Sulla porta

Ho cambiato molte case. Le ho sentite necessarie, ma nessuna insostituibile. A volte, ne rivedo alcune nei sogni. In uno in particolare mi trovo davanti a numerose porte, attraverso cui accedo a quei luoghi, con le persone di quei momenti e gli oggetti di cui mi circondavo. Come il pianoforte, che ho sempre portato con me in versione elettronica.

L’ho caricato sul sedile posteriore anche il giorno in cui cinquanta chilometri mi separavano dalla nuova abitazione. Sono uscita evitando lo sguardo di mia madre. Guidavo, quando è iniziata a mancarmi l’aria. I contorni della strada si sono offuscati e ho accostato, senza riuscire a raggiungere il telefono buttato sul sedile grigio. Mentre la cintura segnava e sosteneva il busto, sentivo i fischi delle auto che mi sorpassavano come proiettili. Che non mi vengano addosso. Poi buio. È durato fino a quando lei, più tardi, richiudendo la porta dietro di noi, ha detto: «Non ci eravamo salutate bene».

La voce di mio padre chiedeva se quello fosse un luogo tranquillo e io, guardando giù dal sesto piano, risposi di sì, ma mi portai la coperta fin sui capelli. Ero lì da un giorno e un uomo aveva appena tolto la vita alla sua compagna. Cercai di dormire.

Tempo dopo, durante il lavoro, ho organizzato il riavvicinamento tra il figlio di quella donna e i nonni. In una stanza con i muri scrostati, l’educatrice disponeva sul tavolo le uova e la farina, proponendo loro di impastare una torta. Io, nella stanza accanto, giravo il cucchiaio nella caraffa. Preparavo un litro di tè in polvere per gli altri bambini che aspettavano il loro incontro.  

Vent’anni prima, salivamo verso un cortile di ghiaino. Dalla porta ci aprivano dicendo: «Eccomi, eccomi che arrivo». A destra c’era un tavolino di legno laccato scuro, con un vaso sottile, verde, il cui fiore si distingueva dalla parete povera. L’odore di calicanto permeava l’aria fredda anche salendo le scale, fino al gelo del piano di sopra, dove trovavamo sempre dei dolci. Era la casa dei nonni.

Girò la chiave nella toppa, prima di riprendere il bastone appoggiato alla porta. Sembrava più alta del solito, con il cappotto blu e la sciarpa bianca come i capelli. Il suo sguardo misurò i passi che le sarebbero serviti. Si prese un attimo per appoggiarsi, raccolse il fiato. Poi usò il bastone per percorrere quella distanza. Guardava i piedi posarsi sul ghiaino, uno dopo l’altro. «Chissà cosa si prova a rimanere l’ultima di una famiglia», mi disse mia madre. Dal finestrino la vedevamo arrivare verso la macchina, mentre la sua casa, dietro, scompariva. Io mi rifugiavo nel sedile posteriore, facendole posto per andare al funerale del nonno.

«Guarda, vieni!» La portafinestra della camera da letto era aperta, dopo che aveva steso in balcone la biancheria. La cesta vuota era rimasta sul copriletto marrone. Seduta sul bordo del letto, con le mani sulle gambe, mia madre scrutava l’aria. «È volata via. Mi girava intorno». Cercava ancora, mentre mi parlava. «Come in quel film… Era qui.» Seguì poi con lo sguardo qualcosa, fino all’esterno, oltre il verde, come se lo vedesse ancora. «Una farfalla?» Mi sono seduta anch’io sul copriletto marrone. C’era con noi una luce calda e densa, che ci disegnava sulle mani.

«Questi gelati ve li offre la bisnonna», glieli porgeva con il tovagliolino. Torniamo ancora, a volte, in quella casa, anche se non è più la stessa. L’intonaco è crollato sul tavolino di legno laccato scuro e i giornali induriti sono stati lasciati al posto del vaso. Mia madre vorrebbe riordinare. Io cerco tra il materiale accatastato. L’ultima volta sono affiorate le tazzine giallo ocra decorate in rilievo. Poi ho sfilato una scatolina di legno intarsiata. Custodiva una cipria rosa, nella sua confezione di plastica secca, e un rettangolino di carta in bianco e nero. Ha la permanente appena fatta, la gonna svasata fino alle ginocchia. È sulla soglia di casa. Sorride. Un po’ di profilo, la mano si appoggia sul pomello d’ottone. Diventerà la mia nonna. Da sotto sono comparsi cinquanta euro. «Con questi compreremo il gelato alle bambine», disse mia madre mentre, con lo stesso pomello ossidato, chiuse la porta dietro di sé. 

L’ho scostata io, in un sogno. La luce rivelava il divano di velluto in ordine e nell’orologio alla parete il tempo non scorreva. La cucina era il cuore della terra. Sedevano in cerchio i nonni e la mia famiglia. «Ah, quindi siete qui.» Mi uscirono queste parole guardandoli uno a uno. «Avete messo tutto a posto.» «Siete vivi allora.» «Siamo tutti vivi.»

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