Giulietta Picone Palazzi

“Ma allora era vero!”, suor Verangela non le ha aveva detto una farfantarìa. E sì che le aveva fatto vedere anche il dipinto della crocifissione nella chiesa: quando si moriva l’anima fuorusciva dalla bocca in forma di bambinello e, se si era in grazia di Dio, se ne volava in paradiso. La sua le era appena uscita e si stava ricomponendo, vestita con l’abitino di pizzo della prima comunione e ora lei aspettava l’angiluzzo custode che l’avrebbe portata via. Là avrebbe abbracciato finalmente suo padre, don Gioacchino, che le voleva bene. Quando morì suo padre non glielo avevano detto e non l’avevano portata al funerale, come se lei non esistesse.

Giulietta si era seduta sullo schienale della poltrona sulla quale era appoggiata la sua bara e si guardava intorno. Nessuno poteva vederla, tutti guardavano dentro, ma quella bambina non era più lei. Era nella sagrestia del convento del Sacro Cuore del Verbo Incarnato, dove la madre, donna Adalgisa, l’aveva portata quando aveva cinque anni. Alberto e Deodato, i fratelli molto più grandi di lei, dovevano portare avanti la masseria e dicevano che lei era sempre tra i piedi e dava fastidio. La madre l’aveva affidata alla cugina, suor Guidalma, e se ne era andata, senza voltarsi indietro, indaffarata come sempre. Si ricordava quel giorno: erano arrivate tutte le consorelle per vederla, con le spagnolette di ricotta, ma lei non le aveva neanche assaggiate. Non ci voleva stare lì, voleva solo piangere e chiamava la mamma, anche se le aveva tolto Pupella, la sua bambola, dicendole che ormai era grande, ma non era vero. Seduta su una sediola di vimini aveva continuato a piangere, i pugni stretti, la testa girata verso il muro, mordendosi le labbra. L’avevano lasciata da sola ed era spaventata. Poi si era abituata all’odore di incenso e di muffa del convento che prima le pizzicava il naso e suor Guidalma era stata la sua seconda mamma: lei girava per il convento aggrappata alla sua tonaca con tutte le sue forze e le altre bambine la prendevano in giro. Il primo anno aveva avuto il privilegio di dormire con lei che però di notte russava forte. Ora la zia era là, che le sistemava il velo e accendeva le candele, gli occhi rossi, il rosario in mano e le baciava le guance e la fronte. Giulietta avrebbe voluto abbracciarla, ma non poteva più.

Si rimirava le sue scarpine di vernice, che le piacevano tanto. Si ricordava che a Natale la mamma le aveva fatto avere il suo regalo e la zia lo aveva messo sotto il grande presepe proprio lì, nella sagrestia. Lei non ce l’aveva fatta ad aspettare la festa e così una notte era scesa dal letto, badando bene a non svegliare nessuno. Aveva raggiunto la sacrestia a piedi nudi, rabbrividendo per il contatto con i mattoni di pietra pece. Le luci del presepe erano accese, si era avvicinata al suo pacchetto e con le unghie aveva lottato con il nodo. Aveva dovuto usare i denti per scioglierlo. Il coperchio della sua scatola era blu con le stelline argentate. Le guance le si erano arrossate, ma aveva i brividi e la pelle con tutti i peluzzi sollevati. Nessun rumore dalla camerata, solo il vento di dicembre tra i rami del grande carrubo. Aveva aperto la scatola e sussultato: c’erano proprio quelle scarpine di vernice che aveva visto con la mamma in negozio. Lei le aveva solo indicate col dito, ma la mamma aveva molta fretta e erano uscite subito, invece… ora erano ai suoi piedi: lucenti, nere, col bottoncino di lato. Le aveva annusate, sapevano di cuoio buono, dentro erano bianche con la scritta d’oro. Le aveva indossate velocemente: erano proprio belle. Ricordava ancora il piacere di quel contatto morbido con i suoi piedi. Avrebbe voluto battere le mani, saltellare, ma aveva dovuto far presto. Le aveva tolte, accarezzate e avvicinate alle sue guance infuocate. Pepè, il gatto, era arrivato e lei si era spaventata. L’aveva guardata girando la testa da un lato, interrogandola, poi le si era strusciato sulle sue gambe. Lei aveva chiuso in fretta la scatola e riannodato lo spago. Le era scappata la pipì, ma appena un po’.

