Garum

È uno dei primi ricordi che ho di mio padre. I suoi occhi, spalancati e muti. Increduli e spaventati. Mi accarezza la pelle lì dove è arrossata e sottile, la mia mano è così piccola nella sua.
Dev’essere per colpa tua se m’è tornata in mente questa storia; te ne stai adagiata sul mio palmo, sottile come un ago, la pancia trasparente e gli occhi tondi e vitrei, gonfi di luce riflessa. Copri a malapena il segno lasciatomi dalla bruciatura.
Devo sbrigarmi, finire prima che mia madre torni; ho già preparato il tagliere di legno e i guanti, afferro il coltello dal ceppo. Tu resta qui sul vassoio accanto alle altre messe in fila, tutte uguali e diverse. Alcune hanno le labbra rientrate, altre schiudono un’apertura senza voce. Sembrate sul punto di dire qualcosa che non direte mai.
Sei così piccola. Perché non sei sgusciata via dalle maglie? Sei rimasta a morire in mezzo ad alici grandi il doppio di te. Nemmeno i pescatori hanno avuto pietà di ributtarti in mare, di farti crescere ancora un po’. O forse è stato meglio così. Se un destino è già scritto perché aspettare?
La lama cala sulla prima testa argentata, la mozzo e la sposto. Apro in due il corpo, levo la lisca ed estraggo le viscere. Non dovrei farti assistere a questo scempio della tua specie, ma a te lo posso rivelare che anche a me costa fatica essere qui, in piedi in questa cucina, con in mano un coltello a pulire voi alici. È stata mia madre a decidere il menù della cena; alici fritte, il piatto preferito di mio padre. La ricetta è sempre la stessa, uova farina e cinquecento grammi di alici.
Però lascia a me l’ingrato compito dell’autopsia. Cadaveri, ecco cosa siete, che hanno già smesso di soffrire, il momento brutto è passato. Giusto?
La mano trema ma la lama è precisa, mi fermo col quarto corpo steso sul legno. Tu aspetta il tuo turno, lo so che mi guardi, ché non ti è rimasto altro da fare.
Potrei intrattenerti, distrarti. La conosci la storia del pesce dorato? Sono passati tanti anni da quando papà me la leggeva prima di addormentarmi la sera; è una sorta di lampada magica, il ragazzo cattura il pesciolino nella rete, ma questo gli dice che se lo risparmierà esaudirà tre desideri per lui. La proposta è allettante e il ragazzo, povero in canna, accetta.
C’è qualche possibilità che tu sia il mio pesce d’oro? A me basterebbe un desiderio solo, o se sono tre, gli altri potrei donarli. Uno ai miei genitori, affinché per una volta, si dicano tutta la verità; così forse si accetteranno e si perdoneranno per le scelte fatte. L’altro potrei donarlo alla nostra vicina, che ogni pomeriggio, puntuale alle cinque, esce sul piccolo balconcino della cucina, sistema i vasi con dentro piantine d’odori, menta, rosmarino, maggiorana, e piange; taglia i rametti e le foglie che le servono per cucinare e le lacrime le rigano il viso. Non singhiozza, non si dispera, non ferma il pianto. Ogni tanto la osservo, china in un raccoglimento che dura pochi secondi, poi si alza e torna dentro e io mi chiedo se il cibo che prepara con quegli odori ha un retrogusto di tristezza, se chi lo mangia riconosce il salato delle sue lacrime.
Terrei per me solo il terzo desiderio, credi si possa fare? Lo credi? Io vorrei solo sapere. Sapere qual è la cosa giusta da fare, la decisione da prendere. Liberarmi dalla paura di sbagliare. E allora sì che la vita sarebbe più facile, seguire la strada tracciata, invece di procedere a tentoni, urtando ogni cosa che incontro, perché prima o poi si rischia di romperla, qualcosa o peggio, qualcuno. Io vorrei tanto impedirmi di compiere gesti insensati. Se tutto procedesse nel modo giusto io non mi ritroverei qui a parlare con un’alice morta dalle orbite annerite dal terrore.
Devo tagliare, pulire, solo diciotto alici sono aperte a metà sul vassoio di ceramica bianca, e tra poco arriverà l’ora di apparecchiare. C’è un piatto in più da aggiungere questa sera.
Sono a venti, apro e tolgo, raschio via i neri intestini, una pancia gonfia di uova cade giù dalla lama d’acciaio. Tu l’hai vista la rete che scendeva su di te? Hai capito cosa stava succedendo? Te ne stavi tranquilla e al sicuro a nuotare, così piccola da non immaginare che i pericoli veri non vengono dal mare ma da fuori. Cos’hai provato? Perché non me lo dici? Rimarrà un segreto tra di noi. Dimmi il tuo e io ti dirò il mio, come fanno i compagni di scuola.
Aspetto un bambino, che ora sarà grande come te. Se lo lascio diventare della misura delle altre alici che sono con te, allora non potrò più far nulla. Speravo che tu potessi aiutarmi a decidere cosa fare, perché, se siete grandi uguali, allora tu puoi dirmi cosa si prova a essere portati via dalla propria casa, da quella grande distesa d’acqua che ti avvolge. Hai lottato per rimanere nel fondo? Ti ci sei aggrappata? Dimmelo, com’è stato. Devo sapere cosa si prova a venir strappati via, raschiati dalle viscere più profonde. Tu l’hai capito che la tua vita stava finendo? Che non ci sarebbe più stato un domani? Dimmi almeno se hai avuto paura.
Lottare, saltare, dimenarsi, e poi, alla fine, fermarsi, inerti di fronte a ciò che non si può cambiare. A cosa ti sei aggrappata per confortarti mentre il nemico che abita il mondo di fuori, il pescatore, issava le reti dal mare. Ti sei stretta alle altre?
Questa mia creatura però nuota sola nel piccolo mare che si è creato per lei. Sola e al buio, ha un cuore che batte come una volta faceva il tuo.
