Ho bisogno di parlarti. Ti ho cercato ovunque; avrei rinunciato se non avessi letto di Oleg Mandic e di come, ad Auschwitz, continuasse a conversare con le persone che gli svanivano intorno, rivolto alle foglie di una betulla.
Gli ho creduto. Ho pensato a quelle appendici tutte uguali, flosce dai rami, eppure con una nervatura robusta.
Ho capito che se ti voglio trovare, ti cercherò anch’io in un albero. Un pino marittimo è quello che ti rappresenta meglio. Possiede la tua solidità. Il tronco, nascosto sotto la corteccia screpolata, mi ricorda le tue maniere rigorose e asciutte. Le tue parole, che raramente lasciavano intravedere cosa ci fosse dentro. Gli aghi sono la tua rassicurante immutabilità. L’altezza maestosa, la superbia con cui mi guardavi.
Ho bisogno di parlarti di quella sera, sì, proprio quella. La cosa ti stupisce? Non posso biasimarti, visto che io sono qui a vagare per la pineta e tu sei chissà dove, sempre che ci sia ancora qualcosa di te. È proprio perché sono rimasta e ho dovuto spiegare a tanti che ho bisogno di parlarti. Perché il racconto ha aperto in me tanti dubbi, tante incertezze. Tra qualche anno dovrò raccontare di quella sera a nostro figlio, e so che tua madre un giorno mi cercherà. Per allora dovrò avere le risposte alle loro e alle mie domande, capire perché io sono qua e tu no.
La pineta è quella che percorrevamo con le biciclette per andare al mare. Lo stesso odore di resina, la stessa ombra punzecchiata da leggeri sprazzi di sole. La stessa sabbia compatta e scura sotto il letto di aghi secchi, con qualche sasso qua e là che faceva traballare le ruote. E attenzione a cercare di evitare le radici, che si intrecciano sinuose sul suolo creando buche e dossi. Anche adesso sento le cicale cantare vigorose. Ho trovato un tronco tagliato che mi fa da sedia e quindi mi fermo. Mi rivolgo al grosso pino di fronte, sperando di dialogare con te. Mi devi aiutare a ricostruire quello che è accaduto. Passo dopo passo.
Sei rientrato, questo me lo ricordo, e mi hai trovata che mettevo alcune cose nella valigia. Non erano tante, ma per te erano abbastanza. Dov’è Martino, mi hai chiesto. Dai nonni, ho risposto, mentre continuavi a guardare la valigia e le cose che avevo già messo al suo interno. È solo per qualche giorno, ho cercato di rassicurarti, ho bisogno di qualche giorno. Niente di più.
Ne avevamo parlato dello schiaffo. In effetti, non mi ero accorta di aver sorriso a quel signore che mi era corso dietro, e mi aveva toccato la spalla per consegnarmi la sciarpa caduta. Non mi ricordo nemmeno com’era fatto quel signore, ma tu mi avevi assicurato che avevo fatto la civettuola, e sicuramente gli avrei dato anche il numero di telefono se tu non fossi stato a qualche metro di distanza.
Puttana mi avevi chiamata, ma io non mi ero proprio resa conto di essermi comportata come una di loro. Scusa, ti avevo detto, prima dell’altro schiaffo. Scusa mi avevi detto, non è un gran periodo, ho paura di perderti. Ti capisco, avevo risposto. Dopotutto sapevo come stavano le cose al tuo lavoro, e poi tuo padre in quelle condizioni. Dopotutto, mi dispiaceva lasciarti solo. Ma dopo le botte, per continuare, avevo assolutamente bisogno di qualche giorno. Sarei andata dai miei genitori con Martino. Avevo detto loro solo che la caldaia non funzionava. Questo mio capriccio è stato la causa di tutto.
Guardo il tronco e gli occhi mi corrono ai rami più alti. Solidi e immobili come le braccia possenti con cui mi hai bloccata, senza che potessi spostarmi di un millimetro. Ho provato a rassicurarti. Ne ho bisogno per me. Dal telefono puoi vedere dove sono in ogni momento, come al solito. Ma tu vedevi solo quella valigia, che pure era piccola piccola, solo l’essenziale.
Adesso seguo con lo sguardo uno dei solchi del tronco, per cercare di seguire te dopo che sei uscito dalla stanza. Non ricordo di averti sentito andare in cucina, né il rumore dei cassetti che si aprivano. Non mi sono proprio accorta del tuo arrivo, concentrata com’ero a chiudere in fretta la valigia. Ho sentito solo la lama che penetrava nella mano e fuoriusciva in un balzo.
