Dove finiscono i fiori

La luce dei lampioni di via Madama Cristina si riflette sui binari appena lucidi del tram. Lucia attraversa le strisce pedonali sotto una pioggia leggera. È quel genere di pioggia che non bagna subito, ma dopo un po’ la fa sentire stupida, perché questa mattina, prima di lasciare casa, si è scordata di controllare il meteo e non ha preso l’ombrello.
Sono le sette e mezza di sera ed è uscita dal lavoro prima del solito. Ha litigato con qualcuno. Forse con Martino, il tipo che bivacca dall’altra parte della bassa parete che separa i loro spazi. Non è sicura. E, a dire il vero, non le importa.
All’angolo con via Ormea s’infila nell’androne di un palazzo nella speranza che smetta di piovere.
Lì a fianco nota un’insegna: “Fiori e D+”. Non ci aveva mai fatto caso, eppure passa da qui ogni giorno. La vetrina è in chiaroscuro; una corona di rami di alloro, come quelle che si indossano il giorno della laurea, è inchiodata allo stipite.
È ancora aperto. Entra solo per asciugarsi.
Dentro è un mescolarsi di profumi non sempre consonanti tra loro: gelsomino e lavanda, narciso e giacinto. E poi odore di terra mossa e acqua stagnante. Una radio trasmette musica degli anni ‘60. Dal soffitto pendono rose essiccate.
C’è una donna seduta dietro il banco. Avrà sessant’anni, forse meno. I capelli grigi con riflessi di azzurro. Indossa un grembiule a quadri piccoli con una tasca sul petto a cui mancano un paio di cuciture. Lucia guarda in giro, fa finta di essere una cliente vera, dall’alto una civetta impagliata la osserva. Oltre alla fioraia non ci sono altre persone. «Do solo un’occhiata» spiega Lucia, mentre si aggira tra anfore e ceste colme di gerbere.
La donna non dà segno di averla sentita. Si dirige verso una cesta di ferro, ne estrae un mazzo già pronto. Piccole gocce d’acqua cadono sulle infradito da spiaggia che porta ai piedi.
«Sono per te.» Glielo porge.
«Grazie, ma…» risponde Lucia facendo un passo indietro.
«Un regalo. Non ti capita mai di riceverne?» chiede e le rimanda un’occhiata che non lascia spazio a trattative.
Lucia lo prende, fa per aggiungere qualcosa, ma la donna le ha già voltato le spalle per tornare a sedersi e fissare la strada, come se non ci fosse altro da fare che aspettare l’incombere della notte sulla città.
Il fuori per Lucia è ancora di pioggia. Ha un dubbio: meglio proteggere il mazzo stretto sotto il cappotto, oppure lasciarlo esposto all’acqua? Non sapendo cosa fare lo punta verso il basso, né protetto né esposto.
Passano due ragazzi. Stringono una birra ciascuno, ridono forte commentando un fatto sportivo. Lei si scansa per lasciarli passare. Si ricorda solo in questo momento che oggi è il compleanno di sua madre. L’aveva completamente dimenticato. Pensa che potrebbe portare a lei i fiori. Non è questo il tipo di fiori che preferisce (posto che ce ne sia uno che lei preferisce per davvero) ma almeno sarebbe qualcosa. Non si parlano da mesi, da quando è successa la cosa. Quella cosa che non sarebbe dovuta succedere. Portarle dei fiori potrebbe… o forse no.
Rientra nel negozio. La proprietaria sta sfogliando una rivista di arredamento. Lucia posa il mazzo sul bancone.
«Quanto devo?»
La donna strabuzza gli occhi e si gratta il mento.
«Se te li ho dati io.»
«Voglio portarli a mia madre.»
«È uguale.»
«Compie gli anni oggi. Ottantacinque.»
«Auguri. Ma non cambia nulla.»
Lucia sembra non averla sentita, apre la borsa ed estrae il portafoglio. Prende un biglietto da dieci e glielo fa scivolare davanti.
«Davvero, preferisco…»
La donna alza le spalle.
«Se ci tieni.»
Prende i soldi e li infila nella tasca del grembiule. Poi si alza, va in fondo al negozio. Torna con una composizione di primule gialle screziate di rosso dentro un vasetto di coccio.
«Sono perfetti per il tavolo del tinello. Omaggio della casa», calca sulla parola omaggio.
Lucia lo mette nella borsa di tela insieme al baracchino del pranzo.
«Allora, grazie.»
«Non c’è di che.»
Intanto la pioggia è finita, l’aria è fresca, pulita. Mentre attraversa la strada, Lucia pensa che se quel negozio continua a fare regali presto fallirà. Una macchina suona, lei si scusa con la mano. Cammina in direzione di un autobus che la porterà al quartiere San Paolo. La madre vive in quella zona, al quinto piano di un condominio dove l’ascensore si ferma all’ammezzato.
Nel tragitto passa davanti a una pasticceria. Potrebbe prendere una torta, ma non lo fa. Sua madre ha sempre detto che i dolci fanno male.
Arriva al portone. Suona. Nessuna risposta. Suona di nuovo. Dopo un po’ si sente un clic. Prende le scale. La porta dell’appartamento è socchiusa. Spinge.
La madre è seduta in cucina. Gira una tisana con un cucchiaino di plastica.
«Non pensavo che saresti venuta.»
«È il tuo compleanno.»
La madre fa un cenno a una sedia. Lucia le mostra i fiori e si accomoda.
«Li ho presi per te.»
La madre non li tocca ma li osserva, come se stesse studiando un oggetto venuto da un altro mondo.
«Non sembrano freschi.»
«Mi piacevano,» mente, «hanno un buon odore.»
«L’odore di una cassa da morto.»
