Il virus

Jan riappese la cornetta con cautela, quasi si trovasse a maneggiare una pentola bollente. E in effetti, le notizie appena corse sul filo scottavano eccome. La sua amica d’infanzia, Liz Di Bianco, non mancava mai di aggiornarlo sugli sviluppi dei casi che trattava – specie se, come in quella circostanza, i fatti potevano in qualche misura coinvolgere anche lui o la sua famiglia. Liz lavorava per una delle maggiori testate giornalistiche in città, e aveva un fiuto particolare per le buone tracce; se c’erano storie degne di essere indagate, si poteva star certi che a lei non sarebbero sfuggite.
Stavolta, però, la faccenda era davvero grossa – e prometteva un’evoluzione ancor più eccezionale. Jan, come tutti i suoi colleghi al Dipartimento per l’Arte Solidale, aveva già sentito raccontare di strani sintomi e frettolosi allestimenti di ulteriori reparti ospedalieri; ma ciò che apprendeva dalle labbra di Liz aveva dell’incredibile.
Secondo la ragazza, impegnata da un po’ a condurre ricerche per proprio conto, un virus misterioso dilagava nella capitale; un virus subdolo, che si presentava, almeno all’inizio, travestito da leggero, banale torcicollo. In capo a qualche giorno, tuttavia, i dolori peggioravano drasticamente, accompagnati da una nausea persistente. Liz giurava di aver incontrato uomini e donne con la testa bloccata su un lato, coi muscoli tanto irrigiditi da non poter più ruotare la faccia in avanti: questi disgraziati si vedevano costretti a girare per casa guardando invariabilmente alla propria sinistra.
I medici non riuscivano a inquadrare le cause di tale disturbo, figuriamoci poi prescrivere la cura azzeccata; temendo un contagio da contatto o per via aerea, indossavano mascherina e guanti per tutta la permanenza in ambulatorio.
In realtà, non era ancora stato chiarito come facesse la malattia a diffondersi. E non si sapeva se esistesse – né quale potesse essere – lo stadio successivo.
Al telefono, Liz aveva accennato anche a un qualche malfunzionamento della vista; ma non possedendo che vaghi elementi al riguardo, non aveva potuto essere più puntuale – né si era voluta lanciare in affermazioni che rischiavano di rivelarsi prive di fondamento.
Jan fissò l’immagine stanca e preoccupata che gli rimandava lo specchio appeso sopra il cordless; massaggiò con delicatezza la fascia alta della schiena – almeno quella porzione che era in grado di raggiungere allungando il braccio. Tentò svariati movimenti col capo e con il collo, bene attento a individuare un segno qualunque di fastidio; tutto a posto, non si sentiva affatto indolenzito. Anche le diottrie funzionavano a dovere, sebbene dirlo con sicurezza, a un quattrocchi come lui, risultasse impossibile. Almeno non gli parevano peggiori del solito.
Il racconto di Liz, corredato dalle sue sconcertanti considerazioni, lo aveva turbato nel profondo; inutile negarlo, così com’era inutile nascondersi la preoccupazione che covava da settimane. Un paio di colleghi, giù al Dipartimento, mancavano all’appello già da un po’, e non rispondevano alle sue chiamate né si premuravano di ricontattarlo; anche alcuni studenti erano spariti dal radar, adducendo, a mo’ di giustificazione, non meglio precisati disturbi. Jan riteneva di sapere che mali accusassero… ma non si decideva a verificarlo di persona.
Afferrò la giacca, le chiavi dell’auto e si avviò verso il garage; avrebbe tenuto la prima lezione a mezzogiorno, ma sperava di lavorare un po’ alla sua presentazione prima di recarsi in aula. Guidò per una manciata di chilometri nel traffico sonnolento di metà mattina; poi si infilò nel parcheggio del complesso studentesco, spense il veicolo, si diresse al corridoio in cui si trovava il suo ufficio. Ma non aveva fatto neppure metà strada che fu costretto a fermarsi. Davanti a lui era raccolto un nutrito gruppo di persone, fra cui spiccavano tre colleghi e alcuni paramedici con le divise arancioni.
Avvicinatosi al capannello, trasse in disparte uno dei corsisti pretendendo una spiegazione.
«Si tratta del signor Arda» rispose quello, il panico nella voce, «a un tratto ha cominciato a contorcersi, in preda a un dolore lancinante… o almeno così diceva. Ronzava per l’aula come un insetto indemoniato, poi si è accasciato sulla cattedra e si è tipo… spento. Ma è rimasto paralizzato, col volto in linea all’omero sinistro. Se fa tanto di provare a rimetterlo dritto, sente lo stomaco che si arrovescia.»
Jan rimase di sasso, folgorato dall’agghiacciante quadretto. Luca Arda era più di un insegnante con cui fare compresenza ogni tanto; era un amico, un ex alunno dello stesso liceo che aveva frequentato lui. Accomunati dalla passione per il calcio, oltre che dall’amore per la pittura, i due avevano speso diversi pomeriggi fronteggiandosi sul campo da gioco – o facendosi da spalla, a seconda dell’occasione.
