L’eclissi

Se ne ricordò solo quando il telefono cominciò a squillare.
A piccoli passi si spostò dalla cucina al soggiorno, chiedendosi dove avesse lasciato il cellulare. Glielo aveva regalato sua figlia, ma finiva sempre per dimenticarlo da qualche parte.
Il telefono fisso – con la cornetta legata al filo e i tasti grandi, così da poter leggere i numeri anche senza occhiali – non smetteva di suonare, ostinato quanto la sua artrosi.
«Arrivo, arrivo» borbottò Liliana, come se fosse lui a chiamarla con insistenza.
«Nonna, nonna!» gridò Jacopo, dritto nel suo apparecchio acustico, che reagì con un fischio acuto. Liliana allontanò di scatto la cornetta e l’appoggiò sull’altro orecchio.
«Ehi! Non sono sorda. Non urlarmi nella testa» lo rimproverò, cercando di non essere troppo brusca.
«Oh! Scusa nonna» pigolò lui. «Volevamo ricordarti dell’eclissi.»
«Sì, grazie, ma me ne sarei ricordata lo stesso» mentì lei.
Un’altra voce si unì a Jacopo. «Nonna Lily!» Era Leo, il più piccolo.
«Tesoro, state tutti bene?»
«Corri fuori, nonna, se no ti perdi l’eclissi» la esortò con la sua vocina acuta, e riattaccò.
Liliana rimase con la cornetta in mano. Erano delle pesti quei due, ma li adorava.
«Corri, dice lui» e sbuffò. «Facile a dirsi. Come se fosse la cosa più semplice del mondo» mugugnò, sempre rivolta al telefono. Mise giù il ricevitore, recuperò lo scialle dal divano e si incamminò verso la porta.
Era settembre e in quei giorni, dopo il tramonto, faceva sempre più fresco.
La sua casa era leggermente sopraelevata rispetto alla strada e dalla veranda il cielo si apriva oltre il viale alberato, le chiome dei tigli a disegnarne l’orizzonte. Il disco pieno e bianco della Luna si stagliava contro il buio. A Liliana ricordò un bottone perlaceo appuntato sul mantello scuro della notte.
Nel giardino della villetta accanto, i vicini stavano sistemando un telescopio, uno professionale, non il solito modello per bambini che compri ai grandi magazzini: un tubo bianco massiccio sorretto da una base triangolare ben piantata nel terreno. Con il suo braccio metallico che sporgeva di lato, pieno di manopole, leve e viti, sembrava un cannone puntato contro la volta celeste.
Lungo la via, oltre l’inferriata del cancello, scorse un piccolo capannello di persone. Dei bambini schiamazzavano e si rincorrevano, i genitori fermi in mezzo alla strada con i nasi per aria a fissare il cielo.
Liliana conosceva a malapena i suoi vicini e quell’eccitazione per l’eclissi la riportò indietro nel tempo, all’atmosfera sospesa che accompagnava i blackout quando era bambina: il tempo che si fermava, lo stato di allerta generale, ma anche l’irrequietezza gioiosa, quasi impaziente, che accompagna il fremito di una festa a sorpresa.
Chiuse gli occhi per recuperare e trattenere il ricordo.
Nel palazzo dove viveva con la sua famiglia, capitava di frequente che andasse via l’elettricità. In quelle occasioni, gli altri condomini sciamavano fuori dai loro appartamenti, un po’ allarmati e un po’ incuriositi. Si radunavano sui pianerottoli, parlottavano e bisbigliavano, chiedendosi cosa fosse successo. Qualcuno accendeva delle candele e i ragazzini, approfittando del buio, imitavano i fantasmi. Si coprivano con lenzuoli bianchi, fin troppo grandi per la loro altezza, che si aggrovigliavano alle caviglie facendoli inciampare.
“Sooonooo un fantasmaaa” recitavano con voce tremolante, e poi scoppiavano a ridere. Liliana, nel rievocare la scena, sorrise.
Anche se un po’ scossi dall’improvvisa mancanza di luce, e qualcuno scocciato dall’interruzione del programma preferito in tv, sembravano tutti provare un sottile piacere nel condividere con gli altri quel momentaneo tremito di paura.
L’inquilino del quinto piano correva giù per rincorrere il suo gatto. La signora del piano di sotto saliva con delle caramelle Rossana avvolte in un fazzoletto ricamato e le offriva ai presenti. La coppia di anziani che viveva nell’appartamento di fronte ai suoi si metteva a raccontare di quando, durante la guerra, suonava l’allarme antiaereo e le persone interrompevano ogni attività per correre ai rifugi.
Poi la luce tornava e tutti rientravano nelle loro case.
Liliana riaprì gli occhi. Un velo d’ombra iniziò a mordere la Luna, oscurandone uno spicchio.
L’eclissi era iniziata.
Attratta dalle voci provenienti dal giardino accanto, si voltò nella loro direzione. Il padre, intento a mettere a fuoco il telescopio, intimava i figli di fare silenzio gesticolando con una mano dietro la schiena. Il signor Bordoni non poteva vedere i due ragazzi alle sue spalle, che avevano smesso di gridare ma che continuavano a spintonarsi ridendo di sottecchi. La madre osservava la scena appena fuori dalla porta di casa e si frizionava le braccia con le mani nel tentativo di riscaldarsi. Non guardava la luna, ma la sua famiglia. Seguiva le loro schermaglie con espressione fiera, addolcita da un accenno di sorriso.