Incido, apro e sfilo, ancora dodici corpi e tutto sarà finito, ci resta poco tempo, mia piccola alice. Il sole è già tramontato e ottobre sta cedendo il posto al mese successivo. La luce in cucina è accesa da più di un’ora, eppure la stanza si rabbuia e le ombre si fanno più grandi attorno a me; vorrei poter prendere la piccola sedia di vimini per salirci in piedi e mettermi vicino alla mamma mentre cucina, come facevo da bambina. Non lo facciamo più, ormai da anni i nostri tempi non sono più allineati e la mia infanzia è un luogo lontano dove lei non vuole più abitare.
Poso il corpo che ho appena pulito, un fetore salmastro appesta la cucina; è odore di porto, di reti, delle cose appena strappate alla vita. È odore di budella, di interiora, grumi di sangue attaccati l’uno all’altro, che possono essere recisi e strappati via con una tale facilità che ha in sé qualcosa di disgustoso. Quel tanfo ti penetra nel naso e risale su fino alla gola e poi si blocca. L’esofago è intasato da quella sostanza molliccia e rossastra. Graffia la lingua e mi stringe la bocca dello stomaco, la saliva si fa acida ma ricaccio indietro il conato giù per la gola.
L’odore è così insopportabile che dovrebbero imbottigliarlo e usarlo come rimedio per dimagrire, nessuno aprirebbe più il frigo o la credenza. Non credere che stia dicendo delle assurdità, nel passato si usava ogni parte dell’animale.
Il sangue dell’alice cola nei solchi del tagliere, ho ancora sette corpi da lavorare. Conosci il garum? Certo che no, non ti hanno permesso di conoscere niente. Il garum era una salsa in uso ai tempi degli antichi romani, ottenuta dalla fermentazione delle interiora di alici, mischiate a sale e a diverse spezie. Dopo due mesi il liquido veniva filtrato e la colatura pregiata era il garum. Una prelibatezza per l’epoca.
Può apparire poetico, che dagli scarti si può produrre qualcosa di nuovo, con un diverso scopo. Non sai come sarà dopo aver fermentato due mesi, il liquido è chiuso e non si può aprire l’otre prima del tempo. Sai solo che la tecnica è quella giusta e che il risultato è incerto. L’importante è scegliere materia prima di ottima qualità. Si cercano spezie pregiate e alici freschissime. Un’abbinata prodigiosa.
So a cosa stai pensando e ti rispondo che no, io e lui non siamo un’abbinata prodigiosa. Di certo non siamo il meglio che si può trovare in giro. Vorrei poterti dire che la nostra unione è stata magica ma con te, mia piccola amica, ho deciso di non mentire. Mi spiace solo che non farai in tempo a vederlo, perché quando sarò qui e si siederà alla nostra tavola, tu sarai solo un bastoncino croccante. Dovrai farti bastare le mie parole e credermi quando ti dico che non rimpiango nulla di ciò che c’è stato, anche se è stato sbagliato, talvolta crudele, come un falò senza controllo che brucia una foresta intera. Nulla che fa così tanti danni è destino che duri. Eppure riesco a vederlo, questo embrione che nuota dentro di me, che ha la sua stessa pelle corniola.
Mamma ama ripetere che un figlio cambia la vita, ma non lo dice con l’aria sognante e felice. Quando mi guarda so che immagina quello che ha perduto, alle migliaia di esistenze possibili e meravigliose che poteva vivere. Pare dimenticarsi che non l’ho chiesto io di venire al mondo, non l’ho fatto apposta, non volevo travolgerla. Lo odio quello sguardo, mi schiaccia, di quel peso che ha provato lei diciassette anni fa. Riesco a vedere, in quella distesa paludosa dei suoi occhi, tutto ciò che ha sacrificato, per legarsi a doppio filo a una vita che non aveva mai immaginato prima di me. È stata accerchiata da “è la cosa giusta da fare” e ha ceduto. Dopotutto, mio padre è un brav’uomo e l’amava. La ama. Ha inventato una storia romantica, per lei e forse anche per me, ma ha finito per restare invischiato nel suo stesso inganno.
Ci sono delle volte però, in cui mia madre sembra orgogliosa di me. E allora spero di essere riuscita a fermare quella lotta che c’era dentro di lei. Spero, che quell’amore sia vero, spero, che un giorno mi dica, che a tornare indietro, quello sbaglio lo farebbe ancora.
Tu pensi che riuscirei a sentirmi così? A guardarmi allo specchio e scoprire che sono io il pescatore della storia dell’alice dentro di me?
Com’è facile dimenticarsi che anche lui fa quel che fa per pura sopravvivenza.
Il nostro tempo è finito, scaduto come si dice nei giochi e a meno che tu non abbia qualcosa da dire, dovrò procedere anche con te. Sarà rapido. Sul dolore, non so pronunciarmi. La lama scende precisa sulla tua testa, la tua bocca si apre. È troppo tardi. Hai perso la tua occasione. E io?
Scendo sulla lunghezza del corpo, apro, tolgo, e butto nel sacchetto blu i tuoi ultimi resti. Chissà se tutti i rifiuti organici vengono messi in dei sacchetti blu come questi. Non credo che mi rilasserà più come colore.
Il pesce è pronto, aspetta mia madre per essere cucinato. Chiudo il sacchetto e getto lui e il suo contenuto nel cestito.
La porta di casa cigola, passi stanchi si avvicinano alla cucina. Mi giro con indosso ancora i guanti sporchi di sangue. China un poco la testa sopra la mia, «Già mi vuoi rubare il lavoro», mi bacia la fronte come fossi ancora la sua bambina.
«Ciao papà. Alici fritte per cena.»
Mi sfilo i guanti.
«Cucini tu o la mamma?»
«La mamma. A me ha lasciato il lavoro sporco.»
Sciacquo le mani nel lavello della cucina, l’acqua è bollente, la pelle mi si arrossa, resta salva la macchia chiara tra il palmo e le dita. Sfrego le unghie, anche se non c’è nessun odore. Prendo il tagliere, lavo via il sangue, scorre in rivoli veloci portato via dall’acqua.
«Alice» è mio padre che urla. Mi afferra, il mondo si piega come visto da sott’acqua e l’ultima cosa che scorgo sono i suoi occhi spalancati e muti. Il mio corpo si fa leggero mentre un calore tiepido e familiare cola via da me.

