Nemmeno il profumo del caffè riusciva a scalfire l’irritazione di Luca. Cercava di cambiare posizione con discrezione, senza staccare le chiappe dallo sgabello né tradirsi con una smorfia per i crampi. Ogni tanto gettava occhiate sbilenche ai colleghi per captare qualche segnale di pericolo, ma quelli continuavano a berciare di moduli fiscali e rigori mancati.
Ogni mese la stessa ansia. Il suo calendario era diventato un campo minato, pieno di ics e cerchietti rossi del tutto inutili. Ventotto giorni, trenta, addirittura trentadue: non poteva fare affidamento sulla matematica per prevedere il suo cataclisma personale.
«… domani?»
Il silenzio che cadde lo riscosse da quei pensieri, vorticosi come il latte schiumoso nella sua tazza.
Luca alzò gli occhi su Giovanni; l’ultima voce che aveva sentito gli parve la sua. «Eh?»
Il collega posò la tazzina vuota sul bancone e si scrollò le briciole dal colletto. «Dicevo se sei dei nostri per la partita di domani.»
Un crampo gli morse l’addome. «No, non ci sono. Ho da fare domani.»
Filippo, impiegato junior e leccaculo seriale, si allungò per posare a sua volta il bicchiere di spremuta d’arancia bio, borbottando il suo dissenso.
Guardali lì, per loro l’unico problema è la partita.
«Eddai» insistette Giovanni, «se non vieni tu ci tocca chiamare il Becco. L’ultima volta quanti ce ne ha fatti mangiare?» Si voltò verso Filippo in cerca di conferme. «Cinque? Sei?»
«Sei, se non ricordo male.» La solerzia con cui rispose era direttamente proporzionale al suo servilismo.
Luca scosse il capo e tornò a concentrarsi sul cappuccino, anche se aveva voglia di fare due tiri a pallone. «Ho detto di no. Ho da fare.»
L’ultimo arrivato dell’ufficio gonfiò il petto. «Per la miseria Lu’, ma stamattina ti sei svegliato col culo girato per caso?»
Giovanni gli batté una mano sulla spalla, sfoderando un mezzo sorrisetto. «Lascialo stare… avrà le sue cose.»
Un brivido ghiacciato artigliò Luca alle reni. Pietrificato sullo sgabello, abbozzò quello che doveva essere un ghigno. «Ah, ah. Molto divertente.»
«Lasciatelo stare, tutti e due.» La voce cristallina di Michela arrivò dalla sua sinistra e s’infranse contro la bolla che stava per soffocarlo. «Che battuta sessista. Sei riuscito a offendere i due generi contemporaneamente.»
La bolla si ruppe.
Giovanni alzò le mani nella sua migliore pantomima. «Ok, ok. Scusa.»
Michela aggrottò le sopracciglia, ma lasciò perdere. «Andiamo a lavorare invece di sparare battute marce, che dite?»
I due amiconi annuirono all’unisono. Luca cancellò dalla faccia ogni traccia di disagio e la guardò sollevato, riconoscente per quell’interruzione provvidenziale; Michela era una delle poche cose buone che aveva trovato in quel posto di lavoro.
Indicò la tazza. «Voi andate pure, io finisco questo e arrivo.»
Mentre appoggiava una banconota da cinque euro sul banco, Michela gli sfiorò casualmente il braccio con il seno, avvolto nella camicetta leggera. «Ok, a dopo.»
Luca deglutì e si dimenò. Non era il momento di fare quel tipo di pensieri. Proprio no. «Ciao.»
Una volta rimasto solo, buttò giù il cappuccino senza assaporare nulla, pagò la sua parte e, con riluttanza, si alzò. La solita smorfia irritata gli increspò la fronte.
Carlo gli regalò uno sguardo complice senza smettere di sciacquare i bicchieri. Che avesse capito?
Già dalla prima volta in cui Luca aveva messo piede nella toilette di quel posto, aveva cominciato a sospettare che anche il barista avesse il ciclo.
Accanto al water c’era un contenitore per gli assorbenti, c’era il gancio per giacca e borsello avvitato alla porta e la carta igienica non mancava mai. Erano accortezze di chi sapeva cosa volesse dire zampillare sangue cinque giorni al mese, tutti i mesi, come la dannata fontana del Tritone in piazza Barberini.
Nel suo ufficio, questo tipo di attenzioni non aveva ancora attecchito, così come nella maggior parte delle strutture di cui doveva frequentare i bagni: la palestra; lo spogliatoio del campetto. Le cose però erano destinate a cambiare, se nel mondo continuava così. Capirai che consolazione.
