Fango

«Oggi mi dimetto. Lavorerò un’altra settimana, forse due e poi me ne vado.»
Jun infilzò le bacchette nel riso e alzò la testa di scatto: «Cosa fai tu?»
Mi allungai verso la sua ciotola, sfilai le bacchette dal riso e le posai orizzontali sopra di essa. «Me ne vado. Ti prego però, le bacchette così anche no. Non stiamo pregando per i morti.» O forse lo stavamo facendo?
Io me ne sarei andato chissà dove e lui, senza di me, sarebbe tornato il quarantenne sfigato di sempre. Avremmo avuto bisogno entrambi di accendere dell’incenso e pregare per noi stessi.
«Ma… Dove?» mi chiese con la bocca piena.
«Non lo so ancora, quasi sicuramente una grande città. Qui non prendo abbastanza.»
Iniziai a mescolare le uova nella mia ciotola e per un po’ nessuno disse niente. Chissà se si sentiva abbandonato da me. Io di certo avevo la sensazione di venir meno a un patto che non avevamo mai stipulato, ma al quale entrambi credevamo ciecamente.
«E quanto starai via?»
«Un anno forse, ma dubito che quando tornerò vorrò lavorare ancora qui.»
Se non si era sentito tradito prima, di sicuro lo pensava ora.
«Ci penserò quando sarà il momento.»
Jun annuì, non sapendo che altro aggiungere.
Provai a cambiare discorso, a parlare di qualcosa di leggero ma, anche se ci provammo entrambi, la conversazione non andò da nessuna parte e finimmo con lo stare in silenzio, a non dirci l’unica cosa che avremmo voluto dirci: che ci saremmo mancati. Nonostante gli anni di differenza e i pensieri diversi, eravamo amici. Avrei dovuto dirglielo che mi sarebbe mancato. Invece, ci salutammo mestamente quando io girai verso il mio ufficio e lui proseguì verso il suo.
Tornai ai miei compiti, ma più andavo avanti e più non riuscivo a concentrarmi. Decisi che era arrivato il momento di dirlo anche a Xiayi che, oltre a essere il mio capo, era anche un’amica. Bussai alla porta del suo ufficio, ma non aspettai una risposta per aprirla. Xiayi era in piedi, con una tazza in mano. Si girò di scatto, con un’espressione furiosa. Quando si rese conto che ero solo io, abbozzò un sorriso e mi fece cenno di sedermi. Chiusi la porta e obbedii senza discutere.
«Ho un bel problema. Un problema che non riesco a risolvere» mi disse, porgendomi la tazza che aveva in mano. «Bevilo pure tu, io me ne faccio un altro.»
Presi la tazza dalle sue mani e vidi che dentro c’era lo stesso caffè schifoso della volta precedente. Lo appoggiai sulla scrivania, non lo avrei bevuto un’altra volta.
«Guarda che non ci avevo ancora bevuto» disse lei quasi offesa, mentre aspettava che la macchinetta finisse di preparare il suo.
«Guarda che non è un problema. Soprattutto non dopo che ci siamo… È che non mi piace, tutto qui.»
Lei mi guardò seria e completò la frase che non avevo avuto il coraggio di finire: «Dopo che ci siamo baciati? Be’ ha senso. Quello che non ha senso è che non ti piaccia.»
Scossi la testa sconsolato e ne bevvi un sorso: era sempre disgustoso. Questa volta però, oltre al suo solito sapore di fango, sentii che c’era altro. Sapeva di casa, sapeva di persone conosciute e amate. Sapeva della vita che stavo lasciando.
«Adesso che sei contenta, mi dici che problema c’è? Ti ho vista entrare e uscire non so quante volte questa mattina.»
Lei batté la sua tazza sulla scrivania così forte che un po’ di caffè si sparse ovunque.
«Mi obbligano a fare una cosa che non voglio fare. Ti sembra giusto? Ovvio che non lo è, non occorre che rispondi.»
Si abbassò le maniche della camicia e le usò per asciugare il caffè che aveva versato. Feci lo stesso e mi misi ad asciugare con lei.
«Allora, se non hai alternative, perché ti preoccupi? Accetta la cosa e basta.»
Lei alzò la testa: «Mi stai prendendo per il culo?»
Io continuai ad asciugare con la manica che da azzurro cielo era diventata marrone stinto. «Per niente. Guarda me, la mia unica opzione è quella di andarmene, e così farò.»
Xiayi mi afferrò la manica bagnata. «Cosa stai blaterando?» mi chiese con un tono ancora più acuto.
«Voglio dimettermi.»
Xiayi continuò a stringermi il braccio e a guardami stupita. «E dove pensi di andartene?»
Ancora questa domanda. Possibile che fosse la prima cosa che venisse in mente a tutti?
«Un posto dove posso guadagnare di più.»
Lei sembrò rincuorata dalla mia risposta e mollò la presa.
«Ah, è solo un problema di soldi? Posso…»
«Non è un problema di soldi» dissi mettendomi seduto e strizzandomi la manica. «Ma hai appena detto…»
«Voglio guadagnare di più, sì. Ma voglio farlo lontano da qua.»
Si sedette anche lei e tutto ciò che riuscì a dire era che capiva e che bastava che finissi la settimana. Poi sarei stato libero di andare e di fare quello che volevo. La ringraziai e provai a capire meglio in cosa consisteva il suo problema, ma lei aveva perso la voglia di parlare e mi disse che non era nulla, che avrebbe trovato la soluzione. Avrei voluto chiederle se adesso che le avevo detto che me ne sarei andato mi considerava già fuori, già un estraneo a cui non rivelare le sue preoccupazioni. Dopo che ebbi finito di bere mi alzai in piedi, pronto per uscire, ma lei, quasi sussurrando, mi disse che avrei dovuto portarle la lettera di dimissioni. «Certo, è già pronta. Te la porto subito.»
«Non… non ci vuoi pensare ancora un po’?»
Le sorrisi, sinceramente felice che volesse che restassi.
«Direi di no. È la scelta migliore.»
Lei non sembrò affatto d’accordo con me e incrociò le braccia.
«E tua madre?»
La guardai perplesso e mi scappò una risatina. Stava cercando qualsiasi appiglio, ma usare mia madre era inutile.
«Posso sempre tornare se ha bisogno.»
Xiayi sbuffò non sapendo più su cosa provare a fare leva. Alla fine optò per l’unica vera ragione perché voleva che rimanessi.
«E io?»
«E tu… tu sei brava Xiayi. Non hai certo bisogno di me per tenere in piedi questo posto.»
«Sì, certo» mi rispose alzando le spalle, facendo finta che la mia risposta non l’avesse delusa. Era davvero una pessima bugiarda.
«Portami quella lettera che la metto agli atti.»
Prese una penna e cominciò a scrivere chissà cosa. Quello fu il segnale che la conversazione era finita e che la mia presenza era di troppo. Annuii al suo ordine e uscii da lì.
