Rid lancia il badile dall’altra parte del muretto e si guarda intorno. La foresta è sigillata in un silenzio di morte. I rami degli alberi sono dita scheletriche puntate al cielo nero.
Rid deglutisce a fatica. Una goccia gelida gli cola lungo la schiena.
Dai, muoviti!
Afferra le pietre sbeccate e si arrampica infilando i piedi nei buchi del muretto. Scavalca le lance aguzze in cima e balza a terra. Bene, fin qui era facile. Adesso attento a non fare rumore.
Avanza tra i cespugli di rovi trattenendo il fiato. Le spine gli graffiano le guance, le braccia. Sono appuntite come le unghie di una strega. Recupera il badile ed esce allo scoperto.
Dal terreno affiora uno schieramento di lapidi. Ce ne sono a centinaia: storte, coperte di muschio, crollate per metà, nere, di marmo bianco. Un morto avrebbe l’imbarazzo della scelta. Le guarderebbe sfregandosi le mani. Rid, invece, rabbrividisce. Si scosta i capelli neri dalla fronte. Sei qui. Da qualche parte. Ma dove?
Prende un respiro e sgattaiola fra le tombe, l’orecchio teso, il badile stretto nel pugno. Supera la statua di un angelo con la testa mozzata e sfreccia in un corridoio pieno di loculi. Globi di luce gialla galleggiano nel buio come spiriti. Arriva davanti a un albero rinsecchito e si ferma. I versi dei corvi gli congelano le viscere.
Vorrebbe voltarsi e correre a casa. Ma lui non ha una casa. Non più.
Fa ancora qualche passo e si blocca di fronte a una lapide azzurrina, circondata da mazzi di rose fresche. Si china e accarezza la scritta incisa nel marmo gelido: “Qui giace in pace la signorina Mildred Stempton. Sei con gli angeli adesso.”
Rid sorride nel buio. «Trovata» sussurra.
La sera prima, Neil Newman aveva infilato la sua giacca nera da becchino e gli aveva assicurato che la signorina Stempton era ricca. Che l’aveva seppellita lui stesso con un collier di rubini rosso sangue. Poi gli aveva puntato contro l’indice. «Torna senza quella dannata collana, ragazzino. E ti giuro che ti chiudo dentro una bara e ti seppellisco vivo. Capito?»
Rid boccheggia. Sente la terra riempirgli i polmoni, i vermi divorargli la faccia. Scuote la testa. Basta, muoviti! Muoviti!
Affonda la pala nel terriccio umido e scava stringendo forte il manico. Il sudore scende a rivoli sul collo. I muscoli delle braccia bruciano.
Ho un’ora e mezza. Due al massimo. Devo sbrigarmi. Devo…
Qualcosa gli tocca la gamba destra. Rid sobbalza, si volta. Il cimitero è freddo e immobile come una tomba. Abbassa lo sguardo. Un pallone mezzo sgonfio e sporco di fango. Rid corruga la fronte, si china e lo prende. Cosa ci fa un pallone qui?
«Ehi, tu. Passa!»
Rid si gira di scatto.
Un ragazzino è in piedi, sopra il tetto di una vecchia cappella. Indossa maglietta e pantaloncini bianchi a righe rosse. Saltella sul posto come un calciatore prima di tirare un rigore.
Rid lo fissa a bocca spalancata.
«Perché te ne stai lì impalato come una mummia? Sei morto?» grida il ragazzino.
«Eh?»
«Dai, tira!» e saltella impaziente.
Rid resta immobile. Sei reale? Sei vivo? Si schiarisce la voce. «Cosa ci fai qui?»
«Potrei farti la stessa domanda.»
I due ragazzi si scrutano in silenzio, a braccia incrociate, per almeno cinque minuti. Sulle loro teste, la luna brilla bianca e vitrea come l’occhio di un cadavere.
«Allora mi passi la palla o devo venire lì a prenderla?» strilla il ragazzino.
Rid lancia il pallone in alto e lo calcia al volo. La palla sfreccia sopra le tombe e punta dritta dritta alla sua faccia. Il ragazzino la afferra di scatto, un istante prima di essere colpito. Sogghigna. «Non male per un moccioso.»
«Ho tredici anni» dice Rid.
«Io quattordici.»
Il ragazzino scende dal tetto e gli si avvicina. Ha i capelli biondi e sfilacciati come paglia. Gli occhi grigio lapide. Scruta Rid inclinando il capo di lato, la palla sotto il braccio. «Sicuro di non essere morto? Sei pallidissimo e magrissimo e…»
«E tu cosa sei? Un dottore?»
«Io sono Tim. Solo Tim. Tu?»