Non è vero, sono freschi, ma Lucia non ha voglia di ribattere. Si appoggia allo schienale, fissa il frigorifero, le calamite di Lourdes e di Venezia. Una con la Mole Antonelliana.
La madre prende il mazzo e, senza scartarlo, lo mette in una bacinella nel lavandino. Poi apre il rubinetto.
«Tanto non durano» sentenzia.
Lucia guarda i petali vibrare piano sotto la prepotenza del fiotto. Alcuni si piegano subito, altri resistono un attimo prima di cedere. La madre spegne il rubinetto, lascia il mazzo lì, come se fosse un piatto sporco.
«Ti fermi a mangiare?»
Lucia fa spallucce: «Non so… hai qualcosa?»
«Minestra e frittata. Quella che piace a te, con le cipolle.»
«Va bene.»
La madre spalanca il freezer. Le mani tremano appena. Tira fuori una busta di verdure surgelate e la lascia cadere sul piano con un colpo secco. Lucia osserva: le mani, la camicetta bianca, una macchia di sugo sulla manica. C’è qualcosa di familiare e stonato, come in una canzone controtempo.
«Hai sentito zia Rosa?» chiede mamma, mentre versa l’acqua nella pentola.
«No.»
«Ha chiesto di te.»
Lucia annuisce. Non ha niente da dire a zia Rosa. O forse l’avrebbe, ma non adesso. La madre accende il gas. Il rumore del piezo risuona nella stanza. La pioggia ha ripreso a scendere, ritmica come un tamburo. La finestra si appanna. Lucia accende la lampada dal lungo stelo che spunta dietro la poltrona, poi si ricorda della composizione che le ha regalato la fiorista. La prende per posarla sul tavolo.
«Stai ancora con quel tipo?»
«Tiberio? No.»
«Meglio. Non mi è mai piaciuto.»
«Non credo di avertelo mai presentato.»
La madre scuote la testa: «Lo capivo dalla tua faccia quando parlavi di lui».
Lucia va verso il lavandino, prende i fiori ormai fradici. Li scuote leggermente. Un petalo viola si stacca e finisce sul pavimento. Lo raccoglie per ripassarselo tra le dita, prima di buttarlo nel secchiello dell’umido.
«Dove posso metterli?» chiede.
La madre non risponde. Sembra troppo concentrata a mescolare quello che ha in pentola.
Lucia cerca nella credenza. Trova una brocca con ancora un dito di liquore sul fondo, la sciacqua, la riempie a metà e sistema i fiori come può. Poi la mette sul frigorifero, accanto alle medicine.
Si siedono. Mangiano in silenzio. La frittata sa di cipolla e anche di altro che non sa decifrare. Ma è calda. In questo momento, basta e avanza.
La madre prende una bottiglia di plastica mezza vuota e versa nei bicchieri senza chiedere. L’acqua sa di cloro.
«Cosa dice la zia, allora?» chiede Lucia, tanto per provare a fare conversazione.
«L’ho vista ieri. Mi ha portato le pastiglie per la pressione.»
«Ti fa compagnia, almeno.»
«Compagnia» replica con un sorriso storto.
Lucia fissa la tovaglia di plastica stesa sul tavolo, segnata da taglietti sottili. Si sente stanca. Ma non vuole andarsene. Non ora. Sente che il momento, quel momento, sta per arrivare. Allora gioca d’anticipo.
«Mamma, lo so che sei ancora arrabbiata.»
Lei resta muta. Lucia finisce la frittata a piccoli morsi, come se stesse ubbidendo a un ordine.
«Da quando è successa quella cosa…»
«Quella cosa?» chiede la madre, tagliando le parole come con un coltello. «Quella cosa aveva un nome.»
Lucia abbassa gli occhi. Resta zitta.
«Ti avevo chiesto di staccare, di fermarti, di darmi una mano. Non era per me. Era per lui, tuo padre non si reggeva più in piedi.»
C’erano giorni che Alfredo scambiava il lavandino per il cesso. Non sapeva chi fosse l’estranea che girava per casa, sua moglie.
«Dovevo lavorare» sussurra Lucia.
Non aggiunge altro, ma dentro lo sa: avrebbe potuto chiedere i permessi, almeno provarci. La legge glielo permetteva. Ma in ufficio bastava quello per essere segnata. C’era passata la collega del terzo piano; si era assentata un mese per assistere il marito malato. Rientrata non le avevano più fatto toccare un progetto vero. Lucia non si era potuta permettere di mettere a rischio quel contratto precario. Si giocava l’assunzione a tempo indeterminato e una sedia alla riunione strategica. A quarant’anni aveva aspettato troppo. Le sembrava di fare la cosa giusta: portare avanti qualcosa per sé, per non farsi risucchiare. Anche se ora, seduta lì davanti a questa donna sfinita, si accorge che quella decisione suona diversa, estranea, come se non fosse stata lei ad averla presa.
«La carriera, certo. E io a sollevarlo da sola, a tenerlo in piedi…»
Si interrompe. Stringe il bicchiere, come se stesse cercando la forza per farlo esplodere.
Una notte non l’aveva sentito alzarsi. Pensava dormisse. L’aveva trovato per terra, alle cinque. Il viso insanguinato e gli occhi girati all’indietro. Era morto in ospedale un paio d’ore dopo.
«Se tu fossi stata qui…»
«Non puoi saperlo.»
«Non posso. Ma ci penso ogni giorno.»
Lucia prende piatto e posate per metterle nel lavabo.
«Non volevo lasciarti sola.»
«Ma l’hai fatto. Lui si è rotto l’osso e io tutto il resto.»
Silenzio. Lucia guarda in basso. La madre nel vuoto con le mani ferme sul grembo.
«Comunque non mi aspettavo niente oggi» dice senza rancore, come una semplice constatazione. «Non i fiori. Non te. Perciò grazie.»
Lucia spinge il vasetto verso di lei: «È poco. Ma è qualcosa».
«Stanotte ti fermi qua?»