Ho intravisto per un secondo il coltellino che usavo per disossare il pollo e farcirlo di salsiccia, come piace a te. La lama, uscendo, era liscia con il mio sangue caldo, e ho avvertito la facilità con cui entrava nel mio torace, nel fendente che mi hai dato dopo essermi voltata verso di te. Lo so che eri disperato, l’ho visto in quell’attimo, e lo vedo adesso in questa corteccia di pino su cui qualcuno ha inciso un cuore trafitto. Una ferita che l’albero non è riuscito a rimarginare.
Cosa ho fatto, penso adesso, e credo di aver pensato in quel momento. Quanto dolore gli ho causato per farlo arrivare a tanto. Il mio istinto mi diceva di scappare. Ma prima di scappare ho protetto il viso dalla terza coltellata: mi ha tranciato la pelle dell’avambraccio. Usciva tanto sangue, e sentivo l’odore metallico della scia che lasciavo dietro di me. Io correvo, e tu sei scivolato. Hai battuto la testa, forte, fortissimo, sullo spigolo del mobile di noce nel corridoio d’ingresso, e sei rimasto un attimo immobile prima di rialzarti. Ma io non mi sono voltata. Mi sei venuto dietro che ero già uscita dalla porta e scendevo le scale. Volevo solo andarmene per qualche giorno, ho pensato, non volevo causare tanto casino. Mentre mi voltavo a guardare in su verso il nostro ingresso, tu sbucavi sul pianerottolo. Abbassando lo sguardo ho visto tutto il mio sangue, che vergogna. Avrebbe dovuto essere ripulito! Coltello in mano barcollavi, ancora frastornato dalla botta che non ti faceva essere lucido, e non ti permetteva di mettere i piedi uno davanti all’altro come si dovrebbe. E infatti, per inseguirmi, non ti sei accorto del gradino e della pozza del mio liquido caldo. Ho solo sentito il tonfo, e le mie grida, e le porte dei vicini che si aprivano. Ricordo bene la faccia inorridita della signora del piano di sotto. Ricordo me stessa seduta nella casa uguale alla nostra, eppure così diversa, mentre qualcuno mi tamponava le ferite con un asciugamano e qualcun altro chiamava il 118. Ti abbiamo lasciato solo per le scale. Nessuno ti ha soccorso prima che arrivassero gli operatori con le tute arancioni. Siamo rimasti chiusi negli appartamenti per sfuggire a tutto quel sangue.
Guardo per terra e vedo i pinoli. Il pino non è certo un albero generoso. I suoi semi li racchiude in un guscio legnoso e li ricopre di una patina nera che macchia chi li raccoglie. Le pigne, i suoi frutti, non sono di conforto a nessuno. Anche tu disperdevi il tuo seme senza interessarti al mio piacere. Sei rimasto una settimana in ospedale in condizioni disperate in confronto alle mie ferite, suturate con qualche punto. La psicologa mi diceva che non dovevo vederti, per questo non sono mai venuta al tuo capezzale. In quei giorni osservavo i tre tagli che non avevano interrotto nessuna arteria o danneggiato alcun organo, e pensavo al grosso ematoma che impediva al tuo cervello di controllare al meglio i tuoi organi che, a poco a poco, si sono spenti.
Aspettando la tua risposta mi guardo intorno, e vedo il terreno ricoperto dagli aghi secchi. Vicino al tronco su cui sono seduta, ora che il pino è stato abbattuto e la luce penetra, ecco: nella radura spuntano delle piantine. Mi rendo conto che i pini soffocano tutto ciò che è intorno a loro, non lo fanno crescere né germogliare. Solo adesso lo capisco. Non ho colpa, è stata solo sopravvivenza.
Mi alzo leggera e penso che, a differenza di Oleg, tornato a parlare con la sua betulla, io non verrò mai più a cercarti.
L’ultimo dialogo
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12 responses to “L’ultimo dialogo”
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Devo dire che questo racconto mi fa ribrezzo. Mi ha lasciato nello stomaco una sensazione di rigurgito, nel cuore una di rigetto. “Ti capisco”, “Quanto dolore gli ho causato per farlo arrivare a tanto”, “non volevo causare tanto casino”. Tre frasi del racconto che, piazzate abilmente nel posto giusto, mi ribaltano le viscere solo a leggere. Mi chiedo (da uomo) come una donna, in una tale situazione, possa anche solo pensare così. Schifo. E quindi: brava autrice! Brava perché quel ribrezzo, quel rigetto è passato tutto perché è un racconto scritto bene, e spero fosse anche quello che volessi trasmettere. E’ arrivato forte come un pugno ed è questo il senso di scrivere: trasmettere emozioni. Nessuno dice che debbano essere positive. Chapeaux!
