Il mio mondo, prima, era diverso. E dico “mio” perché è il solo che conosco: un universo grande come una stanza. La mia vita è quanto accade tra queste sbarre. Non che io ci stia male, per carità; non ho mai vissuto in altro modo e non vedo perché dovrei desiderare di abitare in un posto diverso dalla mia prigione.
Un letto matrimoniale, quasi sempre disfatto, un televisore e un grande armadio a muro riempiono una parte della mia visuale. Dall’altro lato ho una finestra corredata da sottili tendine bianche; una brezza le fa danzare, leggere, e io starei ore a guardare la luce giocare con le trame del tessuto, riflettendosi sulle sbarre che mi racchiudono. I rami di un ciliegio, punteggiati di frutti rossi, si stagliano oltre il vetro come il soggetto di un quadro. Il soffio del vento mi porta anche le voci delle persone in strada. Mi piace ascoltare quelle chiacchiere e ogni tanto cedo alla tentazione di dire la mia, di inserirmi nel discorso, pur sapendo che è inutile. Le loro voci mi hanno insegnato i nomi delle cose. Io li ripeto; non sempre so cosa siano, ma so come suonano. I nomi sono ovunque: stanno nell’aria, restano appesi alle tende, rimbalzano sulle sbarre; a furia di sentirli, mi sono rimasti addosso.
Verrebbe da pensare che quello della finestra sia il lato più interessante del mio scenario, ma anche il mio mondo “interno” è appassionante e ricco di stimoli. O almeno, lo era.
La prima cosa che ho notato è stata l’assenza di rumori. Il resto della casa, là, oltre la stanza in cui abito, è sempre stato pieno di voci che si rincorrevano e si accavallavano l’una sull’altra. C’erano risate, c’era musica, c’era il tintinnio gioioso dei bicchieri. Poi le voci si sono diradate, le mura si sono svuotate dell’allegria. Anche lui, giorno dopo giorno, sembra svuotarsi di qualcosa.
Oggi non è andato al lavoro. Come ieri, come due giorni prima. Lo so, perché la mia giornata è scandita dalla sua attesa, dal desiderio di vedere la porta della stanza aprirsi e rivelarmi quell’ampio sorriso che è riservato a me solo. Sono felice che sia a casa e vorrei che giocasse con me; quando la sua alta figura entra nel mio campo visivo cerco di attirare la sua attenzione, lo chiamo speranzoso, ma niente. Mi porta acqua e cibo e si limita ad accarezzarmi delicatamente la testa, poi riprende il suo peregrinare senza meta attraverso stanze vuote.
Di tanto in tanto sento squillare il suo cellulare e lui risponde con una voce che sembra venire da molto lontano. Colgo qualche frase mentre vaga per casa: “Sto bene, sto bene”, “Purtroppo nemmeno oggi riesco”, “Sì, ti faccio sapere per la prossima settimana”.
E le settimane passano, e lui trascorre sempre più tempo qui in camera. Se ne sta quasi sempre disteso sul letto fra le lenzuola spiegazzate, mangiando patatine direttamente dal sacchetto e lasciandosi ipnotizzare dalla televisione. Io sgranocchio qualche semino e cerco invano di comunicare con lui, di riempire quel silenzio appiccicoso. Fuori dalla finestra, la luce cambia: le ombre degli oggetti che popolano la stanza si allungano, fino a fondersi in un buio uniforme. A volte lui prende il suo cellulare, che non squilla quasi più, guarda qualcosa sullo schermo e piange lacrime mute.
In questo silenzio le voci dal mondo esterno sono un passatempo gradito.
«Quest’estate ci farà morire, te lo dico io. Fortuna che noi abbiamo i condizionatori!»
«Beati voi, almeno potete chiudere le finestre e la notte non sentite nemmeno i rumori. Anche se il vicino sembra essersi dato una calmata, avete notato?»
«Ma chi, quello del primo piano?»
«Quel ragazzo che l’estate scorsa aveva sempre amici a casa e teneva la musica accesa fino a tarda notte, hai presente?»
«Ah, ho capito! Abita ancora qua?»
«Sì, lo scooter è parcheggiato giù di sotto.»
«Beh, tanto meglio così, almeno c’è un po’ di pace.»