Se ci si dicesse quello che veramente vorremmo dirci le cose potrebbero andare meglio? O andrebbero a finire allo stesso modo? Questa domanda mi perseguita ancora adesso. È un vero peccato non poter sapere cosa sarebbe successo se al suo “E io?” avessi risposto “E tu mi mancherai. E io mancherò a te ma va bene così.”
Stampai la lettera e gliela consegnai. Le chiesi se avessi dovuto fare altro ma lei, senza staccare gli occhi dal computer, mi fece cenno di andarmene. Mi sembrò che a unirci, adesso, fossero solo le nostre maniche macchiate.
A fine giornata, quando suonò la solita campana e tutti si precipitarono fuori, io rimasi seduto al mio posto aspettando, ingenuamente, che Xiayi uscisse. Lei però non uscì e io mi avviai, pronto a non trovare neanche Jun. Lui invece era appoggiato alla sbarra dell’ingresso con una sigaretta fra le dita. Quando mi vide mi fece cenno di accelerare e io, come una ragazzina innamorata, sorrisi a vederlo là.
«Xiayi?» mi chiese quando lo raggiunsi.
«Le ho detto tutto. E ora è arrabbiata con me.»
Jun mi tirò un’occhiataccia e lanciò la sigaretta contro il muro.
«Vorrei capire com’è che la tua stupida testaccia ha deciso che qui non le piace più!»
Non seppi cosa rispondergli.
«Lo hai detto a tua madre?» mi chiese rompendo il silenzio che si era venuto a creare.
Scossi la testa. No, a lei non lo avevo detto, perché sapevo che sarebbe stata la conversazione più difficile.
Il sole era ancora alto in cielo e tutti i lavoratori delle varie fabbriche si erano riversati in strada, rendendo quella parte di città piena di vita prima che si svuotasse quasi completamente. Un camion sconquassato si fermò al semaforo, a pochi metri da noi. Quando gli fummo vicini dovetti coprirmi il naso con una mano: una nuvola densa di fumo nero usciva dal tubo di scappamento e riempiva l’aria di un odore metallico, come se il motore stesso stesse bruciando vecchie rovine. Un misto di smog e polvere che ti entrava nei polmoni, lasciando un retrogusto amaro in bocca. Il venticello lo trasportò in alto, dove venne presto respirato sia dai maiali che aveva a bordo che da noi, massa di persone che popolavano la strada. Chissà loro dove erano diretti. Direttamente al macello? Noi invece? In quanti stavamo andando al nostro personale mattatoio? Sorrisi leggermente fra me e me, che paragone sciocco. Come poteva la casa essere paragonata a un luogo di morte? Eppure, anche se nessuno ci avrebbe uccisi, essere continuamente spezzati e umiliati poteva contare come fine.
Quando arrivai a casa, trovai mia madre intenta a litigare con i vicini. Si urlavano contro una serie di maledizioni e, per quanto quelle di mia madre fossero di gran lunga più originali, non mi sembrò giusto che combattesse da sola contro due megere e un rachitico. Mi avvicinai e mia madre, afferrandomi per un braccio, mi incitò alla lotta.
«Diglielo anche tu che è uno schifo!»
Non avendo idea di cosa stessero parlando, non potei che ripete le sue parole, dire che era una schifezza e che era tutta colpa loro.
«Esatto! Questo ormai è diventato viale della merda per colpa del vostro cane! Non si può neanche più camminare. Vedete mai il nostro farla in giro?» continuò mia madre imbufalita. I tre vicini la guardarono senza sapere cosa rispondere. Certo, il nostro non la faceva mai fuori. Forse perché la faceva quasi sempre dentro. I tre iniziarono a campare scuse su scuse, ma per mia madre la litigata era finita lì e rientrò in casa.
«Ah, quegli zoticoni, miserabili! Vedremo chi l’avrà vinta…»
Aprii la bocca per cercare di calmarla, ma decisi di rimanere fuori da quella lotta senza fine.
«Tu non hai niente da fare?» mi chiese brusca.
Ah, di cose da fare ne avrei avute, avrei potuto inventarmele pur di non dover affrontare la conversazione che stavamo per avere.
«Ma’, ti devo dire una cosa.» Avvicinai lo sgabello di plastica al cesto pieno di artemisia e iniziai a pulirla con lei. «Vado via per un po’. Finisco sabato e poi parto.»
Lei non smise di dividere le piccole foglie e rimase in silenzio. Dopo aver pulito quasi tutto il contenuto del cesto, si alzò e iniziò a cucinare. Mi ero preparato a sentirmi dare del vigliacco, dell’inconcludente e chissà che altro, ma lei non sembrava né arrabbiata né felice. Continuai a pulire quello che era rimasto nel cesto aspettando, sperando, che dicesse qualcosa. Io però finii e lei continuò a non dire nulla. Mi avvicinai alle scale, rassegnato al fatto che la nostra conversazione era finita ancora prima di iniziare. Appoggiai la mano sul corrimano e salii un paio di gradini. Mi fermai qualche istante a guardarla. A cosa pensi Ma’? Lo sai che sono qui, dietro di te, che aspetto solo una tua parola?
«Non dici nulla?» le chiesi all’improvviso.
Lei si girò sorpresa. Avevo sempre evitato di chiederle ciò che non poteva e non voleva darmi, ma non sarei partito senza una parola da parte sua.
«Vedi di pensare a cosa fai. Se ti spingi troppo in là, poi finisce che ti dimentichi cosa hai lasciato qui. Torna a casa presto Siyi. È tutto quello che ti posso dire.»
«Pensi che stia facendo come papà?»
A sentire la mia domanda lei sbuffò, quasi infastidita.
«Prima o poi fate tutti così, non è una sorpresa. Siete tutti uguali.»
Quelle parole mi ferirono più di quanto avrei mai voluto.
«Io non sono come lui» dissi impassibile.
Lei afferrò un pomodoro e lo affettò come avrebbe voluto fare alla mia lingua.
«Non al momento. Ti ho cresciuto con un minimo di cervello, ma è solo questione di tempo.»
Se mi avessero pugnalato, avrebbe fatto meno male. Scesi le scale e tornai verso di lei.
«Perché mi odi mamma?»
Si girò di colpo, il coltello da una parte e il mestolo nell’altra.
«Io non ti odio» mi disse quasi inorridendo.
«Però non mi vuoi neanche bene, vero?»
A quel punto si congelò. Perfino l’espressione disgustata di prima non riuscì a scappare dal suo volto.
«Che domande sono?» mi chiese in un sussurro, riuscendo a recuperare almeno l’uso della parola.
«Va bene così» dissi salendo le scale. «Non mi aspettavo nulla di diverso.»

