Lo zio è al tavolo, davanti al suo solitario. La notte ricopre il salone a poco a poco. Perché non sta in cucina con il camino acceso? Fa così freddo qui.
Da che ho memoria non l’ho mai sentito parlare. Nessun suono è uscito dalla sua bocca, nemmeno per sbaglio. Il suo sguardo basso, fisso sulle carte, resta intrappolato nelle cose, ma il viso è impassibile, non subisce alterazioni.
Tengo gli occhi su di lui ed esco dalla stanza all’indietro.
«Perché lo zio non parla?» chiedo alla mamma senza guardarla, concentrato a distribuire i piatti sulla tovaglia.
È seria, intenta a servire la minestra fumante. Come al solito non mi ha sentito o non vuole rispondere?
Alza lo sguardo e lo incrocia con il mio.
«Che fai lì impalato? Sbrigati!» e mi ficca tra le mani il piatto con l’orlo del brodo in pericoloso avvicinamento al bordo.
Sospiro, mi faccio coraggio e ripeto la domanda.
Spio la sua reazione, mi tormento le pellicine intorno ai pollici.
Lei lo sa, deve, glielo leggo in fondo al buio delle sue iridi.
Si allontana verso il fornello per appoggiare la pentola. Si gira verso di me e asciuga le mani sul grembiule.
«Senti Gianni» stringe i denti e assottiglia le labbra «lo zio non ha niente da dire, evidentemente» e porta i pugni sui fianchi. Odio quando si mette così. «Faresti meglio a imparare da lui e stare un po’ zitto.»
Mi mordo la lingua ed espiro tutta la rabbia dal naso, come una caffettiera al limite. Non la sopporto. Mai una volta che qualcuno mi dica come stanno davvero le cose.
«Sei ancora qui? Vai a chiamare gli altri, che è pronto» e torna a ignorarmi per affettare il pane.
Trascino le pantofole a testa bassa, mi costringo a non guardare verso di lui e vado a cercare mio padre. Ripasso in sala per tornare all’odore di buono che mi riempie la testa, ma la sua sedia è vuota. Dov’è finito ora? Vado in cucina e sprofondo al mio posto. Abbasso la testa nel vapore e soffio. L’aroma di casa mi accoglie in un caldo abbraccio.
«Hai chiamato lo zio?» mi squadra lei con insistenza.
Spingo indietro la sedia e mi alzo controvoglia.
Il bagno è libero. Non è in nessuna camera da letto.
Di lui nessuna traccia.
Sul tavolo le carte abbandonate. Strano, non le ha rimesse a posto.
«Lo zio si è perso.»
Mamma e papà si guardano. Lei impallidisce.
«Non c’è da nessuna parte!» allargo le braccia e mi piego nelle spalle, davanti alle sue pupille sgranate.
Si è smarrito tra le parole che non dice, fra tutti i suoi pensieri. Sarà scappato per quello.
Apriamo la porta d’ingresso, dietro la sua poltrona. C’è il diluvio.
Lui è lì come uno spettro che sgocciola acqua e terrore. Il bianco dei suoi occhi risplende in quel tetro quadro vivente. La bocca si apre come un antro.
Quella è stata la prima e ultima volta che l’ho sentito parlare.
Il vagabondo delle parole
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27 risposte a “Il vagabondo delle parole”
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E’ bellissimo. Non è semplice da adulti, tornare a vedere dalla prospettiva di un bambino e descrivere quel senso di impotenza, di incomprensione, quella visione del mondo adulto come un labirinto dai contorni sfumati dove tutto è un mistero e separato da una linea di demarcazione invalicabile. Tu ci sei riuscita benissimo e il finale aperto è potentissimo. Struggente, malinconico, cupo, un esercizio difficile svolto egregiamente.
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Grazie delle tue parole! Che bel commento. Sono felice che sia arrivato tutto questo. E perdona il ritardo con cui rispondo.