I giochi di luce non mi distraggono più, perché lui tiene con ostinazione le imposte chiuse. Una corrente pigra e tiepida entra con fatica, la stanza è immersa nel caldo e nella penombra. L’atmosfera è soffocante. Il suo viso che si avvicina alle sbarre ora è molle e ingrigito, sporcato da una barba incolta. Non mangia più a letto, e guardandolo nei suoi vestiti sempre più larghi mi chiedo se non abbia smesso del tutto di mangiare. Forse se ne dimentica, perché la notte non dorme più e magari il cibo è l’ultimo dei suoi pensieri. Ma no, questo è impossibile: di nutrire me non si scorda mai, quindi dovrebbe ben ricordarsi di mangiare a sua volta.
Passa la notte accartocciato fra le lenzuola come una cosa dimenticata e sento il cigolio delle molle del materasso scandire il suo rigirarsi senza tregua. Si tira su a sedere e nasconde il viso tra le mani, le dita che artigliano i capelli troppo lunghi. Piange, e queste non sono più lacrime mute: fuoriescono da lui con delle grida che ogni volta mi fanno rincantucciare in un angolo. E lui urla, urla e si conficca le unghie nella faccia, quella faccia che ora è rigata di lacrime e sangue, e poi si alza di scatto e prende a pugni l’anta dell’armadio, che risponde con un clangore sordo. Quando si calma mi guarda con apprensione e subito corre da me, fa scorrere il dito tremante fra le sbarre. «Scusami» mi dice con voce rotta, «scusami, ti prego.»
Forse non gli fa bene dormire da solo. Prima c’era una donna – ricordo le rughe che le si formavano attorno agli occhi quando mi sorrideva, china su di me. Dormivano insieme e nel sonno lui stringeva le braccia attorno a quel corpo esile, come se tutta la sua vita dipendesse da quell’unico gesto. A chiunque serve un ramo a cui aggrapparsi.
Nel pomeriggio lo vedo uscire dalla stanza, indossando una vecchia felpa scolorita. I suoi occhi sono incollati al pavimento, come rapiti dalle fughe delle piastrelle. Non mi piace il modo in cui se n’è andato, senza degnarmi di uno sguardo, e subito ho paura che non faccia più ritorno. Mi dibatto nella mia gabbia, aggredisco le sbarre, ma non posso fare nulla per trattenerlo. Non mi resta che respirare affannosamente l’aria fresca, intrisa di terra e della pioggia che picchia, sottile, sul vetro della finestra socchiusa. Alcune voci concitate lo seguono.
«L’ho incrociato giusto prima, che usciva di casa. Dio santo, era conciato che sembrava un barbone!»
«Secondo te lavora ancora? Avevamo più o meno gli stessi orari, ma è un po’ che non lo becco più.»
«Da quello che so ha perso il lavoro, ma parliamo di mesi fa.»
«Mamma mia, a trent’anni senza un lavoro… devi essere proprio un fallito.»
Lui, per fortuna, torna; e lo fa portandosi appresso un sacchetto con il disegno di una strana croce, che gocciola a terra e oscilla minaccioso.
Un sottile strato di brina si forma sul davanzale, e le sue dita tormentano un foglio a bolle bianche – dicono blister – che scattano sotto le dita. I rami del ciliegio si spogliano, e lui lascia cadere venti gocce di un liquido opaco nel bicchiere. Ormai il buio cala rapidamente e c’è sempre più polvere sulla mia gabbietta. La notte lui urla ancora, si dispera, prende a calci e pugni gli oggetti, poi si rannicchia a terra e piange come un bambino. La mano dalle nocche screpolate corre con bramosia al flacone sul comodino e lo svita; non gli serve nemmeno più il bicchiere, si regola a sorsate. Lentamente i singhiozzi si calmano, il respiro rallenta, il suo corpo si affloscia.
Dalla finestra intravedo persone sui balconi, imbacuccate in giacconi pesanti e intente a decorare le ringhiere con fiocchi e ghirlande colorate.
«Lo hai sentito l’altra notte che urlava come un matto?»
«È pazzo da rinchiudere.»
«Pensa: mi hanno detto che è andato fuori di testa da quando la donna lo ha lasciato.»
«Sì, ho capito, ma i problemi sono altri. Questa è gente debole, ecco cosa penso!»
«Si rimboccasse almeno le maniche e andasse a lavorare, invece di fare le crisi…»
«Sai come si dice? “Quello fa il matto per non pagare le tasse”. Sta meglio di me e di te, fidati.»
Io non so quasi nulla delle cose di cui parlano gli esseri umani: non so niente del lavoro, dei problemi e neanche della pazzia. Ma il dolore per la perdita di una compagna… quello riesco a comprenderlo.