Il giorno dopo Lucia si sveglia prima che faccia chiaro. Non si è riposata molto, è stato un sonno agitato dentro al quale è tornata al negozio. Era diverso. Più grande, pieno di gente. Alcune persone piangevano, altre cantavano una lingua sconosciuta. Suo padre danzava lentamente. Spargeva boccioli di rosa secchi. Al posto della donna dal grembiule a quadretti c’era lei che muoveva le braccia come se dirigesse un’orchestra o domasse le bestie di un circo.
Si prepara in fretta. Non fa colazione. Lascia un biglietto per la madre che sta ancora dormendo: «Ci vediamo domani».
Salta sul primo autobus in direzione San Salvario.
La pioggia è finita, ma le pozzanghere resistono. L’asfalto è spento, stanco. Gente che va al lavoro, ai mercati, a correre per tenersi in forma. Un uomo anziano litiga con una bici legata male. Appena scesa si affretta, rischiando di inciampare sull’asfalto sconnesso, con un’urgenza che non sa spiegarsi. Come se andasse incontro a una conferma o all’infrangersi di un’illusione.
Arriva all’angolo con via Ormea. Si ferma. Il palazzo è quello, non ci sono dubbi. Ricorda il portone, il colore del muro, persino la crepa sul marciapiede. Ma dove, solo ieri, c’erano il negozio e le sue luci smorte, ora vede una serranda a cancelletto arrugginita, chiusa con un pesante lucchetto. Nessuna insegna. Niente fiori appesi in alto. Solo un cartello attaccato sul vetro sbiadito: “Affittasi. Contattare il numero…”
Lucia cerca di ignorarlo, si china e sbircia attraverso la saracinesca: solo polvere sulle piastrelle del pavimento e uno sgabello a tre gambe. Però riconosce la radio, è rovesciata su un fianco con il vano delle batterie aperto e vuoto.
Si volta verso il palazzo. Controlla il numero civico. Cerca di ricordare meglio: la voce della donna, il grembiule a quadretti, i gesti con cui le aveva teso prima il mazzo e poi il vasetto, perfetto per il tinello. «Omaggio della casa» aveva insistito. Potrebbe comporre quel numero di telefono, non lo fa. Perché, dopotutto, cosa importa?
Sta lì, come incantata, un’altra manciata di secondi. Pensa alla cucina e alla brocca sul frigorifero. Pensa alla radio rovesciata. Pensa che dovrebbe passare più tempo con sua madre.
Pensa che, oggi, farà tardi al lavoro.

Commenti

3 risposte a “Dove finiscono i fiori”

  1. Bravo, Alessandro. Bella l’idea, e come l’hai resa nel racconto, del negozio di fiori come spazio psichico che permette a Lucia di ricordare il compleanno della madre e le da l’occasione di riparare in qualche modo. Nel sogno è ancora più chiaro come il negozio sia un teatro dell’inconscio.
    Complimenti 🙂

    1. Questo racconto mi ha davvero presa. La cura dei dettagli quotidiani (la pioggia che bagna piano, il profumo dei fiori, il gesto della fiorista) mi ha fatta sentire dentro la storia di Lucia e sua madre, a camminare con loro tra percezioni, silenzi e gesti carichi di tensione emotiva. Ogni piccolo movimento, ogni scelta, vibra come se fosse viva davanti ai miei occhi. Mi sorprende quanto gesti così semplici possano toccare, emozionare e rimanere impressi, e io mi sono ritrovata a sentire davvero quell’eco anche dopo aver finito di leggere il racconto. Bravissimo!

      1. Mi è uscita come risposta a Laura, scusatemi, sono da cellulare e non mi sono accorta di aver cliccato il punto sbagliato della pagina 😅

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