Liliana sentì le gambe irrigidirsi e si accomodò sulla poltrona di vimini in un angolo della veranda. Sua figlia gliel’aveva ricoperta di cuscini. Anche da seduta poteva osservare l’ombra della Terra coprire lentamente la Luna, per proseguire inesorabile verso il suo centro.
Si appoggiò allo schienale, si strinse nello scialle e sospirò. Cercò di tirarsi indietro i ciuffi di capelli sfuggiti alla crocchia fissata dietro la nuca, ma le sue mani si muovevano impacciate. La pelle sottile e punteggiata di macchie le ricordò la carta velina delle scatole da scarpe, entrambe delicate e fragili. Una volta, quelle stesse mani erano state agili ed efficienti. Avevano cucito, lavorato la maglia e, in più di un’occasione, avevano intrecciato i capelli dorati della sorella. Anche quando Anna le aveva fatto da testimone di nozze, era stata Liliana a sistemarle la pettinatura, non la parrucchiera. Aveva chiesto a lei di appuntarle dei fiori nell’acconciatura. Le sembrò di sentire ancora il profumo di lavanda diffondersi nell’aria intorno alla pelle candida del suo collo, mentre le raccoglieva i capelli biondi in una grossa treccia lungo la schiena.
Il velo nero in poco tempo coprì il resto della Luna, e la sua luce da bianca si fece rossastra.
Gli schiamazzi lungo la strada furono inghiottiti dall’immobilità del cielo. Anche dalla casa dei vicini non arrivava più nessun suono. Liliana diede un’occhiata al loro giardino. I due ragazzi si alternavano a scrutare il firmamento attraverso il telescopio in religioso silenzio.
Liliana studiò la Luna ramata che la fissava dal cielo, come un occhio velato di sangue.
Un grumo di malinconia le salì dal petto e si sciolse nei suoi occhi offuscandole la vista.
Ormai, la memoria era diventata un groviglio inutile di immagini ed eventi che galleggiavano nel tempo senza più un’ancora a cui appigliarsi; fatti che potevano essere accaduti ieri, come anche tanto tempo fa, si mescolavano e si confondevano tra loro. Ma i giorni in cui Anna e suo marito erano stati costretti a lasciarla erano incisi dentro di lei come fossili imprigionati nella roccia. Pronti a riemergere se solo si fosse messa a scavare con perizia. Serrò le palpebre per ricacciare indietro la tristezza e riprese a guardare il cielo.
Paolo amava guardare le stelle e durante le passeggiate in montagna, nelle sere d’estate, gliele indicava, ripetendole ogni volta il nome e la costellazione di appartenenza, ma Liliana non si era mai interessata della posizione precisa dei corpi celesti, le bastava ascoltare la voce di suo marito mentre sollevava un braccio per mostrarle il cielo e con l’altro la teneva stretta a sé.
Un folata di vento improvviso scosse le cime degli alberi, scompigliandone le fronde. A Liliana sembrò il tumulto argentato dell’acqua di una cascata.
La Luna cominciava lentamente a scrollarsi di dosso l’oscurità recuperando il suo antico pallore.
La gente in strada riprese a parlare e i bambini a schiamazzare.
In poco tempo anche l’ultimo spicchio d’ombra si dissolse ai bordi della Luna, liberandola dalla morsa della Terra.
La famiglia Bordoni era ancora in giardino. Il padre armeggiava con il telescopio. I due ragazzi stavano rientrando in casa di corsa, spintonandosi nel farlo, mentre la madre li seguiva, rimproverandoli con voce ferma. La donna, forse sentendosi osservata, si voltò verso di lei, le sorrise e sollevò la mano in segno di saluto.
Liliana fece lo stesso e socchiuse le labbra con l’intenzione di darle la buonanotte, ma la sua bocca rimase muta, la bocca di una carpa che boccheggia sulla superficie dello stagno.
Negli ultimi tempi, le parole le sfuggivano di continuo, e quando le riacchiappava si comportavano come i numeri estratti dal sacchetto della tombola: uscivano senza un ordine, a casaccio, e a volte anche senza un senso.
Ormai i vicini erano tornati alle loro case, la strada di fronte sgombra, e anche il vento si era ritirato.
Lo spettacolo era finito.
Liliana sarebbe dovuta rientrare, ma era troppo stanca per rialzarsi dalla sedia.
L’eclissi era durata poco più di un’ora, ma a lei era sembrata un’eternità.
Il tempo le giocava brutti scherzi, ultimamente. Le scompigliava i ricordi nella testa e intanto, fuori, nella vita di tutti i giorni, stirava o accorciava le ore senza alcun riguardo, come si piega una tovaglia dopo aver sparecchiato.
Soffiò fuori l’aria senza far rumore e guardò il cielo stellato.
Dentro casa il telefono si mise a squillare.
Doveva ricordarsi di qualcosa. Qualcosa di importante, forse.