Lui è seduto sulla sponda del letto, le spalle curve come schiacciate da un peso insostenibile. Fissa il telefono che regge con mano tremante. Si morde le labbra, inspira, combatte contro le lacrime che spingono per arrivare gli occhi. Un ultimo momento di esitazione, poi compone il numero.
«Pronto, mamma? / Tutto a posto, grazie. Tu stai bene? / Ah, sì? Hai cucinato anche la lasagna della nonna? / Vero, hai ragione… Senti, non riuscirò a venire domani sera. Mi dispiace. / Eh, lo so, ma capisci, il lavoro… Non è un bel momento, devo rimanere qua. / Eh, che devo dirti? In questi casi le festività contano poco. / Ma non preoccuparti, domani passo la vigilia con Camilla, poi magari a Natale facciamo un salto dai suoi. / Lo so. Dispiace anche a me. / … / Mamma? / Mi… mi passeresti papà? / Ah… / Sì, certo, lo chiamo io domani mattina allora… / Sì, ci sono ancora. Va tutto bene, davvero. / … / Allora… c-ciao.»
Chiude la telefonata e un singhiozzo spezzato gli sale alla gola. Spegne il telefono, lo getta sul comodino e piange, le spalle scosse dai sussulti. Con le lacrime che gli rigano il viso, si alza ed esce dalla stanza. Io, rimasto solo, pigolo piano.
Quando torna in camera è molto buio. Avanza verso il mio angolo con passo malfermo, portando con sé un forte odore acre – lo chiamano alcol – che mi graffia la gola. Si allunga e spalanca la finestra alle mie spalle; un vento gelido ci investe entrambi. Poi apre anche la porticina della mia gabbia. Io lo guardo senza capire, arruffando le piume per proteggermi dal freddo. Lui mi fissa di rimando con occhi velati da qualcosa che non riesco a riconoscere. Paura, forse?
Si stende sul letto e volta leggermente il capo. Le medicine sono lì, al loro posto sul comodino.
Le sue mani tremano mentre si riempie il palmo di pillole bianche.
Il freddo entra. Non ha pietà, si insinua nella stanza e nelle mie ossa.
Prende un flacone e vi preme contro le labbra con un gesto che trasuda disperazione.
No, non posso andarmene. Non posso, non voglio… Nascondo la testa sotto l’ala.
Mi sveglia il sole del mattino, ma lui è ancora sdraiato a letto. Circospetto, mi avvicino alla porta aperta e la varco. La stanza sembra più grande senza le sbarre. Lancio un’ultima occhiata a lui. Dorme. Dopo aver inseguito il sonno per tante notti, ora non vuole lasciarlo andare. In un frullio di piume verdi mi alzo in volo ed esco dalla finestra, posandomi su uno dei rami spogli del ciliegio. Da quella postazione osservo il giorno farsi notte, le luci accendersi sui balconi e dentro le case. Sbircio nelle abitazioni e vedo uomini vestiti di rosso sorridere dietro a folti strati di lana lucida legati ai loro visi. Portano pacchi adorni di fiocchi, li mettono fra le mani dei loro bambini. I figli abbracciano i padri; sembra che non li riconoscano. Credo sia quello che gli umani chiamano inganno. Un altro padre sta arrivando, in uno stridore di pneumatici: abbandona la macchina sul vialetto con la portiera aperta e corre, trafelato. Non è vestito di rosso, è lui a essere stato ingannato.
Lo vedo entrare nella stanza e correre verso di lui, disteso nel letto, immobile. L’uomo cade sulle ginocchia, piangendo e stringendosi al petto il corpo del figlio, che non si muove e non ricambia l’abbraccio.
La luce è spenta nell’appartamento, la finestra sprangata. Il mondo per come lo conoscevo, il mio mondo, non esiste più. Le mie zampe sono strette a un ramo sul quale non avrei mai pensato di potermi posare, e so che è ora di andare.
I volti che ora riesco a vedere da quassù sono contratti in smorfie di plastica tristezza.
«Povero ragazzo, come si fa a morire così, a quell’età?»
«Se solo qualcuno lo avesse aiutato, magari…»
Non so quasi nulla delle faccende degli umani, è vero. Non so perché per loro sia così importante trovare un motivo abbastanza valido.
Apro le ali.
Forse ciò che conta è solo la propria cella su misura, dalla quale a volte sembra impossibile uscire… pur avendo la porta aperta.
Forse ora
entrambi
siamo liberi.


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