Era bella lucida anche la sua bara bianca, chissà chi l’aveva preparata e poi era proprio della sua misura. Le altre bare che aveva visto erano di legno scuro, tristi, la sua era bella bianca. Quando tutti i ceri furono accesi poté ammirare la sagrestia illuminata e così finalmente vedeva i grandi ritratti sui muri, c’erano dipinte le badesse che la guardavano e tutte erano serie. Prima non osava guardarle, ne aveva paura, ora non più. Vedeva il crocifisso grande, l’armadione con le tovaglie ricamate per gli altari e i paramenti del prete che indossava quando veniva a dire messa: lei una volta si era nascosta dentro e non erano riuscite a trovarla. Quando era triste e pensava alla sua casa le piaceva rifugiarsi là dentro, se ne stava rannicchiata nell’angolo al buio, aspirava il profumo dei lini, l’odore del legno e si rasserenava. Anche suor Verangela era accanto a lei e piangeva in silenzio. Le voleva bene suor Verangela: era la sua maestra, ma mai la sgridava. Le aveva anche insegnato a preparare i dolci. Chissà se in paradiso avrebbe potuto preparare i biscotti ricci con la ciliegia sopra, o rossa o verde. La sagrestia si stava riempendo, erano arrivate un po’ alla volta tutte le suore che tenevano per mano le sue compagne di scuola. Non le piacevano le altre bambine. Sempre la tormentavano e lei preferiva starsene con le suore, a preparare da mangiare, a frugare nella dispensa. Finalmente sarebbe stata in pace, nessuno più le avrebbe fatto i dispetti. Non le piaceva neanche andare in chiesa né pregare, non voleva fare la suora, lei. Invece erano belli gli angioletti sulle volte, le fiammelle dei ceri, le vesti vaporose dei santi, il presepio nella nicchia. Ma perché anche le bambine piangevano? Forse avevano paura della morte. A lei non faceva paura, anzi: ora si sentiva libera. Sarebbe finalmente volata in cielo. Ecco, era arrivato anche il suo angiluzzo, non la sua mamma né i suoi fratelli. Com’era bello tutto vestito di azzurro.

Commenti

6 responses to “Giulietta Picone Palazzi”

  1. davideruscelli

    Si apre come un racconto in vernacolo e di fatto la connotazione da “lirica popolare” si sente tutta. Nonostante la piega tragica della vicenda non si riesce a fare a meno di sorridere insieme allo spirito di Giulietta che della morte oramai ha accettato tutto ed è così meravigliato dalla bara bianca in cui riposa il proprio corpo, così diversa da tutte quelle altre di legno scuro. Ma questo è un colpo al cuore, è proprio la tenera innocenza di Giulietta a rendere insostenibile l’idea che si sia dovuta congedare dall’esistenza così prematuramente. I miei complimenti.

  2. Molto ben scritto, sarà che ho una figlia di quell’età, ma mi ha colpito.

  3. Un racconto che ti prende piano e poi non ti molla più. Tenerissimo e doloroso insieme, con immagini che restano addosso e si visualizzano facilmente, tanto bene sono riportate. Scritto con una delicatezza incredibile e soprattutto con uno sguardo che sembra davvero quello di una bambina. Questo è un dettaglio non scontato, perché alle volte tendiamo a portare il nostro punto di vista e le nostre emozioni da adulti, da persone mature, in ciò che descriviamo, mentre qui la voce narrante è proprio quella di Giulietta, che rimane nel cuore.

    1. Ciao Mario. Il tuo racconto è delicato e pungente nonostante tratti di un tema drammatico. Lo sguardo della bambina ci accompagna dall’inizio alla fine in maniera naturale e la lettura scorre fluida. Concordo con Leyla: lo stile incline al realismo magico rafforza la potenza emotiva della narrazione. Il lessico è molto ricercato, preciso, controllato. Sei riuscito a usare un vocabolario ineccepibile e allo stesso tempo abbastanza semplice da risultare credibile nell’essere pronunciato da una bambina. Ogni oggetto e dettaglio nella tua storia ha un significato ben preciso, il che rende il simbolismo la forza intrinseca di tutta la narrazione. Complimenti, un bel racconto!

  4. Complimenti, Mario 🙂
    Leyla, con il suo commento, mi ha tolto le parole di bocca – scrivendole meglio, però… 😀
    Niente facile commozione, o sentimentalismo gratuito, e questo grazie alla voce sincera e pura di Giulietta.
    Bravo 🙂

  5. Leyla

    Un racconto essenziale e tagliente, che affida l’emozione allo sguardo infantile senza mai cercare l’effetto. La morte è raccontata come continuità, non come trauma: Giulietta osserva, ricorda, registra. Ed è proprio questa neutralità a colpire.

    Gli oggetti contano più delle persone: le scarpine, la bara bianca, la sagrestia. Sono segni concreti di un affetto scarso ma decisivo. Il convento non è rifugio né prigione, solo il luogo dove la bambina è stata lasciata.

    Lo stile richiama il realismo magico: il soprannaturale convive con il quotidiano senza attrito, accettato come parte naturale dell’esperienza. È una scelta che rafforza la credibilità emotiva del testo e ne amplifica la forza.

    Complimenti a Mario, che dimostra grande controllo della lingua e del tono, e soprattutto la maturità di non spiegare il dolore, ma di lasciarlo emergere da solo, con misura e precisione.

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