La portai a rivedere il mare

La brezza certi giorni sembrava capire il mio bisogno. Mi scovava nella nuova casa, si insinuava leggera e fluttuava fino ai piedi del letto, risaliva, e mi inondava di quel profumo che sapeva di azzurro. Cercavo di custodirlo il più a lungo possibile, inventando ricordi di un papà che non avevo mai conosciuto veramente. Ero piccola quando mamma lo seppellì e si prese cura di me. Sapevo che lei aveva messo da parte dei sogni: la casa di nonna non era abbastanza grande per nascondere segreti, e se poi si dimenticava di chiudere la porta era facile sentirli.
La cucina era diventata la mia stanza dei giochi. Passavo interi pomeriggi a mettere in scena storie di sirenette, pirati, principesse e qualche unicorno. La mia bambola di pezza mi faceva da spalla, il tavolo era il mio palcoscenico: lo spingevo fin sotto la finestra e ci salivo, da lì vedevo il mare e galleggiavo, volavo, sprofondavo negli abissi per poi riemergere. Il lieto fine era d’obbligo. Non quel giorno.
Un vociare crescente mi era arrivato alle spalle; senza riguardo mi aveva trascinato a terra, spinto lungo il corridoio e schiacciato contro quella porta, aperta quanto bastava per costringermi anche a vedere.
Mamma era seduta sul bordo della vasca, con la testa piegata in avanti e le braccia strette intorno allo stomaco. Nonna, con quel piglio autoritario, le parlava addosso picchiettando con l’indice storto sulla sua nuca come un codice Morse e concludeva ogni frase con un punto profondo.
Maria, sei in lutto e ne avrai ancora per un bel pezzo, toglitelo dalla testa Punto
Devi pensare a crescere Clara, l’hai voluta tu Punto
Maria non te ne andrai mai da qui, quello vi ha dimenticate Punto
Smettila con i sogni, stupida Punto
Il tempo passerà e guarirà ogni ferita Punto
Nonna non le aveva dato modo di ribattere, né quel pomeriggio, né mai. Io avevo bussato alla porta e messo fine alla punteggiatura: mi scappava la pipì.
A sei anni non potevo fare di meglio. Ma ero convinta che, in seguito, le avrei fatto tenere in tasca quel dito storto.
Ricordo che cercai per mesi le ferite che il tempo doveva guarire; le cercai anche attraverso il buco della serratura, ma si sbagliava: non c’erano, e si era sbagliata su molte altre cose.
A sedici anni ero pronta, pensavo di poterla annientare. Le avrei scaricato addosso tutto il non detto raccolto negli anni. Non mi avrebbe fatto abbassare lo sguardo. Ma non successe: mi anticipò il tempo, quello in cui nonna credeva così tanto. Una sera d’inverno passò, noncurante delle sue ferite, e se la portò via.
Fu un lutto breve, solo il giorno del funerale, lo stesso in cui l’agenzia immobiliare venne a ritirare le chiavi dell’appartamento. In seguito una ditta di sgomberi l’avrebbe svuotato. A noi restava solo un ultimo saluto al mare.
Passammo dallo squarcio nella rete dietro casa. Le onde schiumavano, il mascara le colava sulle guance: guardava lontano persa chissà dove, e io cercavo di fare scorta di quel profumo, prima di partire.

Nella casa nuova le finestre si aprivano su altre finestre, e più sotto su strade dal ritmo convulso. Non riuscivo ad abituarmi a quel sottofondo e, se nella notte rallentava, l’insegna al neon vibrava sulla persiana chiusa e scandiva il tempo. Sognavo comunque, ed ero sempre alla ricerca di qualcosa che avesse a che fare con quel codice Morse che mi rimbombava nella testa. Chi ci aveva dimenticate?
Anche mamma continuava a sognare: risparmiava quel poco ogni mese e lo metteva in una busta, la teneva nel cassetto delle posate. Avremmo fatto un viaggio, il dove non me lo aveva mai detto, ma ogni mese si arrendeva e svuotava la busta per le emergenze.
Io invece, periodicamente, passavo al setaccio l’appartamento. Mi litigavo ogni angolo con insetti pruriginosi e nugoli di polvere, con scarsi risultati, fino al giorno in cui lo trovai.
Era un cofanetto di legno lucido, color vinaccia, nascosto sul fondo dell’armadio tra coperte e lenzuola. Sembrava chiuso ermeticamente, forse nascondeva un meccanismo segreto, ma non seppi mai quale. Mi scivolò dalle mani e si aprì con un colpo secco a terra.
Non ti impicciare e rimetti tutto nell’armadio, mi sembrava di sentirla.
Non le avevo mai dato retta da viva, figuriamoci adesso. Mi impicciai di quel “tutto” a piene mani, seduta sul pavimento.
Due fogli stropicciati e una fotografia in bianco e nero: era stata ritagliata con cura. Un mezzo uomo stava seduto su una poltrona e stringeva tra le braccia un neonato – dovevo essere io – mentre alla sua sinistra, in piedi come un soldato, c’era mamma, con un sorriso accennato e lo sguardo perso. Chiusi gli occhi per vedere meglio: la cucina di nonna, la porta socchiusa, lungo il corridoio due mani sistemano i lembi della camicia nei pantaloni, sembrano gli stessi della foto, le braccia che si infilano nella giacca. Conoscevo la sua schiena, la vedevo uscire dalla porta di casa. Nonna mi tirava per un braccio, non ti impicciare.
Mamma non sempre cenava con noi. Quello che avevo ricordato non mi piaceva, lasciai scivolare a terra la fotografia e raccolsi i fogli incartapecoriti. Sembravano non volersi separare, come quella coppia di anziani che avevo notato qualche giorno prima al parco: un’unica sagoma aggrappata ai ricordi di una vita.
Staccai quei fogli con troppo slancio e cercai di ricomporre, in un gioco di incastri, parole scritte in un italiano stentato. Le mie dita tremolavano come la fiamma di una candela che scioglie la cera in un’altra forma, la mia, a ogni frase compiuta.
Incastrai altre parole, erano di mamma. Ricordava gli stessi momenti, immaginava anche lei come sarei stata e sognava quel viaggio che avrebbe affrontato, risposte mai spedite.
Quel che potevamo essere era lì, davanti a me, un mucchietto di carta sul pavimento.
Tentai di farne parola con lei per mesi che poi diventarono anni, ma ogni volta alzava un muro, sempre più alto. Lasciai perdere.