Si diresse verso la toilette facendo finta di non aver visto l’espressione di Carlo. Anche se forse avevano lo stesso problema, non era un argomento che un uomo affrontava a cuor leggero.
Percorse i pochi metri impettito e con l’addome tirato, schivando a denti stretti una coppietta che stazionava tra lui e la sua agognata meta.
Guadagnò la porta e se la richiuse alle spalle con un sospiro liberatorio. I primi giorni erano i peggiori, e lui preferiva non dover usare i bagni dell’ufficio: ogni traccia lasciata era una mina pronta a esplodere.
Chiuse a chiave e abbassò la maniglia per essere certo di averla assicurata per bene.
Chiappe al vento, si sedette sulla ceramica fredda senza doverla foderare di carta igienica: anche la pulizia era ineccepibile. L’odore chimico dei cessi del Bar Carlo era quasi rassicurante.
Strappò via l’assorbente sporco e appiccicò quello pulito con movimenti precisi ed essenziali, come se fosse nel box di Formula 1 durante un pit stop e non ingobbito sulla tazza. In pochi secondi fu tutto finito.
Si lavò le mani con cura; con le dita ancora umide ritoccò le punte dei capelli. Si dedicò a quel compito quasi dimenticandosi della sua sfortunata condizione, finché un nuovo crampo non lo costrinse ad aggrapparsi al bordo del lavandino. Le mani si contrassero e spuntò la smorfia. Aspettò rassegnato che passasse: non poteva fare molto altro.
Sollevò lo sguardo e il suo riflesso lo compatì.
Perché io?
Era uno di quei pensieri infantili che gli spuntavano fuori nei momenti di vulnerabilità, ma chi poteva biasimarlo?
Luca cercò di rilassarsi. In fondo, non era mica l’unico. Al mondo i ciclici erano il trenta per cento e il numero saliva, inesorabile. Bastava cambiare canale per capirlo: “Ciclo Talk”, “Uomini a metà?”, mille pubblicità di integratori con nomi aggressivi tipo “Sangue forte – per l’uomo ciclico, ma potente!”
Non sono impotente, ho solo il ciclo!
Il ricordo lo colpì alle spalle, bastardo come sempre. Una mattina che doveva essere come tutte le altre fu svegliato dal mal di pancia e dal tepore viscido delle lenzuola macchiate. L’urlo di terrore che gli eruppe dalla gola gli riempiva ancora le orecchie.
Meglio non soffermarsi su certi dettagli, ma la locandina affissa alla porta parve additarlo: due tizi, uno in giacca e cravatta e uno col camice bianco, abbracciavano un operaio che teneva il pollice in su e sorrideva beato. Sotto, in un rosso vermiglio da presa per il culo, lo slogan del governo: “Noi siamo con voi”. Questo sì che mi aiuta, grazie tante. Potevate togliere l’IVA dagli assorbenti, almeno.
I grandi luminari chiamati a suo tempo a svelare il mistero del mestruo maschile dissero solo: «Non sappiamo perché».
L’unica cosa che erano riusciti a verificare era che i maschi ciclici non avevano nulla di diverso da quelli ‘normali’. Nessun pezzo in più, niente ovaie al posto delle palle o uteri nascosti; nonostante questo, perdevano sangue dal pisello. Un tradimento biologico senza eguali.
Lasciò il bagno con la sconfitta a pesargli sulle spalle. Sapeva che non era colpa sua, ma da qualche parte, dentro di lui, esisteva la convinzione di essere sbagliato.
Era una vocina talmente forte che, a un certo punto della sua avvilente adolescenza, arrivò perfino a chiedersi se in realtà non fosse una donna con un fisico mascolino e un pendaglio di troppo.
Controllò l’ora e decise che poteva perdere altri due minuti a commiserarsi davanti a una slot machine.
Infilò una moneta e tirò la leva. Le immagini giravano e si confondevano tra loro, proprio come i suoi anni della pubertà.
Suo padre non mancò di aiutarlo a turbarsi ancora di più, mimando virgolette in aria ogni qualvolta che diceva ‘figlio’.
I tamburi rotanti sullo schermo si fermarono su tre immagini diverse. E ti pareva.
Ancora più sconsolato di prima, Luca tornò al bancone e salutò Carlo con il collaudato cenno del capo, quello che si instaura sempre tra barista e cliente abituale.
