Nella galassia delle volpi

I

Lija Mäkinen si aggirava per le corsie a caccia di sconti e biscotti al cioccolato. Il supermercato era semideserto a quell’ora e lei riusciva sempre ad accaparrarsi le offerte migliori. Oltrepassò il banchetto degli addobbi di Natale e girò a sinistra. I tacchi dei suoi stivali sformati ticchettavano contro il pavimento lucido. Il carrello cigolava a squarcia gola.
«Forza, Lumi. O faremo tardi.» Un uomo in tuta con una bambina biondissima in braccio, la superò e svanì nella corsia successiva.
Lija si fermò di colpo, guardò le sue braccia vuote e sentì il cuore sbriciolarsi fra le costole. Afferrò sette confezioni di pannolini, omogeneizzati, creme, cremine, oli profumati e li buttò nel carrello. Entrò nel reparto dedicato ai vestiti per l’infanzia e ne prese a decine: body colorati, cappellini a punta, pigiami a forma di renna, magliettine con la scritta IL PICCOLO OMETTO DELLA MAMMA.
A un certo punto, il commesso nascose i manichini per paura che si prendesse anche quelli. Lija Mäkinen arraffò ancora qualche bavaglia, svaligiò il reparto dei peluche, poi fece un passo indietro e osservò la pila storta e strabordante nel suo carrello. Sorrise soddisfatta.
Dovremmo esserci.
Si diresse verso la prima cassa libera con il cuore che batteva forte. La signorina Laine stava contando il resto di un cliente, di colpo sollevò gli occhi azzurri e squadrò Lija Mäkinen. Le sue labbra sbavate di rossetto si ritrassero in una smorfia disgustata. Pensò che assomigliasse a una befana, una di quelle ritratte sulle confezioni di dolciumi per bambini. Capelli unti e grigi sembravano fatti di plastica e lana bruciata. Magra come un manico di scopa. Il pastrano che indossava, di un viola scuro, era bucato e sfilacciato, aveva l’aspetto della coperta di un cane randagio. Puzzava come la coperta di un cane randagio.
Lija Mäkinen mise gli articoli sul banco, uno dopo l’altro, incurante delle occhiate disgustate che le planavano addosso. Pagò, schiacciò tutto nelle borse di plastica e uscì.
La neve aveva coperto le auto e la strada di cartapesta. I lampioni scintillavano di ghiaccio. Lija alzò il bavero del pastrano e si incamminò. Di fianco al supermercato, c’era il Giardino delle coccole, l’asilo più grande del quartiere. Scivoli e altalene ricoperti di neve fresca. Le finestre illuminate e il portoncino rosso con la ghirlanda appesa sopra. Oltre le tendine, Lija vedeva decine di genitori intenti a spogliare i cappotti e le sciarpe dei figli, abbracciarli e infilargli il grembiulino. Lija si avvicinò e si fermò davanti al cancello socchiuso trattenendo il fiato. Le risate allegre dei bambini la investirono. Un pizzicore all’interno del naso la costrinse a immobilizzarsi.
È una pessima idea. Torna a casa.
Arretrò di qualche passo e sentì gli aghi bucarle la pelle della pancia. Ricordò le ore passate a gambe all’aria con le dita incrociate in una saletta troppo fredda e troppo illuminata.
Spalancò il cancello e ricominciò a camminare, un po’ storta. Arrivò davanti a una fila di passeggini e carrozzine. Si guardò intorno e si avvicinò alla prima. Un neonato dormiva infagottato nel giubbotto. La copertina a fiori tirata fino al mento.
Torna a casa!
Lija si mordicchiò le pellicine del pollice. Si sentiva come un uccellino affamato, avrebbe pigolato fino a perdere la voce per poter stringere tra le braccia quell’esserino.
Torna a casa!
Ripensò allo sguardo deluso di suo marito. A quella stupida pubblicità sui pannolini che la faceva sempre piangere. Lija ficcò le borse nel portapacchi, impugnò la maniglia della carrozzina e la spinse oltre il cancello, proprio come aveva spinto il carrello tra le corsie del supermercato. Raggiunse lo svincolo sull’Artic Boulevard e accelerò. Sulla faccia, un gran sorriso le imbiancava le labbra.