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Non avrei mai immaginato che quest’incipit precipitasse in tragedia, che crollasse nel sangue con la violenza di quel pino abbattuto sul cui tronco amputato siede proprio la protagonista. Racconto sorprendente, in senso letterale, e per questo pregevolissimo, per altro un racconto che eviscera un tema difficoltoso con la precisione chirurgica di quel coltellino da cucina usato come arma di castigazione. Non c’è lieto fine, ma la semplice risoluzione di un conflitto che ha lasciato cicatrici fuori e dentro, come spesso accade nella vita vera, conscio di peccare di cinismo nell’affermare ciò. Ti faccio i miei complimenti per la crudezza e la sensibilità insieme di queste righe, davvero.
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Emozioni vivide. Prosa fluida. Linguaggio metaforico. Questo racconto ha tutto. Ho provato una fitta allo stomaco, il suo
dolore era anche il mio. Di una potenza disarmante. Questo è ciò che cerco quando leggo… non tutti sono in grado di trasmettere emozioni così forti. Grazie per questa lettura intensa. Complimenti, spero di leggere altri tuoi racconti!-
Grazie Alessia.
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Cinzia, non ho davvero parole. Mi hai preso il cuore e l’hai fatto a pezzi, senza pietà. In questo racconto c’è tutto: la carne, il sangue, il respiro dell’anima. Non ti dirò che sei stata brava, ti dirò che ho sentito ogni coltellata, ogni tonfo, ogni pensiero della protagonista come se fossero miei. È raro che accada, ma stavolta mi è successo: ho sentito una connessione così profonda da lasciarmi senza fiato. Mi hai devastata, nel modo più vero e umano possibile.
Eccezionale.-
Grazie Federica, le tue parole mi toccano veramente il cuore. E’ bello sapere che oltre a una storia sono stata in grado di trasmettere vere emozioni!
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Intenso e potente. Molto suggestivi i paragoni tra il pino e l’uomo, e molto toccante il percorso di trasformazione del dolore in consapevolezza. Hai reso con parole semplici – ma mai banali – un tema complesso e spesso sottovalutato, trascinando chi legge, assieme alla protagonista, in un flusso emotivo che prima stritola e poi libera, esattamente come le piante che nascono dopo che il pino è stato abbattuto.
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Grazie Kevin. Mi lusinga soprattutto l’apprezzamento che fai alle parole semplici. Il mio linguaggio non vuole “soggiogare” il lettore ma accompagnarlo con un espressioni dirette ma che cerco di caricare di significato e sensazioni.
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Questo racconto mi ha toccata profondamente, come solo sanno fare le narrazioni che trasformano il dolore in visione. Il pino marittimo mi ricorda quasi un totem, un emblema di controllo e radicamento che soffoca ogni possibilità di vita attorno a sé. Ho amato l’idea che il bosco diventi un paesaggio interiore, denso di memorie e ferite, dove il tentativo di dialogare con l’assente si trasforma in un rito di separazione, in una catarsi. La natura, complice e testimone, guida infine verso una consapevolezza: certe presenze si superano solo smettendo di cercarle. Una riflessione potente sulla violenza domestica. Grazie Cinzia! Complimenti davvero…
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Grazie Leyla. Il bosco è un microcosmo in cui le piante interagiscono tra di loro, proprio come una società umana. Per questo ho scelto il pino che è un vero e proprio “tiranno” per la metafora del compagno violento. Sono contenta che tu abbia apprezzato la mia scelta.
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Ma che bel racconto! 🤗 Di una tristezza infinita ma veramente bello. Mi è piaciuto il confronto tra il marito con il pino, e avevo il cuore in gola per lei mentre preparava la valigia con il marito che incombeva su di lei… Molto bello anche l’atteggiamento di lei che prova comunque amore e preoccupazione per lui nonostante tutto. Bellissimo il finale con l’albero abbattuto e la luce che riesce finalmente a penetrare libera nella sua vita.
Complimenti! ♥️-
Grazie Laura. L’atteggiamento della protagonista è volutamente molto accondiscente con perchè pensato come una riflessione a posteriori – infatti durante l’aggressione lei è molto decisa a scappare e andarsene. L’incontro con il “pino”, attraverso le diverse caratteristiche dell’albero che ho cercato di rendere sempre più negative, le dona la consapevolezza di cui ha bisogno.
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