Chissà come ha reagito il suo, di padre. Sempre che la mia supposizione sia vera.
Luca si sbagliava di rado in questo tipo di valutazioni. Era come possedere una sorta di sesto senso. C’era qualcosa, nel profondo degli occhi di quelli come lui, che, se sapevi cosa guardare e da quale angolazione, avresti scorto. Un altro livello di consapevolezza.
Il settimo chakra. O una di quelle stronzate lì.
D’altro canto, pensò per tirarsi un po’ su di morale, con suo padre andava meglio. Ora si limitava a dargli di gomito e chiedergli se dovesse mettergli un asciugamano sotto il culo ogni volta che andava a trovarlo.
Luca ignorava perché suo padre fosse così fissato con le macchie ematiche. Dopotutto era successo solo una volta, più di dieci anni prima, quando stava ancora cercando di capire – tra una crisi isterica e una di rabbia – quale fosse il modo migliore per posizionare gli assorbenti nei boxer. Non c’era. Dovevi usare le mutande.
Fuori, il sole prepotente di fine maggio lo costrinse a socchiudere gli occhi, abituati alla penombra del locale. Luca lanciò ad alta voce un’invettiva pittoresca anche contro di lui.
«Cosa ti ha fatto il sole per meritarsi tanto odio?»
La familiare e dolce voce di Michela lo colse di sorpresa, facendolo girare di scatto.
La collega gli diede una pacca sulla schiena, poi si aggrappò al suo braccio e si sporse in avanti per guardarlo in volto, schermandosi dai raggi con il corpo teso di Luca.
«Che muso lungo, non sarà per colpa di Giovanni, spero.»
«È solo una giornata storta, tutto qui.» Le sue labbra lasciarono uscire quella mezza verità senza esitare. Era diventato bravo a sparare giustificazioni in tempi record: il liceo era stato un istruttore severissimo.
Michela, però, continuava a scrutarlo da sotto la frangetta castana.
Che sospetti qualcosa?
Il cuore di Luca prese a dare pugni contro lo sterno e lui dovette distogliere lo sguardo dai suoi occhi penetranti per posarlo lontano, dove faceva meno male.
Lei si raddrizzò, ma non mollò la presa sul braccio, cosa che Luca registrò con un timido moto d’orgoglio. Estremamente consapevole di quel tocco caldo, continuò a camminare in bilico tra l’odio per sé stesso e l’amore per lei.
«Sai,» la voce di Michela lo fece sbilanciare dalla sua parte della corda, «a proposito di quello che ha detto Giovanni prima.»
Ed eccolo sporgersi dall’altra, in un cambio repentino di prospettiva. Si sentì tirare verso il basso. Cosa stava per dirgli Michela? Che a lei uomini come Luca facevano schifo, che si era accorta di come la guardava e le veniva da vomitare?
Inghiottì la saliva per prendere tempo. «Mh?» Impensabile pronunciare altre parole, rimaste impigliate nella gola chiusa dal panico.
Michela, ignara del tormento del collega, continuò: «Ieri sera, durante una cena, io e le mie amiche abbiamo discusso proprio di questo. E su una cosa eravamo tutte d’accordo».
Silenzio. Un camion passò, ammorbando l’aria.
COSA? Avrebbe voluto urlare Luca, lasciato a penzolare dall’amo, nudo e patetico come il verme che si sentiva.
«Immagino» si limitò a dire. Il tono era più secco di quanto volesse, e un clacson tra le auto in coda suonò come un rimprovero. Si pentì subito.
Per smorzare quell’uscita infelice e cercare di alleviare la stretta che sentiva alla gabbia toracica, aggiunse in falsetto: «I ciclici sono uomini a metà, bleah, io voglio un maschio vero al cento per cento.»
Nella sua testa doveva suonare come l’imitazione sarcastica e sprezzante di una delle amiche di Michela, che non conosceva e detestava già. Ma appena le parole gli uscirono di bocca, spalancò gli occhi e si morse l’interno del labbro.
Era stato un idiota.
Si era lasciato sfuggire troppo. Così sembrava soltanto isterico.
Michela si fermò, la mano scivolò via dal suo braccio e Luca incassò la testa, in attesa della ramanzina della donna che amava in silenzio.
Lei schioccò la lingua. «Oddio, ti prego. Non dirmi che anche tu sei uno di quei maschi alpha alla Giovanni. Ti facevo molto meglio di così.»