Ancora ammutolito dai recenti sviluppi, Jan osservò Arda che spariva in ascensore coi barellieri, il volto girato come quello di un bimbo cocciuto. Incapace di trattenersi in quel luogo – ma desideroso di informazioni supplementari – puntò senza esitare sulla Direzione, e ne varcò la soglia prima che la segretaria avesse modo di annunciare il suo ingresso.
Il Dirigente, una persona anziana dall’aria normalmente distinta, si agitava ora come una chioccia in un pollaio. Proprio in quel momento, cellulare alla mano, urlava improperi nel ricevitore – all’indirizzo, sembrava, degli addetti alla Salute Pubblica: «Esigo i nomi!» strillava, «i nomi dei responsabili di questo disastro. Quei coglioni sapranno anche come mettere mano alla questione, immagino.»
Non si curava per nulla del nuovo arrivato; forse, sconvolto com’era, non coglieva neppure la sua presenza. Ma Jan non se ne dispiacque. Uno sgradevole pensiero gli era appena sbocciato nel cervello, un’idea malsana che avrebbe preferito non avere. Una terribile possibilità, avallata, o piuttosto suggerita, dallo sproloquio dell’uomo dinanzi a lui. Quei coglioni sapranno anche… queste parole aveva pronunciato il dirigente, con l’aggiunta di esigo i nomi. Come a sottintendere che, dietro quell’incubo di immani proporzioni, non ci fosse un caso fortuito ma il profilo dettagliato di qualcuno.
Probabilmente neppure Liz, impegnata nelle sue indagini, aveva ancora formulato un’ipotesi simile; o magari sì, ma aveva inteso serbare quel dato per sé?
La stanza iniziò a vacillare, il lampadario in cristallo al centro del soffitto ondeggiò emettendo pericolosi lampi di luce. Jan si sostenne alla parete per non cedere al peso dell’angoscia. Sarebbe una fortuna, si disse, se alla base di questo casino ci fossero i nostri scienziati. Se tutto nasce da un virus creato in provetta, qualcuno avrà bene un antidoto efficace.
Ma era il primo a non credere al suo disperato ottimismo. Se davvero si trovavano al cospetto di un esperimento scientifico fuori controllo, riprendere le redini del cavallo imbizzarrito poteva non essere tanto scontato. E se invece la fuga del virus era stata pianificata dalle alte sfere… beh, allora era ovvio che arrestarne la diffusione non rientrava fra le priorità del Governo. Possibile che abbiano compiuto una simile scelleratezza? A che pro?
D’un tratto gli balzarono alla mente i fotogrammi di una vecchia primavera, quando lui e Liz frequentavano l’ultima classe del liceo. Rivide in maniera nitida le acque placide del laghetto, la vegetazione che cresceva spontanea tutt’intorno. Risentì la quiete delle ore trascorse in quella verde cornice, chiacchierando del domani e criticando il Sistema – ma sempre in toni sommessi, perfino in un luogo isolato come quello. E si rammentò di quel pomeriggio in cui, complice la temperatura gradevole, si erano fatti un bel bagno, nuotando a rana e spruzzandosi a vicenda. Tornati a riva, avvolti nei teli di spugna, si erano abbandonati a visioni futuristiche – via via più tetre e improponibili.
«Immagina» aveva detto Liz, «immagina che un giorno il Governo, pur di impedirci di captare le sue manovre, decida di farci ammalare. Che ci impedisca, per mezzo di un glaucoma fabbricato in laboratorio, di vederne le malefatte.»
«E che bisogno c’è?» aveva ribattuto lui, «la gente è già cieca totale. E pure sorda.»
La conversazione era andata avanti per un po’, alimentata da un’infinità di assurde congetture, mentre le ombre della sera guadagnavano terreno.
Negli anni seguenti le parole di Liz gli erano rimaste aggrappate alla memoria, ma le aveva sempre derubricate sotto la voce Follie, evitando di darsene pensiero.
Fino a oggi.
Adesso Jan si chiese se, in effetti, la compagna non avesse avuto ragione fin dal principio, se quelle che lui giudicava teorie strampalate non fossero poi così povere di logica. Si domandò se a chiudere gli occhi ai loro concittadini non fosse stato appunto il Sistema, interessato ad annientare le facoltà di chi si azzardava oltre le apparenze – ansioso di chiarire quale fine si facesse a non voltarsi dall’altra parte.
Vagamente conscio di un’ambulanza che partiva a sirene spiegate, Jan si precipitò in portineria e inserì una monetina nell’apposita fessura del telefono a gettoni, sperando di raggiungere Liz nell’immediato; ma l’apparecchio non rimandò altro che il costante, prolungato “tuu tuu” del segnale di libero. Al terzo infruttuoso tentativo si arrese, pensandola immersa nelle sue ricerche… senza affatto immaginare che, in quel medesimo istante, la ragazza stesse lottando con tutte le forze per aggiustare una testa ormai fuori asse.

