La signora Ada si svegliò un giorno con l’idea di smettere di avere un frigorifero anonimo. Lo trovava volgare nella sua nuda liscezza, superficie meramente destinata a respingere impronte di dita unte.
«Troppa serietà, sembri il Papa a un matrimonio civile» gli disse.
Così iniziò a tappezzarlo di foglietti colorati, gialli, rosa, azzurri, ognuno dei quali conteneva un messaggio, un ordine, un ricordo che lei stessa affidava alla carta come si fa con un messo fidato.
Compra le cipolle.
Non baciare più l’idraulico, puzzava di rame.
Alle 10 arriva tuo genero. Non farti trovare in vestaglia.
Sua nipote Nina si aggirava incantata tra i foglietti, in una sorta di luna park casalingo fatto di carta adesiva.
«Nonna, sembri il direttore creativo della 3M.»
Ada alzava un sopracciglio, quello che a vent’anni le era valso una fila di pretendenti inginocchiati, e replicava: «Meglio un frigorifero con i sottotitoli che una vita muta!»
Il punto era che le parole, ultimamente, si comportavano come galline: scappavano di notte e tornavano il giorno dopo, spennacchiate. Le frasi le si sbriciolavano in bocca peggio dei biscotti secchi. Così i post-it erano l’esercito di riserva, il controcoro che suggeriva le battute a un’attrice un po’ stanca.
Nina, che amava sua nonna con una tenerezza quasi feroce, reggeva questo gioco e, anzi, lo raffinava. Aveva inventato una caccia al tesoro domestica: sostituiva alcuni post-it con altri, scritti di suo pugno, e così Ada si ritrovava a seguire indizi che la portavano a sorprese inaspettate.
Vai in bagno e canta forte.
Sul bordo della vasca, un giocattolo a forma di cactus ballerino registrava ed imitava la sua voce, stonandola.
Apri il forno.
Dentro niente lasagne, ma una foto incorniciata di lei ventenne, in un abito a pois, più bella di una diva francese.
Alcuni pomeriggi Ada rideva fino a tossire leggendoli, altri si rabbuiava all’improvviso: «Ma questo chi l’ha scritto? Chi si diverte a comandarmi?»
«Sei stata tu, nonna. O forse io. Ricordi? È il nostro gioco.»
«Ah già, il gioco… Sei una brava ragazza. Anche se ti vesti male.»
A Natale, Nina ebbe il colpo di genio: preparò a sua nonna un cartellone ricoperto di post-it, ciascuno con un frammento di passato.
Quando mi hai insegnato a mettere il rossetto rosso.
Quando abbiamo rubato le ciliegie al vicino.
Quando hai ballato in cucina con la scopa al posto del cavaliere.
L’anziana donna leggeva con voce teatrale, scivolando da Shakespeare al cabaret. Ogni tanto rideva, ogni tanto sgranava gli occhi incredula. «Davvero l’ho fatto io?»
«Sì, nonna. Tu sei stata tutte queste persone.»
C’era una tenerezza solenne in quella scena e, allo stesso tempo, una comicità irresistibile: l’anziana signora, avvolta in un grande maglione rosso, cercava di leggere a voce alta gli appunti, storpiando le parole e inventando frasi nuove, surreali.
«Quando hai… cosa dice qui? Ah, sì: quando hai messo il gatto nel forno. Ma io non l’ho mai fatto!»
«Nonna, leggi meglio: “quando hai messo il CAPPELLO nel forno”.»
«Ah, meglio così. Anche se col gatto sarebbe stata una cena interessante.»
I parenti, imbalsamati come statue di gesso, non sapevano se ridere o piangere. Nina, invece, lo sapeva benissimo: si dovevano fare entrambe le cose, nello stesso momento, possibilmente con un bicchiere in mano, brindando alla vita.
Verso sera, Ada, stanca, si addormentò in poltrona, la testa reclinata di lato. Nina si avvicinò piano e le sistemò una coperta sulle gambe. Sul bracciolo della poltrona c’era un post-it, scritto con calligrafia tremante:
Compra prosecco. La vita è breve.
Nina rise, con quella risata che graffia un po’ la gola, mentre una piccola lacrima fece capolino dal bordo della sua palpebra. «Allora, nonna» sussurrò, «quando ti sveglierai stapperemo una bottiglia. E poi, se ti scorderai, tanto meglio: la stapperemo due volte. O tre. Tutte le volte che vuoi.»


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