Nel frattempo mi ero iscritta alla facoltà di Psicologia e avevo trovato lavoro come cameriera in un bar sotto casa, sottopagato, mentre mamma aveva un impiego stabile in un vivaio. Certe sere mi accoccolavo tra le fronde dei suoi racconti e sognavo boschi incantati. Questo almeno per i primi tempi, poi tra un vaso e un traliccio, l’appartamento divenne un ricovero per piante. Il bosco immaginato lasciò il posto a una giungla e io, imbottita di antistaminici e spray nasali, cercavo di respirare. Ma non mi importava, lei camminava leggera.
Negli anni si era sempre divisa tra casa e lavoro, non aveva mai cercato di incontrare qualcuno, di risposarsi. Preferiva parlare con le sue piante, che in seguito aveva selezionato per me, e perdersi nei ricordi; e se la busta nel cassetto delle posate continuava a rimanere vuota, quel cofanetto era in bella mostra nel soggiorno. Sapeva che io sapevo e le bastava.
Il tempo passato con lei mi aveva insegnato a lasciare andare per il quieto vivere e la pazienza dell’attesa. Se quest’ultima mi aveva aiutata parecchio, il lasciare andare non mi aveva mai convinta. Ero stata testarda e non avevo mollato fino all’ultimo pezzo del puzzle. Mi ero anche laureata e avevo conquistato la mia indipendenza in un monolocale poco distante: avevamo bisogno di spazio entrambe, e sapevo che mi aveva già rimpiazzata con certe piante esotiche da rimettere in sesto. Continuavo a fare la cameriera in quel bar, e non potevo credere a quello che sarebbe successo di lì a poco.

Da quel mucchietto di carta stropicciata ero riuscita a ricomporre il suo indirizzo e credevo sarebbe stato facile trovarlo, ma ben presto mi resi conto che il signor Jonathan cambiava residenza come io cambiavo i calzini. Se non fosse stato per Miss Daisy, dell’ufficio postale di South Burlington, Vermont, – una signora di mezza età che aveva preso a cuore la mia ricerca ed era riuscita a rintracciare il suo ultimo indirizzo – non ce l’avrei mai fatta.