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La curiosità di conoscere quello che sembra sapere la madre di Gianni, di comprendere perché lo zio non parli, di capire perché se ne sia allora fuggito sotto la pioggia e cosa dica aprendo bocca per la prima volta nella vita, mi sta dilaniando. Ad ogni modo, la tetraggine del salone che sta sprofondando nel buio all’avanzare della notte, lo zio che non sembra rispondere agli stimoli umani, la madre quasi completamente assorta nella preparazione della cena, l’atmosfera cupa di una casa innaturalmente silenziosa che però non sembra scalfire il bambino, sono già elementi per un horror magistrale 🙂
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Oh grazie. Non pensavo mi sarei mai cimentata in un racconto del genere, eppure è successo. Senza che lo prevedessi, è arrivato da solo così come voleva lui. Grazie per le tue parole e il tuo prezioso feedback. Mi scuso per il ritardo. Mi dispiace avervi lasciato sulle spine, lo ammetto, perché di solito sono una lettrice che vuole sapere e che impazzisce con le domande irrisolte e i dubbi che la tormentano. Però questa storia si è imposta così e l’ho dovuta assecondare.
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Un racconto dalle tonalità oscure, un’atmosfera di mistero e inquietudine che pervade i personaggi. Il silenzio è davvero il perno intorno a cui si sviluppa la trama. È stato bello osservare la scena con gli occhi di un bambino. Complimenti!
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Grazie mille per l’apprezzamento e per le tue parole. Mi fanno tanto piacere. Mi scuso per il ritardo.
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Un racconto che sembra semplice, ma lascia addosso un’inquietudine sottile. Quel silenzio dello zio pesa più di qualsiasi parola e, quando finalmente si rompe, è come se qualcosa dentro si spezzasse insieme a lui.
Mi ha colpito molto la tensione silenziosa della casa, l’attesa, la curiosità del ragazzo e quella risposta materna così dura, quasi a proteggersi da qualcosa di troppo grande per essere detto.
E poi il finale… potente e doloroso. Si ha davvero la sensazione che lo zio si sia perso tra le parole che non diceva.-
Grazie mille per il feedback e per le tue parole. Sono contenta che sia arrivato tutto questo. E scusa anche a te per il mio ritardo nel rispondere.
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Leggendo le prime righe ho la sensazione di trovarmi nella casa del bambino de “Il sesto senso” e che lo zio non esista, o meglio, sia intrappolato come un’ombra. Poi cambia tutto quando è anche la madre a vederlo, e quando sono tutti a cercarlo. Con grande maestria ribalti la percezione perché da invisibile e silenzioso, la sua diventa un’assenza che domina la scena. Termino la lettura con quella domanda che adoro avere!
Bravissima!-
Grazie grazie! Adoro leggere le interpretazioni che da chi mi legge. Lo trovo davvero arricchente e prezioso. Grazie per i tuoi complimenti e le tue parole. Scusami per il ritardo con cui arrivo a rispondere.
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Un racconto incisivo e racchiuso in una bolla di mistero che non viene svelato e da cui prende forza, nel finale l’ansia cresce per gradi ma velocemente, la conclusione spiazza: ci si aspetta qualcosa che non arriva e questo accentua la sensazione di inquietudine che già si era arrampicata fino alla gola nel vedere la reazione dei genitori. “Lo zio si è perso”, una strana scelta di parole che però acuisce il mistero e porta inevitabilmente a farsi mille domande una più assurda dell’altra, eppur sensate. Mi è piaciuto.
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Che bello leggere le tue parole. Grazie di cuore per il feedback e l’apprezzamento. Sono monotematica nello scusarmi per il ritardo con cui vi rispondo. E sono felice di aver scatenato queste sensazioni contrastanti e queste domande, anche se da lettrice non amo molto non sapere e non avere le risposte.
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Un racconto semplice, evocativo, e crudelmente diretto – per chi, magari, ha già vissuto accanto a qualcuno che “resta intrappolato nelle cose”. Complimenti!
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Grazie mille per il bel commento! E scusami per il ritardo. Hai colto un punto importante, sono felice che tu l’abbia notato.