Commenti

4 responses to “Il virus”

  1. davideruscelli

    Più che mai simbolico un virus artificiale il cui primo sintomo è bloccare il capo di lato cosicché non sia più possibile guardare innanzi, metaforico per il fatto che se consideriamo il futuro come la naturale proiezione in avanti nel tempo e nello spazio di noi stessi, allora qualcosa che ci costringa a deviare, benché solo la testa, diventa una potentissima briglia sociale, vero e proprio controllo demotico. Davvero ben scritto, complimenti.

  2. Un racconto inquieto e lucidissimo, che cresce pagina dopo pagina e ti mette a disagio nel modo giusto. Ammetto che all’inizio ho storto il naso: “indagini”, “tracce”… temevo il classico filone investigativo che non fa per me. Poi il pregiudizio è crollato. Virus, sintomi strani, atmosfera che scivola quasi verso l’horror: il mio terreno preferito. La curiosità sale, vuoi capire dove porterà la malattia… e invece finisce così? No dai, vorrei tanto il seguito, le basi per qualcosa di molto buono ci sono tutte! L’idea è forte, raccontata con ritmo e intelligenza, fa venire voglia di guardarsi intorno… e non solo a sinistra.

  3. Bel racconto, distopico, ma assolutamente credibile. Il sintomo della rigidità del collo che si storta di lato e impedisce di guardare avanti è veramente azzeccato, geniale 🙂 Il finale è un pugno in pancia che ti lascia senza fiato.
    Brava! Peccato che le distrazioni del periodo natalizio potrebbero ripercuotersi sulla visibilità del racconto, così come degli ultimi postati.
    Intanto, complimenti 🙂

  4. Bravissima. Bel racconto

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