Commenti

5 responses to “Fango”

  1. davideruscelli

    Uscire dal fango che ti risucchia per i calcagni ad ogni passo che muovi nel mondo può essere una fatica immane ma certi luoghi e certe persone non ti lasciano provarci. Ho percepito tutta la solitudine del protagonista, davvero complimenti.

  2. “Se ci si dicesse quello che veramente vorremmo dirci le cose potrebbero andare meglio? O andrebbero a finire allo stesso modo? Questa domanda mi perseguita ancora adesso.”.

    I sentimenti della vita stanno tutti in questa domanda. Molto bello.

  3. Un racconto molto malinconico. Siyi sta annaspando nel fango della sua vita, che si manifesta visivamente nelle macchie di caffè, nel “viale della merda” e nei dettagli carichi di significato, come le bacchette posate orizzontali. La decisione di partire è l’unico modo per scrollarsi di dosso quella sensazione di mediocrità che lo trascina in fondo. I problemi di comunicazione tra i personaggi fanno trasparire un “non detto” potente, una sottile tensione su cui ruota la narrazione. Il finale mi ha spiazzato: tagliente e nostalgico, lascia le risposte in sospeso. Complimenti!

  4. Luca Manni

    Un piccolo amaro viaggio in terre lontane sul bisogno universale di esprimere i sentimenti più intimi.
    Il finale lascia il sapore della nostalgia, difficile da spiegare anche a noi stessi.

  5. Complimenti, bel racconto 🙂
    Il fango che è dovunque, nell’aria, nel caffè e nello sporco che circonda il personaggio è perfetto come titolo del racconto.

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