II

Il telefono squillò impaziente. Din-din! Din-din!
L’agente Drive lo pescò dalla tasca, schiacciò la cornetta verde e mise il vivavoce. «Qui Drive.»
«Dove sei?» il tono strascicato di Elias risuonò nell’abitacolo.
«In giro.»
«Dalle parti di Ice Tower?»
Drive serrò le dita intorno al volante. Quel tono non gli piaceva. Voleva dire guai in vista e lui non aveva tempo per i guai. «Può darsi.»
«Sei vicino all’arena?»
«Cosa vuoi, Elias?»
Una pausa esitante. «Senti, Drive. So che oggi è il tuo giorno libero e c’è la partita, ma… Una donna ha rapito un neonato lì in zona. Devi andare a riprenderlo.»
Drive piantò un’inchiodata. La Ford dietro la sua rischiò di centrarlo in pieno. «Cosa? Adesso?»
«Le telecamere l’hanno ripresa bene in faccia» disse Elias. «Si chiama Lija Mäkinen. Trentacinque anni. Abita al 201, sull’Artic Boulevard. Hai presente?»
Drive scosse la testa. «No, scordatelo. I Pelicans sono in finale e io ho già comprato il biglietto.»
«Desolato, Drive. Ordini del capo.»
«Mandate Walt o Mike.»
«Tu sei il più vicino. Sarà meglio che ti sbrighi.»
Drive riattaccò sbuffando dal naso. Di tutti i giorni perché proprio questo? Per una volta che aveva preso un permesso. Per una volta che poteva guardarsi una partita in santa pace. Aveva fatto tutto per bene: era partito prima per evitare l’ingorgo dei tifosi, aveva acquistato un biglietto in prima fila. E adesso per colpa di una matta doveva… sbuffò ancora, fece inversione a U, svoltò in una vietta laterale tagliando un semaforo rosso e piantò l’auto davanti al 201 dell’Artic Boulevard. Una scatola da scarpe calpestata con dei buchi al posto delle finestre. Prese pistola e distintivo da sotto il sedile e se li ficcò in tasca. Smontò dalla macchina, si avvicinò all’entrata e fece scorrere l’indice sui pulsanti dei citofoni, attento a saltare quello di Lija. Ancora ricordava quando Walt, in una missione, aveva premuto quello del sospettato che se l’era squagliata dal tetto in mutande.
Drive fermò il dito e citofonò a un certo signor Nieminen. «Polizia. Aprite» disse.
Un fruscio elettrico. «Impiccati, sbirro.»
Odiava la Finlandia. L’unico motivo per cui restava era l’hockey sul ghiaccio. Quello e il doppio stipendio.
Drive si costrinse a rilassare le spalle. Premette gli altri pulsanti a cascata, un vecchio trucchetto di quando sua madre lo spediva a fare il boy scout. Il portoncino si aprì con un clic, lui lo spalancò ed entrò nell’atrio. Un tepore umidiccio lo assalì insieme all’odore di cavolo bollito.
D’accordo. Troviamo questa matta. Così magari riesco a vedere il secondo tempo.
Si scrollò la neve di dosso e salì le scale.