«Rid.»
Tim lancia il pallone in aria e lo ferma a terra con il piede. «Ti va di giocare a qualcosa?»
Rid scuote la testa. «Non posso. Ho… ho da fare» bisbiglia.
«Dai, facciamo solo due passaggi. Poi ti do una mano a fare… sì, insomma, quello che devi fare. Ci stai?»
«Ecco, io…»
Tim gli si avvicina ancora di più, l’odore di grasso per scarpe e calzettoni sudati soffoca l’aria.
Rid si mordicchia l’interno di una guancia. Sospira. «Solo un minuto.»
Lui e Tim si piazzano alle estremità opposte di un corridoio di lapidi e si passano la palla.
«Allora, che ci fai qui?» chiede Rid.
«Vengo ogni notte, ad allenarmi. Voglio diventare il più grande calciatore del mondo. Tu?»
Rid distoglie lo sguardo. «Ecco, io… io sono il nuovo aggiustatore.»
«Il nuovo cosa?»
«Giro per i cimiteri e aggiusto le cose. Tombe, di solito.»
«E ce l’hai una famiglia? Un papà? Degli amici?»
Rid scuote il capo, i pugni stretti lungo i fianchi. «Sono solo.»
Tim si avvicina palleggiando, scarta Rid all’ultimo con una finta e segna tra due lapidi. Si inginocchia e solleva le braccia al cielo. Resta così, in trionfo. Come se fosse circondato dagli applausi di una folla urlante e non da tombe mute. Un calciatore su una figurina.
Tim si rialza e si sfrega via l’erba dalle ginocchia. «E a te piace?»
«Cosa?»
«Stare solo.»
Rid scrolla le spalle. «Non ho molte alternative.»
Lui e Tim sfrecciano per il cimitero. Calciano i sassi contro gli alberi, spaventano i corvi, scivolano sulla ghiaia per vedere chi arriva più lontano. Tim oscilla a destra e a sinistra, avanti e indietro per tenere la palla in bilico sulla testa. Di colpo, si blocca, il pallone cade a terra.
«Il signor Pritchett! Viene qui tutte le mattine all’alba. E va là, dove c’è quella tomba, la vedi?» e la indica. «Quella bianca con le due croci. È la lapide di sua moglie. È morta di parto insieme al bambino.» Tim scatta in avanti e lo afferra per le spalle. «Il signor Pritchett, certo! Come ho fatto a non pensarci prima? Il signor Pritchett, capisci? Quando ti vedrà, vorrà adottarti. Te lo dico io.»
Rid si ritrae di scatto. «Quando mi vedrà, scapperà via.»
«No! Lui ti adotterà. Devi solo…»
«Perché ti importa tanto? Noi due non siamo amici.»
Tim arretra di un passo. I lineamenti del suo viso sfarfallano come lampadine scariche. «Io sono morto, Rid.»
«Ma smettila.»
«No, dico sul serio. Ero cardiopatico e il mio cuore ha ceduto durante una partita. L’anno scorso.» Tim si sfrega gli occhi grigio lapide con l’avambraccio. «La mamma voleva che smettessi di giocare. Quella doveva essere la mia ultima partita e, in effetti, lo è stata. Ma almeno ho segnato tre cannonate di fila. Neanche Spiderman sarebbe riuscito a pararle.»
Rid serra la mandibola. La rabbia gli schizza nelle vene, le incendia. «Se sei morto, come faccio a vederti?» urla. «Come faccio a toccarti? Come faccio, eh?» e lo spinge indietro.
Tim fa lo stesso, ma più forte. Le labbra diventano bluastre. «È… è difficile da spiegare.»
«Bugiardo!» grida Rid.
Tim gli salta addosso. Cadono a terra e rotolano sui tumuli tirandosi calci e pugni. Rid lo strattona per la maglietta, anche se gli sembra che il tessuto svanisca quando prova a stringerlo. Tim fa per mollargli un pugno, ma si ferma e guarda a destra. Rid lo imita.
Una figura nera si staglia sul cielo colorato dell’alba. Cammina tra gli angeli di pietra stringendosi nell’impermeabile e si inginocchia davanti alla lapide bianca con le due croci.
«Rid. Io sono morto. Ma tu sei vivo. Va’ da lui» sussurra Tim. La voce fragile e sbiadita come la sagoma di uno spettro.
Rid lo adocchia, le mani che tremano. «E se chiama la polizia?»
«E se ti adotta?» dice Tim e scivola nell’ombra della vecchia cappella.
Rid si rialza e cammina tra i cespugli. Il cuore martella nel petto, così forte da fargli male. I rametti schioccano sotto le suole.
