lasciandomi addosso sensazioni che a parole non so spiegare. Posso solo sentirle, mentre cammino verso Speltara e il silenzio prende vita. Complimenti Leyla!
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Che meraviglia leggere le tue parole, davvero!
Mi piace immaginarti mentre cammini verso Speltara… magari con un ciottolo in tasca per cercare la campana e il crepaccio. E nell’aria, quel lieve profumo di menta selvatica che sembra raccontare qualcosa solo a chi sa sentirlo.
Grazie di cuore per aver condiviso il tuo sentire Isabella.
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Quest’anno, grazie alle letture del club del libro cui partecipo, ho avuto modo di divorare diversi romanzi di qualità eccelsa di scrittori contemporanei. Ebbene, per quanto mi riguarda, questo estratto, o meglio breve racconto, non ha nulla da invidiare a questi bravi autori contemporanei. È molto bello e ha una forte componente evocativa a livello visivo e sensoriale. Bravissima Leyla.
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Aspetta un attimo… hai appena paragonato il mio racconto agli autori contemporanei top letti nel tuo club del libro?!
Sto cercando di non montarmi la testa, giuro, ma il mio ego sta già chiedendo una tazza personalizzata con scritto “Autrice evocativa e sensoriale”
Scherzi a parte, Claudio grazie davvero di cuore. Il tuo commento è una di quelle cose che si rileggono nei giorni no per ricordarsi perché si scrive. Grazie, grazie!!!
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Potente. Non so che altro dire! “quel Dio che dice acqua e acqua fu”, mi son dovuto fermare a respirare immerso com’ero nelle parole evocative. Mi sono ritrovato davvero là, con don Giovito e la sua terra, e… vorrei leggerne ancora! Se mai penserai di scriverne un testo più lungo, hai un lettore in attesa qui!
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Che parole meravigliose, grazie di cuore!
L’idea di un romanzo c’è , è ancora in fieri, e sta prendendo forma anche grazie al confronto prezioso con Giulia, che è un motore creativo potente e generoso.
Sapere che ti sei sentito lì, accanto a don Giovito e alla sua terra, è il regalo più grande: vuol dire che quelle parole hanno trovato casa, almeno per un momento.
Ti terrò aggiornato… e sapere che c’è già un lettore in attesa mi dà una spinta immensa. Grazie, grazie!
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Divorato, anche se non avrei dovuto. Avrei dovuto leggere con calma, passo dopo passo, senza calpestare i piedi di don Giovito, ma volevo vedere.
Ho masticato la polvere di terra che mi è apparsa, ero seduta fra pietre rovinose e vecchi strumenti del mestiere. Non so se ci fosse anche Dio lì, ma so che senza la meraviglia di un battito di vita chiunque avrebbe potuto provare l’improvvisa assenza della speranza e, quindi, della fede. Fede in qualsiasi cosa, anche in quel posto in paradiso che porta chiunque ad abbandonare i campi per un po’.
Uno specchio, le persone e i loro rituali, grazie per questo piccolo scorcio di un passato non poi così lontano.-
Divorarlo è stato, forse, il modo più giusto per leggerlo. Grazie Ylenia.
Perché certe storie non si sfogliano, si attraversano nonostante le imperfezioni dello stile. Credo sia questa l’anima di questo progetto di Giulia.
Hai sentito la crepa, il battito, l’eco di qualcosa che c’era prima. E questo è il miracolo più raro.
Non so neanche io se lì ci fosse Dio, ma c’era di certo chi lo cercava. E tu hai saputo vedere quel vuoto che prova ancora a farsi senso.
Grazie, davvero. Per essere entrata in punta di piedi anche se dicevi di calpestare 😉
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Il racconto di Leyla Cappelli mi è piaciuto molto. Lo trovo originale e ben scritto. Il suo modo di raccontare e descrivere le situazioni mi rapisce. Mi catapulta lì, in un angolo, ad ascoltare i rumori, sentire gli odori e a conoscere i personaggi ben caratterizzati.
Continua così Leyla! Aspetto con ansia di leggere il prossimo racconto!-
Che bello leggere le tue parole, grazie di cuore Sabrina!
Sapere che il mio racconto ti ha “catapultato” dentro la storia, tra suoni, odori e personaggi, è esattamente quello che sogno quando scrivo!
Continuerò con entusiasmo, anche grazie al tuo incoraggiamento.
A prestissimo, con un nuovo racconto… promesso ( e aspetto il tuo!)
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Questo racconto è una piccola perla. L’atmosfera si respira a ogni frase e accompagna, tenendo per mano, nelle profondità delle cose semplici, con una narrazione dettagliata che inghiotte totalmente nella scena. Ammetto che durante la lettura ho avuto un certo desiderio di trovare un crepaccio in cui gettare una pietra e rimanere in ascolto nella speranza di sentire il suono della campana scomparsa. Ho camminato con Don Giovito, osservato tutto con i suoi occhi e sentito con il suo cuore; ho trovato toccante il suo pensiero verso il finale (“se sapessero…”), perché ho sentito il suo abisso, l’ho toccato e mi son chiesto come mai lui non senta che, quel silenzio di cui parla, è in realtà così colmo di tutto. Ma forse, ci spero, in quel tintinnio finale se ne è accorto anche lui.
Leyla, ti chiedo scusa perché non sono riuscito a spiegare benissimo la sensazione che ho provato, soprattutto nell’ultima parte, ma essendo tanto intensa forse è anche più giusto così, confido che, come le tue parole hanno portato emozioni a me, anche queste mie “povere” parole possano trasmettere a te più di quello che dicono. Grazie per questo racconto, ha trovato un posto caldo nel mio cuore.-
Le tue parole Kevin, sono tutt’altro che “povere”: sono autentiche e sentite, e mi hanno toccata profondamente.