III

Lija Mäkinen aveva cambiato il bambino quando era rientrata a casa. Gli aveva fatto il bagnetto nel lavandino, lo aveva vestito con un bel pigiama verde e lo aveva sistemato in mezzo a un grosso cuscino, al centro del divano. Lei era seduta accanto a lui, lo guardava e lo accarezzava senza smettere di sorridere. Se l’era portato ovunque in giro per casa, quasi avesse paura che lasciandolo da qualche parte poi non l’avrebbe più trovato, proprio come capitava ai suoi pennelli.
«Ecco qui. Sei tutto sistemato adesso. Manca solo una cosa», gli schioccò un bacio su una delle guance rosse e gonfie come un palloncino. Si alzò, prese un libro illustrato da uno dei suoi scaffali e gli si rannicchiò vicino, pronta a leggerlo.
Toc toc.
Lija sobbalzò e si sporse verso la porta. Forse lo aveva solo immaginato.
Toc toc.
«Signora Mäkinen, è in casa?» disse una voce dal pianerottolo.
Lija saltò in piedi e si mosse verso la porta, le gambe molli, fatte di pan di zenzero. La raggiunse e guardò nello spioncino. Un uomo in jeans e maglietta dei Pelicans era in piedi lì davanti. Aveva la faccia e i capelli pitturati di rosso. La schiena così grossa che ci sarebbe potuto atterrare un aereo. Sbuffava e guardava l’orologio.
Lija arretrò di scatto. Sono qui! Vogliono portalo via!
Pensava che la polizia ci avrebbe messo di più a trovarla. Pensava di avere tempo. Pensava… Prese il bambino e il libro e si avvicinò alla finestra. Fuori, la neve turbinava e cadeva fittissima. Come se sopra al suo appartamento ci fosse appostato uno gnometto dispettoso che sbatacchiava un colino carico di farina.
Toc toc. «C’è qualcuno?»
Lija aprì il pastrano viola, infilò il piccolo e lo strinse forte. Non preoccuparti. Ci sono qui io.
Spalancò la finestra e salì sul cornicione.