Commenti

16 risposte a “L’eclissi”

  1. Ciao Laura. Il tuo racconto è molto delicato, intriso di malinconia. Apprezzo sempre chi riesce a trattare il tema della memoria in maniera così fine. Mi è piaciuto molto il finale, che chiude il racconto in maniera circolare (in perfetto equilibrio con l’incipit). Il senso per me è racchiuso lì, in quel loop di ricordi messo in moto dallo squillo del telefono. Le caramelle Rossana sono state un colpo al cuore per me: ho sentito il sapore della nostalgia, il fruscio della carta rossa che scartavo rubandole dal barattolo in vetro di nonna. Davvero brava, complimenti!

    1. Grazie, Alessia.
      Le caramelle Rossana sono anche per me intrise di nostalgia e mi sembrava giusto inserirle 🙂

  2. Isabella Cudazzo

    Un racconto delicato che mi ha accompagnata anche nei giorni successivi. Rivedendo la luna, ho ripensato alla tua Liliana e al suo “bottone perlaceo appuntato sul mantello scuro della notte.” Complimenti Laura ☺️

    1. Grazie Isabella 🙂 È bello sapere che il proprio racconto non termina con l’ultima riga scritta, ma accompagna chi l’ha letto nei giorni a venire. È il complimento più bello che si può fare a chi scrive.

  3. Francesco Minazzi

    Mi è piaciuto, un bel senso di nostalgia e malinconia. Peraltro, non è facile mantenere scorrevole e non noioso un monologo.

    1. Bene, sono contenta ti sia piaciuto 🙂
      Grazie del feedback

  4. Laura Tanara

    E’ un racconto delicatissimo ma che esplora in profondità le sensazioni , i pensieri e i ricordi di una mamma/nonna/moglie ormai vecchia.
    Mi ha emozionato perché mi ci sono ritrovata un po’ anch’io.
    Bravissima!

    1. Grazie di averlo letto e del commento. Sono contenta ti sia piaciuto 🙂

  5. Leyla

    Dopo la lettura del tuo racconto rimane addosso una sensazione dolce, intrisa di malinconia. È come perdersi in un cassetto e osservare piccole reliquie. Ho amato questa tua storia. Bravissima Laura 👏👏👏👏💛💛💛💛

    1. Grazie Leyla!
      Devo dire che mi ha ispirata l’eclissi di Luna che c’è stata a settembre…
      Mi fa piacere che ti abbia lasciato addosso quelle sensazioni. Quando qualcuno ti dice che, leggendoti, ha provato qualcosa, che una scena gli è rimasta impressa, o che un personaggio lo ha colpito… è in quei momenti che mi rendo conto del perché mi piace scrivere. Quando le parole lasciano la pagina per arrivare a chi le legge, lasciandogli anche solo una piccola traccia dentro, realizzo di aver scritto qualcosa di buono. E mi piace un casino… 😀
      Grazie ancora.

    2. Ciao, ti avevo scritto un lungo messaggio di risposta ma non so se è in moderazione o si è perso via…
      In ogni caso, ti ringrazio veramente tanto, non solo per i complimenti, ma anche perchè senza di te non avrei conosciuto Giulia e non sarei arrivata in Albori 🙂
      Un abbraccio 🙂

  6. Grazie, Alessandra. Gentilissima tu ad averlo letto e avermi lasciato un feedback. Grazie 🙂

    1. Laura

      L eclissi descritta da un personaggio con poesia , visioni e vita reale

      1. Grazie Laura, per averlo letto e per aver lasciato un commento 🙂

  7. alessandra de feo

    Bellissimo racconto, tanto vero quanto delicato nelle sensazioni.. il passare degli anni viene descritto con gentilezza, come è giusto che sia..

    1. Ciao, mi sa che le risposte ai commenti si sono sfasate… Per sicurezza ti riscrivo la risposta al tuo commento:
      Grazie, Alessandra. Gentilissima tu ad averlo letto e avermi lasciato un feedback. Grazie 🙂

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