Gli batté il pugno sull’avambraccio a mo’ di punizione.
Luca osò un’occhiata fugace e vide un sorriso aleggiare su quelle labbra invitanti. Lasciò che un po’ della zavorra che sentiva addosso cadesse e inspirò profondamente, in deficit di ossigeno.
«Non sono come quel coglione, è solo che… credo sia un pensiero comune. No?»
In quel no infuse una tale carica di speranza, che Michela alzò il viso su di lui, gli occhi socchiusi di chi non vuole fermarsi alle apparenze.
Erano rimasti impalati sul marciapiede, a fronteggiarsi. Lei era più bassa di Luca di tutta una testa, anche se in quel momento lui avrebbe giurato di essere seduto per terra, mentre la guardava.
«No. Anzi.» Michela lo afferrò a braccetto con ancora più entusiasmo e ripresero a camminare. «Siamo tutte d’accordo che un fidanzato con il ciclo sarebbe meno stupido di tanti altri.»
Luca ebbe un piccolo mancamento e inciampò su uno dei mattoncini rossi del marciapiede. Michela rise e lo strattonò verso di lei per non farlo cadere. I capelli le ondeggiarono sulla schiena, la brezza tiepida fece svolazzare una ciocca fino al collo di Luca, che palpitò. «E perché?»
Sperava di non risultare troppo curioso con quella domanda. Di certo, però, era molto coinvolto nella risposta.
«Beh, come sarebbe a dire perché? Probabilmente all’inizio mi farebbe strano.» Aspettò un commento che non arrivò, quindi proseguì. «Però sono sicura che almeno capirebbe al volo come mi sento in quei giorni, non romperebbe l’anima se sono nervosa e di sicuro non farebbe battute del cavolo come Giovanni, perché saremmo sulla stessa lunghezza d’onda. Capisci?»
In realtà, Luca non capiva fino in fondo, ma era anche vero che non aveva mai considerato la faccenda da quel punto di vista, impegnato com’era a commiserarsi.
Non amava generalizzare. C’erano ciclici stronzi e uomini normali empatici. Però, con uno sforzo, poteva comprendere il punto di vista di Michela e le sue amiche, che ora gli stavano simpatiche a prescindere.
D’un tratto qualcosa dentro Luca si allentò. Lui, che dalle donne si era sempre tenuto a debita distanza, soprattutto dopo la disastrosa relazione con Greta, finita anche a causa delle mestruazioni reciproche e delle insinuazioni di lei sulla sua virilità, forse poteva sperare di essere visto come un partner non solo decente, ma addirittura desiderabile.
«Sì, penso di capire.»
«Ecco, bravo» mormorò Michela in risposta, poi esitò un istante, rallentando il passo fino a fermarsi di nuovo.
Lui si adeguò, simile a un cane sull’attenti. Se avesse avuto la coda, avrebbe scodinzolato. Un ciclista sopraggiunse scampanellando, ma Luca non si mosse: stava per succedere qualcosa tra lui e Michela e aveva intenzione di non smuovere nemmeno una molecola, per paura che lei ci ripensasse.
Il tizio in bici li mandò a cagare, schivandoli. Lei non sorrise. Si limitò a seguire con lo sguardo la bicicletta che si allontanava. «Perciò… a me andrebbe bene. Stare con un ciclico, intendo.»
Tutto il non detto di quella frase gli scoppiò dentro, improvviso e violento. In faccia sentì allargarsi un sorriso così ampio da spaccargliela in due.
Poteva mai essere vero?
In un impeto di amor proprio, Luca prese la mano di Michela nella sua e riprese la passeggiata interrotta.
Per quel gesto aveva usato tutto il suo coraggio, perciò, quando parlò, non lo fece guardandola negli occhi, bensì fissando il futuro meno fosco davanti a sé.
Aveva paura di rovinare tutto, ma non dirlo avrebbe fatto più male. «In questo caso, se stasera sei libera, vorrei invitarti a cena.» Esitò. «E devo dirti una cosa. Ma… non qui.»
Michela gli restò vicina, senza mollare la presa. «Stasera va bene, sono libera.»
Cinque giorni al mese
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Commenti
One response to “Cinque giorni al mese”
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Complimenti 🙂
Bella l’idea dell’uomo con il ciclo… Efficace il tuo svelare piano piano il segreto di Luca (non leggo mai all’inizio la presentazione di Giulia, per evitare spoiler, lo faccio solo dopo), all’inizio ho pensato di tutto… 😀

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