IV

L’agente Drive era sul pianerottolo del dodicesimo piano. Bussava da almeno cinque minuti.
Maledizione. Così mi perdo anche il secondo tempo.
Piantò una spallata alla porta, la aprì ed entrò nell’appartamento. Decine di telescopi ammassati in un angolo. Scaffali pieni zeppi di libri illustrati. Non ne aveva mai visti tanti neanche in libreria. E dietro al divano, c’era una finestra spalancata, la neve che ricopriva il pavimento come un tappeto.
Grande. La matta vuole buttarsi. Tanti saluti anche al terzo tempo.
Pescò il cellulare dalla tasca e mandò un messaggio a Elias. “Manda i rinforzi.” Scavalcò tre confezioni di pannolini, si avvicinò alla finestra e si affacciò. Giù in strada, le macchine procedevano lente con i tergicristalli attivati. Le sciarpe bianche azzurre dei tifosi penzolavano dai finestrini.
Guardò a sinistra e si immobilizzò. In bilico, sul cornicione, c’era una donna seduta con in braccio un neonato. Aveva un libro aperto sopra le gambe e lo leggeva a voce alta.
Drive sbatté le palpebre, si stropicciò gli occhi. Ma quella donna restò lì come a sfidare le leggi della fisica. La neve le aveva messo un cappellino da elfo in testa.
Drive salì sul cornicione. Una folata di vento gelido e vertigini lo costrinse a incollarsi al muro. «Signora Mäkinen?»
Nessuna reazione.
«Mi consegni il bambino e rientri subito.» Drive afferrò la pistola nella tasca, ma qualcosa nel modo in cui lei cullava il bebè e gli toglieva la neve dai capelli, gli fece abbassare la mano.
Li raggiunse restando appiccicato alla parete e si sedette accanto a loro. Forse sono matto anche io. «Cosa leggi?» chiese.
«Una storia sullo Spazio» disse Lija. La voce fragile come un bastoncino di zucchero.
«E al piccolo piace?»
«Sì, credo di sì. Da grande si laureerà in astronomia, proprio come la sua mamma.»
Drive la fissò sgranando gli occhi. «Sei laureata in astronomia?»
Lija annuì. «Avevo anche vinto un assegno di ricerca. Ma poi ho lasciato tutto per fare l’illustratrice di libri per bambini. Questo è il mio ultimo progetto» e strinse a sé l’albo illustrato che teneva in mano. Il bambino strillò e scalciò, scontento di condividere quell’abbraccio.
Drive le si avvicinò ancora di più. «Lija. Il piccolo è stanco. Fa un freddo cane qui fuori. Torniamo dentro.»
«Ancora una pagina. L’ultima.»
«Lija.»
Lei lo guardò. Aveva gli occhi lucidi. Le labbra viola come il suo pastrano. «Mi arresterai?»
Drive esitò un istante, poi disse: «Sì.»
«Non dovevo farlo. Non so cosa mi è saltato in mente.»
«A tutti capita di fare qualche stronzata ogni tanto. Nessuno si è fatto male. Questo è l’importante.»
Lija lasciò il libro e si massaggiò la pancia con la mano. «Io mi sono fatta male, agente Drive. Ho bevuto così tanti farmaci. Fatto così tante punture. Ma non sono mai riuscita a… a… Mio marito mi ha lasciata per questo.»
«Tuo marito è un coglione» disse Drive. «Senza offesa.»
Lija rise, poi tornò seria e si rannicchiò contro il muro. «Volevo solo qualcuno a cui leggere le mie storie» sussurrò. Le lacrime le scendevano dalle guance, le frantumavano.
Drive le appoggiò la mano destra sulla spalla. «Lija. Mi dispiace tanto per quello che hai passato. Ma quel bambino ha una madre a casa che…»
«Sono io sua madre ora!» gridò lei stringendolo al petto. In lontananza, scoppiarono gli ululati delle sirene. Lija si alzò e indietreggiò fino a raggiungere il bordo del cornicione.
Drive la vide scivolare e precipitare all’indietro. La vide sfracellarsi al suolo come un uccellino che cade dal nido. Scattò in piedi e sollevò entrambi i palmi come se fosse sotto tiro. «Ascoltami. Le senti le sirene che arrivano? Se non mi consegni subito il bambino, tutti quegli uomini dovranno intervenire e il piccolo potrebbe farsi male. E tu non vuoi che succeda, vero? Deve crescere, diventare un astronauta, giusto?»
Lija si asciugò gli occhi con la copertina del libro. «U-un a-astronomo. G-giusto» singhiozzò.
«Torniamo dentro. Ti prego» disse Drive e allungò la mano verso di lei.
Lija rimase immobile. Una statuetta infranta in una palla di neve.
«Lija. Ti prego» disse ancora Drive. Sudava così tanto che il colorante rosso gli colava lungo il collo, sulle braccia.
Lija fece un mezzo passo avanti, gli consegnò il bambino e lo baciò in fronte. «Ciao, ciao, tesorino. Fai il bravo, ok?» Poi arretrò.
Drive corrugò le sopracciglia. «Cosa fai?»