Il signor Pritchett balza in piedi, si guarda intorno. In mano ha un annaffiatoio arrugginito. «Chi c’è? Sono armato. Esci fuori! Esci se hai il coraggio!» grida.
Rid trattiene il respiro e fa un passo avanti. La faccia tanto pallida da fare invidia a un vampiro, i vestiti luridi, di tre taglie più grandi, il corpicino scheletrico, sbucano dai rovi.
Il signor Pritchett abbassa lo sguardo su di lui. I baffi grigiastri tremano. «Sei solo, ragazzo?»
Rid scuote la testa e lancia uno sguardo verso la cappella. Ma lì, ci sono solo ombre. I peletti della nuca gli si drizzano e formicolano.
Il signor Pritchett si avvicina e gli stringe una spalla. «Va tutto bene, ragazzo? Hai l’aria di uno che ha appena visto un fantasma.» Lo scuote piano come per farlo rinvenire. «Dove abiti?»
«In giro.»
«Come ti chiami?»
«Rid. Lei è il signor Pritchett.» Si affretta a indicare la tomba. «L’ho letto sulla lapide.»
«Però, sei un tipetto sveglio. I tuoi genitori?»
Rid non risponde, si limita a stringere le labbra.
«A quanto pare siamo rimasti soli tutte e due.» Il signor Pritchett lancia un’occhiata alla lapide della moglie e si immobilizza per un attimo, come se lei gli stesse parlando. Si gratta i baffi. «Devo essere impazzito» mormora. «Ecco, io… io pensavo che potresti venire a casa mia. Naturalmente, non sei obbligato ad accettare. Potremmo fare colazione insieme e… ma cosa sto dicendo? Niente, lascia stare. Addio, ragazzo» e fa per allontanarsi.
Rid scatta in avanti e lo afferra per la manica dell’impermeabile. Potrebbe piangere, implorarlo, inventarsi chissà quale scusa. E invece dice solo: «Ho fame».
Il signor Pritchett sbatte le palpebre. Una lacrima brilla sulla sua guancia. «Oh, beh. Questo cambia tutto.» Fa un cenno con la mano verso l’uscita. «Vieni, andiamo» e si avvia.
Rid esita. Per un istante il pensiero di avere una nuova famiglia lo terrorizza più di essere sepolto vivo. Ma lui è sopravvissuto alla morte dei suoi genitori. Ai vicoli bui della città. Ai ladri. Ai mercanti di organi. Ai pugni di Neil Newman.
Posso farcela. Inghiotte il sapore acido della paura e segue il signor Pritchett tra le lapidi e le croci. Tiene la testa bassa, le mani ficcate nelle tasche bucate. Si ferma davanti al cancello di ferro e si volta all’indietro. «Tim?» grida. «Tim?»
Silenzio.
Il signor Pritchett lo affianca. «Che succede? Chi cerchi, ragazzo?»
«Un mio amico. Era qui prima. Ma adesso… adesso se n’è andato. E io non sono riuscito a dirgli una cosa.»
«Dilla lo stesso. Forse può ancora sentirti.»
Rid lo guarda dritto negli occhi. «Anche se è… morto?»
Il signor Pritchett gli si avvicina. Un sorriso gli sfilaccia l’angolo destro della bocca. «Certe cose solo i morti possono sentirle.»
Rid prende un respiro, fa un passo avanti. Grazie, Tim.
Un pallone mezzo sgonfio rotola fino ai suoi piedi. Rid lo fissa sorridendo con gli occhi che pizzicano. Lo prende, lo lancia in alto e calcia al volo.
I cadaveri balzano fuori dalle bare e fischiano. Gli scheletri saltano, corrono, applaudono. E un ragazzino, che indossa maglietta e pantaloncini bianchi a righe rosse, si inginocchia sull’erba e solleva le braccia al cielo.
L’aggiusta tombe
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18 responses to “L’aggiusta tombe”
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L’immagine di questa esistenza randagia alla quale è costretto il piccolo Rid e che lo porta a incontrare infine il signor Pritchett ed una nuova vita, proprio in luogo in cui la vita la si ha già abbandonata, è davvero potente, come si si fosse accesa una luce nel buio: i miei complimenti.
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Grazie infine, Davide. Sono contenta che il racconto ti sia piaciuto.
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Complimenti, hai un dono naturale nel trattare con estrema delicatezza temi complessi e di un certo peso emotivo. Accompagni per mano il lettore e lo aiuti a entrare nel tuo mondo. Sei molto brava, continua così.
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Grazie infinite, Corrado. Ho in serbo ancora tante storie.