Le telefonai la sera stessa che appresi, in un italiano stentato, la conferma dell’orario. Infilai una parola dietro l’altra, informandola che domenica c’era un treno che partiva alle 8.24 e che doveva vestirsi comoda, ma non con la solita tuta da ginnastica. La portavo a rivedere il mare. Strizzai gli occhi dopo l’ultima affermazione, sperando di non sentire niente dall’altro capo del telefono. Aveva sospirato solo una domanda: «Questa domenica?»
Confermai, salutandola frettolosamente.
In treno la sorpresi sorridere guardando lo sfilare degli alberi e poi dei campi. E quando quella tavola azzurra prese la scena, tirò fuori un fazzoletto per tamponare gli occhi. «Allergia» mi aveva detto. L’unica parola di tutto il viaggio e fino allo squarcio nella rete.
C’era ancora. Solo lei. Il tempo aveva raso al suolo il passato e messo in cantiere il futuro.
Mi levai le scarpe per prima, la sabbia era tiepida come la sua mano. Attraversammo la spiaggia fino alla battigia: era deserta quel pomeriggio. Le chiesi se fosse contenta di essere tornata. Annuì, osservando lontano, e poi aggiunse: «Pensavo che era meglio non vederlo più questo posto, ma mi sbagliavo. Un tempo ogni scusa era buona per sgattaiolare via da casa e venire qua. Una volta ci passai l’intera giornata, proprio laggiù». Indicava qualcosa che solo lei stava vedendo, mentre un accenno di allergia saliva.
«Prima non era così: c’era un grande cespuglio e dietro avevamo trovato una barca.»
Le chiesi con chi l’avesse trovata, ma sembrava non avermi sentita.
«Non era di nessuno. Era malconcia, la gramigna l’aveva ricoperta sul davanti… come si chiama il davanti della barca? Arenata sulla sabbia e sul davanti… ah, prua! Prua, quanta gramigna là! E bastava un alito di vento per sentirne il fruscio. Era stata una bella giornata, anzi la più bella di tutte. Ricordo ancora il suo sguardo: azzurro, con delle piccole rughe intorno quando sorrideva. Lo sciabordio del mare, noi abbracciati. Sai, era americano. Jonathan e… l’ho detto Clara!»
Sì, l’aveva detto. Le saltai al collo come una bambina e finimmo per rotolare sulla sabbia. Credo ci avesse messo tutta la forza che aveva per smettere di ridere e staccarsi da me, per poi lanciare a mezz’aria: «E pensa se».
Mi girai verso di lei e le scostai una ciocca di capelli dagli occhi.
«Se l’avessi raggiunto in America… se avessi avuto il coraggio di affrontare tua nonna.»
Per un attimo avevo rivisto quello sguardo perso; poi si era messa a sedere, e io avevo fatto lo stesso.
«Sono rimasta perché tu potessi venire al mondo. Un suo misero ricatto. Ma saresti stata quel “noi” in carne e ossa. Dal primo istante che ti ho vista, ho riconosciuto i suoi occhi nei tuoi. Sono rimasta per proteggere il…»
Il muro che aveva alzato negli anni era crollato. Ci stavamo guardando. «Clara, è difficile spiegarti che… oddio, non me lo so spiegare neanche io. Lei mi urlava che dovevo portarle rispetto, fare come diceva per il buon nome della famiglia. Mi parlava di un padre che non avevo mai conosciuto, che si sarebbe rivoltato nella tomba; e di un paese ingordo, che ci avrebbe vomitate. Mi presentò un suo vecchio amico: mi avrebbe sposata, avrebbe lavato l’onta, io ne sarei uscita pulita e lei avrebbe camminato fiera. E sai una cosa? Non avrebbe mai potuto esserlo di sé stessa. Ricordavo quell’uomo. Uno dei tanti che passavano per casa quando ero ragazzina. Lei, fiera? Ma tu crescevi sana: eri la mia forza e il mio riscatto tra quelle mura malate. Non mi ribellai neanche quando morirono. E Jonathan… non ci aveva dimenticate.»
Le lacrime le rigavano il viso per tutto ciò che non era stato; le mie, per tutto ciò che le avevano fatto. Rimanemmo aggrappate in un abbraccio muto fino alla sua supplica.
«Clara, riuscirò a dimenticare? Passerà questo dolore?»
Volevo risponderle di sì.
Alle sue spalle, puntuale, una sagoma poco lontana sventolava un braccio.
Ancora avvinghiate, iniziai una sorta di ballo lento, piccoli movimenti girando in tondo. Lei mi seguì fino a scambiarci la visuale.
«Rimarrà nel passato. Oggi siamo qua, nel presente. Ed è incredibile, mamma, se guardi bene laggiù, dove mi raccontavi di quella barca…»
Non mi aveva dato il tempo di finire: saltò via dal mio abbraccio, come se avesse preso la scossa.
«Clara, stai… oh santo cielo, Clara! Ma stai scherzando?»
Non ero mai stata più seria di così.
«Mamma, avevi ragione: non ci ha mai dimenticate. Andiamo!»

Commenti

7 responses to “La portai a rivedere il mare”

  1. Leyla

    Ero certa d’aver lasciato il mio commento anche qui.
    Ma rileggerti è stato un grande piacere. Il tuo racconto è così denso di personaggi potenti e immagini memorabili. Sarei felice di leggere molto altro su di loro con la tua voce 💛😘

  2. Elena

    Letto d’un fiato. Delicato e profondo.
    Un racconto che mi ha evocato sensazioni ed emozioni, mi ha trasportato in luoghi ed epoche passate, mi ha ricordato un mondo femminile che non si è mai arreso. E mi ha sorpreso ad immaginare un seguito, a desiderare di conoscerne ancora un po’. Un mare di sfumature, di pensieri come onde che non si sono ancora infrante a riva, narrate come fossero la loro schiuma, leggera ma intensa, che ribolle in cima per la forza ineluttabile che spinge dalla profondità.
    🤍

    1. Laura

      Ti ringrazio per le parole spese, sapere quel che ti è arrivato e la voglia di immaginare un seguito è bellissimo. Grazie ancora.

  3. Molto bello, un racconto delicato e scritto molto bene 🙂
    Brava, Laura.

  4. Sabrina

    È bellissimo, trascinante, ho terminato la lettura con le lacrime agli occhi! Ero certa che quello che viene dal tuo cuore è sempre poesia e delicatezza ❤️

    1. Gilda

      Bellissimo, fluido nella lettura e commovente

    2. Grazie, ne sono felice. Sapere che è arrivata l’emozione, la stessa che ho provato io, mentre scrivevo e man mano le conoscevo, è bellissimo

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