Hai colto l’anima di Don Giovito. Tutti portiamo un piccolo abisso dentro, e spesso sentiamo il bisogno di essere una guida per gli altri, anche quando dentro di noi vacilliamo.
Don Giovito sente questa urgenza nel profondo: aiutare, esserci, fare qualcosa di concreto, anche se semplice. Non si cura del giudizio esterno, né cerca riconoscimento. Ma c’è uno sguardo che pesa più di tutti su di lui: il suo. Quello sguardo severo che spesso ci portiamo dentro, come se ci venisse chiesto di farcela da soli, sempre, senza cedimenti.Hai sentito tutto questo, ed è bellissimo che tu lo abbia colto e sentito “da dentro”. Forse davvero quel tintinnio finale è un segno, non solo per Don Giovito, ma per tutti noi. A volte il silenzio non è vuoto, ma è pieno di significato, di memoria, di vita che continua a pulsare anche quando sembra assente.
Ti ringrazio di cuore per la profondità con cui hai letto e sentito questa storia. Anche le tue parole hanno trovato un posto caldo nel mio cuore.
Con affetto,
Leyla
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L’autrice, Leyla, ha il dono di una prosa fluida , ricca, scorrevole, così descrittiva da trasportati all’interno della sua narrazione. Spettatore silenzioso in un angolo, di quello che, tramite le sue parole, si svela poco alla volta, ai tuoi occhi.
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Le tue parole mi emozionano profondamente, grazie di cuore Elisabetta! un abbraccio
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Molto bello, Leyla.
Del resto non mi sorprende, ero già abituata alla qualità alta della tua scrittura. Mi è piaciuto molto il protagonista, don Giovito, un sacerdote che cerca Dio nel silenzio e nell’abbandono, si aggrappa alla preghiera ma avverte il peso della solitudine e della propria impotenza di fronte al male del mondo.
Il racconto è molto vivido nelle descrizioni, mi è sembrato quasi di essere lì e vedere la stessa campagna in cui passeggia il protagonista.
Mi piace il tuo stile che passa con così grande naturalezza tra il lirico e il concreto.
Questo doppio registro, tra spirituale e terreno, è quello che mi ha colpito di più del testo: mostra come la grazia possa filtrare anche nella miseria più cruda, nei covoni, nelle stalle, in una minestra di torsoli di cavolo.
I personaggi secondari poi sono molto ben riusciti e convincenti: scolpiti in pochi gesti, duri e potenti (la donna che sputa per terra, i bambini che saltano come capre, la ragazza ossuta col ghigno di fastidio), così come riuscito è il lavoro sul tema intorno concetto di “assenza/presenza di Dio. La fede di don Giovito oscilla tra il vuoto che custodisce in segreto e la speranza di trovarla nelle piccole cose, anche se nascosta nei dettagli a volte crudi della dura vita di campagna.
Brava!-
Laura, le tue parole mi hanno davvero commossa. Ricevere una lettura così attenta e partecipe è un dono prezioso, e ti ringrazio di cuore per averlo condiviso con me.
Mi colpisce come tu sia riuscita a cogliere con tanta sensibilità l’anima del racconto: il cammino interiore di don Giovito, il suo silenzioso dialogo con Dio, ma anche la crudezza del quotidiano e la grazia che a volte si nasconde proprio lì, nelle pieghe più umili della vita.
Sapere che le descrizioni ti hanno fatto sentire “lì”, accanto a lui, immersa nella campagna, è forse il complimento più bello che potessi ricevere. E sono felice che tu abbia colto quel passaggio tra lirismo e concretezza, perché è proprio in quel contrasto che, per me, vive gran parte della verità delle storie.
Grazie davvero per aver letto con il cuore, e per aver restituito con così tanta profondità.
Un abbraccio grande
Leyla
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Mi è piaciuta molto la precisione del linguaggio e l’uso di parole concrete, alcuni passaggi mi hanno solleticato molto, tipo l’ora giovane prima dell’alba (molto evocativo!) e “scantonato”. L’ho apprezzato il brano, nonostante non mi piaccia lo stile. Brava!
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Grazie del commento Francesco e del sostegno alla nostra Leyla! 🙂
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Grazie! Sono contenta che ti sia piaciuto nonostante lo stile (un po’ come dire “mi piace questa torta anche se odio il cioccolato”!)
Apprezzo davvero che tu abbia colto certe immagini e scelte di parole.
Alla prossima lettura!
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Per gusto personale non è il mio preferito, perché faccio fatica ad appassionarmi a storie di religiosi.
Come giudizio generale, sono stato positivamente colpito dall’aria di Giovanni Verga che ho trovato tra le righe e ringrazio l’autrice per il finale di speranza: ho sentito anche io il tintinnio fresco.
Secondo me, ci sono troppi “quel”, “quello”, “quella” nelle prime nove righe!-
Grazie per l’osservazione William, il gusto personale non si discute! Io invece ho adorato l’uso dei pronomi dimostrativi: mi servono per il ritmo e la musicalità dell’incipit, come piccole “percussioni” che marcano i passaggi dello sguardo. Ripetendo la stessa cellula sonora ottengo una cadenza più orale, che accompagna il lettore dentro la scena e scandisce i focus. 🙂
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Che tu sia arrivato al tintinnio finale, nonostante tutto, lo prendo per un complimento. Grazie William. Spero di poter ricambiare non appena leggerò qualcosa di tuo.
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