Commenti

5 responses to “Garum”

  1. davideruscelli

    […Il sangue dell’alice cola nei solchi del tagliere.] C’è qualcosa di stranamente sacrale e ritualistico in questa frase. I miei complimenti, sei riuscita a rendere l’atto di pulitura del pesce una delicata operazione di introspezione per di più portandola avanti per metafore coerenti le une con le altre: la linea stilistica è chiarissima ma misteriosissimo è il finale, arriva davvero come una coltellata (per rimanere in tema).

  2. Un racconto intenso e coraggioso, che colpisce per la lucidità con cui trasforma un gesto domestico in una riflessione profonda e dolorosa. La metafora dell’alice è potente e sostenuta da una scrittura matura, sensibile, capace di tenere il lettore sospeso fino all’ultima riga. Si sente una voce autoriale forte e consapevole: davvero un testo notevole!

  3. Ciao Gaia. Il tuo racconto è davvero toccante! Ha il carattere di un monologo e un lessico molto curato e ricercato. Molto bella la metafora del garum e il confronto alice/bambino/narratrice. I riferimenti alle favole e ai genitori gli danno un tono familiare e rendono il momento della “cucina” carico di significati. Il finale è spiazzante, toglie il fiato. È il punto in cui la tensione raggiunge il picco massimo ed esplode, dopo essere stata accumulata dall’uso di termini taglienti e precisi legati al mondo dei pesci. Davvero bello, complimenti!

  4. Molto bello il confronto tra il corpo della piccola alice e quello della narratrice. Molto ben riuscita la metafora del garum. Ma quello che mi è piaciuto di più, come ha fatto notare Giulia, è come il racconto intrecci più piani: il pesce delle fiabe; i desideri di verità per i genitori, per la vicina e per se stessa; l’ambivalenza della madre; e il presente, passato e incerto futuro della protagonista. E la scena finale è un colpo al cuore, con lei che sviene e il padre che la soccorre, lasciando intendere il peggio, ma senza specificarlo. Mi è piaciuto molto anche il continuo uso di termini che richiamano sia la cattura di questi piccoli pesci, ignari di un destino ormai nelle mani di altri, e una vera e propria autopsia (viscere, reti, odore di porto e di budella, sangue che cola nei solchi del tagliere, come potrebbe accadere su una tavola autopica, o anche dentro il suo corpo). Brava 🙂

  5. Federica Tinti

    Non riesco a scrivere. Ho pianto troppo forte. Pazzesco.
    Gaia, mi hai letteralmente uccisa.
    Semplicemente perfetta. Brava.

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