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Ciao Elisa. Il tuo racconto fantasy ha un’atmosfera dark affascinante ma allo stesso tempo una profonda umanità. L’ambientazione in generale mi ha ricordato molto lo stile di Neil Gaiman che è uno dei miei scrittori preferiti! I dialoghi e le diverse scene Rid-Tim e Rid-Signor Pritchett sono molto vividi, mi hanno fanno entrare nel cimitero con loro. Il finale circolare è una chiusura molto potente, un messaggio di speranza che invita ad agire e a non far sfumare nessuna occasione. Complimenti!
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Grazie mille, Alessia. Le tue parole sono molto preziose per me. Neil Gaiman è anche uno tra i miei scrittori preferiti, perciò il tuo commento mi fa doppiamente piacere. Grazie davvero 🖤
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Un bellissimo racconto d’atmosfera che parte trasportandoti in un ambiente gotico alla “Nightmare Before Christmas”, per poi sorprenderti con un finale magico e caldo alla “A Christmas Carol”. Complimenti davvero all’autrice!
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Quelle che hai citato sono due tra le mie storie preferite in assoluto. Grazie, grazie davvero 🌷
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Complimenti per l’atmosfera straordinaria che hai saputo creare: l’incontro tra la solitudine di Rid e l’ottimismo di Tim (anche se avrebbe ben poco da essere ottimista) dona una sensazione di speranza davvero unica. Hai saputo trasformare il cimitero da luogo comune di tristezza a un luogo dove la vita ricomincia e che ci fa capire come la vita vada vissuta cogliendo tutte le opportunità che ci si presentano. Eccezionale!
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Grazie di cuore, Nicholas. Hai colto alla perfezione lo spirito di questo racconto!
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Un racconto straordinario, che mescola tenebra e poesia con la delicatezza di Tim Burton. Il cimitero che prende vita, ma non è da loro che viene la vera minaccia. La paura e la solitudine di Rid emergono in una luce fragile e intensa, quella dell’amicizia e della speranza. Commovente il finale. In cuor mio spero che Rid sia tornato a giocare spesso con Tim.
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Grazie mille, Leyla. Tim Burton è il mio regista preferito, quindi il tuo commento mi fa doppiamente piacere.
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Brava Elisa! Io adoro i racconti gotici e, come ho già scritto su Instagram, il tuo mi ha fatto venire in mente “Il figlio del cimitero” di Neil Gaiman (sono sicura che tu l’abbia letto e se non lo hai fatto corri subito a comprarlo!)
La scrittura è così fluida e accattivante che subito dopo le prime due righe ho smesso di starci attenta (in senso positivo) tanto ero coinvolta dalla storia. La storia di Tim e Rid mi ha commossa, e quando il signor Pritchett propone al ragazzo di seguirlo mi si sono rotti gli argini… 🙂
Complimenti!-
Grazie mille, Laura. Il tuo commento è preziosissimo per me 🖤
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Hai trasformato un luogo triste in cui la morte regna sovrana in un luogo pieno di vita e speranza. Il tuo stile di scrittura è talmente fluido e immersivo che per tutto il tempo mi sono trovata accanto a Rid e ho vissuto insieme a lui ogni singola emozione. Bellissime le descrizioni, in poche parole sei riuscita a farmi immaginare quel cimitero, e le metafore che hai usato mi sono piaciute tanto: si capisce che sono pensate e mirate, assolutamente coerenti con la storia che hai scritto. È meraviglioso il messaggio che hai voluto trasmettere: due solitudini, due cuori infranti che vengono uniti da un bambino che aveva tutta una vita davanti, ma a cui ha dovuto rinunciare troppo presto. Un ragazzino pieno di gioia che, non avendo più possibilità, ne regala una seconda a un suo coetaneo che ha bisogno di sentirsi ancora figlio e a un uomo che ha bisogno di essere padre. Mi hai commosso davvero tanto! Complimenti, Elisa!
Sai cosa ho pensato alla fine? Che questo potrebbe essere il capitolo di un romanzo bellissimo che leggerei molto volentieri ♥️-
Grazie di cuore, Deborah. Le tue parole mi hanno tanto commossa. Hai davvero colto l’essenza del racconto e tutto il non detto che c’è dietro. Per me Tim e Rid sono due ragazzi reali con le loro fragilità e i loro sogni. Il fatto che la mia storia ti abbia emozionata mi riempie di gioia. Grazie, grazie davvero ❤️
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Complimenti per questo racconto!!
Sono riuscita ad immaginarmi perfettamente l’ambientazione e il finale mi ha commossa!!
Sei riuscita anche a trasmettere un bellissimo messaggio di speranza!-
Grazie di cuore, Erika. Le tue parole mi fanno davvero piacere!
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