«Tu hai un figlio?»
«Rory. Ha quattro anni.»
Lija si chinò e lasciò il libro a terra. «Per Rory» disse piano e riprese ad arretrare.
Drive la seguì, ma poi guardò il neonato che aveva in braccio e si fermò. «Lija, torna indietro» bisbigliò. La bocca impastata di carta crespa.
Lija si bloccò sul bordo. Sorrise. «Buon Natale, agente Drive.» Spalancò le braccia e si lasciò cadere all’indietro come una bambina che gioca a fidarsi della neve.
«Lija!» gridò Drive e il neonato in braccio a lui iniziò a strillare disperato. Un respiro. Due. Poi ci fu uno schianto ovattato. Stridore di pneumatici. Urla.
Drive si accosciò al muro per due minuti. Gli girava la testa, come se un disco da hockey l’avesse colpito in fronte.
Raccolse il libro da terra, tornò nell’appartamento e scese le scale. Uscì dal condominio con il bambino che scalciava e gli strillava nelle orecchie. Lo consegnò al primo pompiere che gli venne incontro, salì in auto e sbatté la portiera. Aveva portato a termine l’incarico. Aveva salvato un neonato. Perché non era felice?
Si sfregò via il colorante rosso dalla faccia con la manica della maglietta e accese la radio.
«Che partita, Simons!» sbraitò la voce dello speaker. «I Pelicans vincono tre a quattro e si aggiudicano il campionato!» In sottofondo, grida e fischi di gioia, il brusio dei cori, lo schioccare delle bandiere.
Abbiamo vinto. Drive si sforzò di sorridere, ma aveva le labbra rigide come quelle di un robot. Perché non era felice? Strinse i denti e si massaggiò il petto. Aveva un giocattolo rotto al posto del cuore.
Accese la macchina e guidò per una ventina di minuti, in mezzo al traffico, rischiando di finire fuori strada. Lasciò l’auto sul vialetto di Cannon Street e camminò nella neve alta fino alle caviglie. Perché non era felice? Raggiunse la casa con le imposte verdi e le luci di Natale accese sul tetto. Bussò e restò in attesta sfregandosi le mani per scaldarle.
La porta si aprì solo per metà. Helena, in vestaglia rosa e bigodini, comparve sulla soglia. «Perché sei qui?» il tono secco, riservato agli estranei.
Già, perché? «Voglio vedere Rory.»
«Rory sta dormendo. E oggi non è il tuo giorno di visita. Perciò…» Helena fece per chiudere la porta, ma Drive ci ficcò dentro una scarpa. «Solo un minuto.»
Le sopracciglia bionde di Helena si accigliarono. «Non farmi questo, Drive. Non provarci.»
«Questo cosa?»
«La figura della cattiva. Tu c’eri quando abbiamo firmato il contratto, no? Ti ricordi quali sono i tuoi giorni?»
Drive spinse la porta e infilò anche un ginocchio. «Sì, ma…»
Helena batté un pugno sullo stipite. «Abbiamo preso un accordo. E gli accordi si rispettano. Me lo devi, Drive. Me lo devi.» Le tremarono le labbra. «Non mandi mai un messaggio. Non chiami. È già tanto se ti ricordi dove abitiamo.»
«Helena…»
«Un giorno al mese!» gridò lei. «Sei stato tu a insistere. A dire che ti bastava! Cosa vuoi adesso?»
Drive spinse di nuovo la porta e riuscì a infilare anche la spalla. «Mi fai entrare o no?»
«Papà!» Un bambino biondo e in pigiama, sgusciò tra le gambe di Helena e gli si lanciò addosso.
«Ciao, scricciolo!» disse Drive prendendolo in braccio.
«Guarda! Guarda come sono alto!»
«Altissimo.»
«Cos’è?» disse Rory indicando il libro.
«Un regalo per te.»
Rory sorrise così tanto da farsi spuntare una fossetta su ogni guancia. «Sììììììì! Me lo leggi?»
Drive spalancò la bocca e intercettò l’occhiata omicida di Helena. «Un’altra volta, scricciolo. Adesso devo andare.»
«Ma sei appena arrivato! Ti prego, resta, papà! Resta!» e gli serrò il collo con le braccia in una stretta piuttosto forte per uno della sua età.
«D’accordo. Mi arrendo» disse Drive sorridendo. Spalancò la porta d’ingresso e passò accanto a una Helena spettinata e infuriata. Gli occhi così stretti che non ci sarebbe passato neanche uno spillo. «Chiamo l’avvocato» sibilò.
«Salutamelo» disse Drive. Portò suo figlio su per le scale e nella cameretta piena di pennarelli e macchinine. Si buttò sul lettino che scricchiolò come se stesse per sbriciolarsi. Il corpicino caldo di Rory si rannicchiò tra le sue gambe. Profumava di talco e pasta di sale.
Come ho fatto a dire che mi bastava?
«Leggiamo, papà?» disse Rory, coprendosi con il lenzuolo di Batman.
Drive gli scompigliò i riccioli biondi, prese il libro e lesse le scritte in rilievo sulla copertina:

NELLA GALASSIA DELLE VOLPI
SCRITTO E ILLUSTRATO DA LIJA MAKINEN

Drive trasse un respiro e lo aprì. Nella prima pagina, in mezzo ad alberi fatti di stelle e pianeti, c’era una famiglia di volpi astronaute. Lo finì in meno di cinque minuti. Si stropicciò gli occhi bagnati e lo lesse ancora e ancora. Anche se Rory si era già addormentato.

Commenti

6 responses to “Nella galassia delle volpi”

  1. Ti faccio tanti complimenti anche io 🙂
    Come ha detto già Nicholas, hai trattato in maniera egregia un tema delicato, usando la giusta dose di ironia e dramma, senza scadere nel banale o nel facile sentimentalismo. Come ho già scritto su Instagram, i personaggi sono ben tratteggiati e credibili. Mi è anche piaciuto molto il cambio di punto di vista da Lija a Drive, e viceversa (un po’ come si fa nelle storie d’amore quando si raccontano le dinamiche di coppia dal punti di vista di lei e di lui; alla fine, anche questa è una storia d’amore…)
    Brava! 🙂

    1. Elisa

      Grazie infinite, Laura. Per me era importantissimo riuscire a trattare questo tema nel modo in cui hai descritto. Grazie davvero 💚

  2. Nicholas

    Complimenti! Dal punto di vista stilistico ed emotivo ormai i tuoi racconti sono una garanzia, tuttavia, il modo in cui in questo racconto hai trattato il tema dell’infertilità (che per la società di oggi è ancora un tabù) è eccezionale! Sei riuscita, da un lato, a mostrare con la giusta leggerezza e serietà il dolore di una donna che non chiedeva al mondo nient’altro che avere qualcuno a cui leggere le sue storie e che in questo intento ha perso tutto, dall’altro lato, un padre preso dal lavoro e da mille altri pensieri che però di fronte a quella scena sul cornicione decide di cambiare e ritrovare suo figlio. Insomma, a mio avviso, il tema dell’infertilità emerge da questo romanzo con tutta la sua forza dando spunti di riflessioni profondi e regalando uno spazio di comprensione a tutte le persone che stanno passando una situazione simile. Grazie per aver fatto luce un argomento troppo spesso in ombra.

    1. Elisa

      Grazie di cuore! Era proprio il mio obiettivo!

    2. In genere non mi piacciono i racconti. Sono troppo brevi, troppo superficiali, non riesco ad empatizzare. Tuttavia questo è il secondo racconto di Elisa che leggo con gli occhi di una bambina, incantata e rapita completamente da suo stile magnetico ed avvolgente. Quello di Elisa non è un semplice descrivere. Lei ti trascina in un mondo fatto di suoni, colori e profumi.
      Nel particolare, questo racconto tocca un tema che ad oggi è piuttosto importante e attuale. La difficoltà nell’avere figli, il non riuscirci, l’essere giudicate per questo e il sentirsi sbagliate. La disperazione della protagonista, il suo amore quasi folle, la consapevolezza finale. Ho amato tutto.. Compreso il finale un po’ agrodolce! Brava Elisa! Spero di leggere un tuo libro un giorno. Sei capace di trasportarmi completamente nelle tue storie!

      1. Elisa

        Grazie di tutto cuore, carissima. Le tue parole mi hanno commossa. Sono felicissima di sapere che anche questo racconto ti è piaciuto e che ti sei affezionata ai personaggi e al mondo che ho creato e visto per loro. È bellissimo quello che mi hai scritto: il più bel complimento che uno scrittore può ricevere. Grazie, grazie infinite ❤️

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