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Mi è piaciuto leggere il racconto dal punto di vista di Gianni. Si avverte la frustrazione del bambino di fronte a questo zio mutacico e alla madre che si ostina a non fornirgli alcuna spiegazione (anche lei in qualche modo muta di fronte alla sua curiosità), aumentando l’alone di mistero. Mistero che rimane tale, in quanto alla fine il vecchio zio “urla” qualcosa sotto la pioggia ma non ci è dato sapere cosa. Ho apprezzato la svolta inquietante nella parte finale, con lo zio che scompare per poi riapparire all’esterno, sotto il diluvio, sottoforma di “spettro che sgocciola acqua e terrore” (bella questa immagine). Quasi da racconto gotico 🙂
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Grazie mille per le tue parole e per il tuo apprezzamento. Mi fa un enorme piacere! Speravo di riuscire a trasmettere queste sensazioni, ma a muovermi è stato soprattutto il bisogno di tradurre in parole queste immagini che con prepotenza mi chiedevano di uscire. Grazie e perdona il mio ritardo nel rispondere.
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Un finale aperto che lascia spazio a infinite supposizioni. Mi è piaciuto.
Però mi ha lasciato perplessa questa frase:
“L’aroma di casa mi accoglie in un caldo abbraccio.”
Sembra la sensazione di una persona che entra per la prima volta in un ambiente, ma in realtà il personaggio è in quella stanza da un po’.-
Grazie mille per il commento e scusami per il ritardo con cui rispondo. Grazie davvero per l’osservazione. Sì, per non ripetere alcune parole ho provato a dirla così: quello che intendevo era proprio il profumo del brodo, perché il bambino era uscito dalla cucina per cercare lo zio e al ritorno tuffa la testa sul piatto e si immerge in quell’odore di buono che gli piace e ho pensato che per lui potesse tradursi così, in aroma di casa e di caldo abbraccio. Sicuramente l’ho resa male o almeno non come avrei voluto. 😉
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Ok, ma alla fine cosa ha detto???
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Non ci è dato saperlo, come lettori possiamo provare a immaginarlo. 🙂
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io ho creduto stesse morendo, non so cosa mi ha suscitato questo pensiero .
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Molto interessante questa interpretazione. In effetti la sensazione di catastrofe e di pericolo incombente è quella che ha mosso la mia rappresentazione dello zio, nell’ultima scena. Grazie e perdona il ritardo.
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Eh hai ragione, bella domanda. Capisco perfettamente la tua reazione, perché di solito è quella che ho da lettrice. Non ho mai particolarmente amato i finali aperti e mi manda ai matti non sapere. Eppure in questo caso è andata proprio così. Questo racconto è nato come esercizio che avesse un cliffhanger finale e mi è piaciuto arrivare fin lì, sul bordo. Questa storia mi è apparsa fugace proprio in questo modo e la potenza l’ho messa tutta lì, su quella sospensione. Non mi sono troppo interrogata su cosa sarebbe successo poi. Grazie per il commento. 🙂
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Ho dimenticato una cosa fondamentale nella mia risposta al tuo commento, scusa anche a te per l’imperdonabile ritardo! Ormai avevo inviato e non potevo più modificare. 😉
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Ho un debole per i misteri e il fantastico, quindi mi è piaciuto molto. Unica debolezza facilmente perfettibile: “brodo … bordo”.
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Ciao William! Capisco l’osservazione, ma la formulazione “l’orlo del brodo in pericoloso avvicinamento al bordo” è una scelta voluta dall’autrice e che a me è piaciuta molto: gioca sull’assonanza brodo/bordo e sull’immagine del liquido che arriva al limite. Non è un errore secondo me, ma una scelta stilistica. È un effetto sonoro/visivo cercato. 🙂
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Grazie mille per il feedback e l’apprezzamento. Mi scuso per l’indicibile ritardo, ma sono molto felice ti sia piaciuto. Vero, inizialmente rileggendo mi ero preoccupata di quel “brodo… bordo” e invece poi l’ho lasciato perché istintivamente avevo scelto questi termini filtrati dalla mente del bambino e mi è sembrato giusto così. Ma Giulia l’ha spiegato meglio e gli ha dato un effetto ancora più romantico. 😉
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