6 settembre 2215

Il cielo ardeva. Il tramonto era l’unico respiro di vita rimasto sulla Terra, un arco di trenta minuti sospesi tra il rogo del giorno e il gelo della notte. Alice correva, il fiato corto, i piedi che sfioravano la polvere rossa di Zurigo Superficie, quel che restava di una città che non esisteva più. Dietro di lei, il rumore secco dei colpi di pistola. Andrea barcollava al suo fianco, la spalla intrisa di sangue.
«Non fermarti» disse con voce roca.
«Abbiamo ancora dieci minuti prima che il freddo ci uccida.»
Alice aveva solo quattordici anni quando il suo mondo era crollato. Nascosta dietro le tubature di un condotto nel laboratorio sotterraneo di Milano, aveva visto sua madre, la dottoressa Serena Lenzini, affrontare Kozlov, il magnate che possedeva ogni città nel sottosuolo d’Europa. Kozlov non voleva che la Terra tornasse vivibile. Per lui, il dominio si nutriva della dipendenza degli uomini dalle tane sotterranee in cui la luce era artificiale, dosata a cicli da sei ore. Il sole era solo un ricordo stampato nei libri per bambini. Le persone come piccole formiche prigioniere di un pianeta rotto.
Lo sparo come un tuono le era arrivato alle orecchie. Alice si era morsa le labbra per non gridare. Aveva visto il corpo della madre piegarsi a terra, e prima che la vita l’abbandonasse, la scienziata aveva guardato di scatto verso il nascondiglio, come se sapesse che sua figlia fosse lì. Quel gesto era stato l’addio e un comando insieme: proteggi il chip.
Il microchip era nascosto nella collana che la ragazza portava sempre al collo. Dentro, la formula chimica capace di ricreare l’atmosfera, di restituire alla Terra il respiro perduto.
«Se mi succede qualcosa» le aveva detto la madre, «portalo al dottor Emil Krämer, a Zurigo. Lui saprà cosa fare.»
Il battito nel petto era un tamburo che la riportò al presente. Non solo paura: era il tempo che scorreva via.

Otto minuti.

Il freddo era un predatore invisibile. Scivolava sotto i vestiti, mordeva le dita, rallentava i pensieri. Alice sentiva le palpebre farsi pesanti: il sonno era l’inganno del gelo, la sua trappola finale.
Andrea inciampò, si reggeva a malapena.
«Lasciami qui» sussurrò.
«Neanche morta!» ribatté Alice, sollevandolo sotto il braccio. Fra pochi minuti l’aria sarebbe precipitata a temperature polari, e i loro polmoni si sarebbero congelati dall’interno.
Giorni prima, lungo i corridoi di un rifugio sotterraneo, Alice si era imbattuta in lui. Andrea, diciotto anni, occhi scuri e voce dura. Sopravviveva di astuzie, vendendo mappe segrete dei tunnel e passaggi per la Superficie privi di telecamere di identificazione. Non aveva fatto domande quando lei, con un filo di voce, gli aveva detto che doveva raggiungere Zurigo.
«Quanti crediti hai?» aveva chiesto lui.
Alice glieli aveva promessi senza esitare. Non poteva dirgli tutto, non poteva rivelare il segreto della collana. Ma nei suoi occhi Andrea aveva riconosciuto qualcosa che conosceva bene: la perdita. Anche i suoi genitori erano morti, carbonizzati dalla calura di mezzogiorno, quando lui era solo un bambino.

Cinque minuti.

Le ombre si allungavano, e le strade di quella che un tempo era stata una splendida città sembravano tagliate da lame di ghiaccio invisibile.
Un proiettile sfiorò la gamba di Alice, scheggiando l’asfalto. I killer di Kozlov non mollavano. Erano in tre, figure nere sagomate contro il rosso del cielo.
Andrea si voltò, alzò la pistola che aveva sottratto a un soldato sotterraneo, e sparò alla cieca. Uno dei sicari cadde.
«Corri!» gridò.
Alice lo trascinò verso l’edificio basso che si stagliava all’orizzonte: il laboratorio di Krämer. Ogni passo era un atto di volontà contro il gelo che già iniziava a scendere.
In una delle notti trascorse a scappare, Alice si era lasciata andare al pianto. Ricordava ancora l’odore di lavanda nei capelli di sua madre, le sere passate a guardare le stelle attraverso il vetro del laboratorio, quando il cielo era ancora visibile.
Andrea, sdraiato accanto a lei, le aveva teso la sua giacca logora. Aveva smesso di proteggerla per i crediti. Ora lo faceva per qualcosa che non riusciva a dire.
«Sai una cosa?» mormorò lui. «Quando ero piccolo, credevo che il tramonto fosse la cosa più bella rimasta sulla Terra. Ora lo odio. È solo un timer che ci ricorda quanto poco ci resta.»
Alice non rispose, ma dentro di sé aveva giurato: avrebbe portato a termine la missione.
Per sua madre. Per l’umanità.

Due minuti.

L’aria diventava già pungente, come cristalli di vetro che si frantumano a ogni respiro. I due ragazzi raggiunsero i gradini del laboratorio. Dietro di loro, gli ultimi due sicari.
Andrea si voltò e fece da scudo. Un colpo lo prese al braccio, facendolo indietreggiare, ma riuscì a sparare di nuovo. Un killer cadde. L’altro si accartocciò come un rovo congelato, le ossa che crepitavano sotto il peso del freddo.
Alice digitò il codice scritto dietro la collana. La porta non si aprì.
Un messaggio lampeggiava sullo schermo: ‘AUTORIZZAZIONE NEGATA’.
Alice batté allora i pugni.
«Aprite! Vi prego!» gridò.
La porta si spalancò con un sibilo. Una figura alta, con i capelli bianchi e lo sguardo acuto, li accolse.
«Tua madre mi aveva avvisato» disse il dottor Krämer.
Con mani tremanti, la ragazza tolse la collana dal collo e consegnò il microchip. Le dita dello scienziato lo accolsero come se fosse sacro.
Fuori, il sole scompariva oltre l’orizzonte. Dentro, il laboratorio era caldo, illuminato da luci artificiali. L’aria odorava di metallo e ozono. Macchinari lampeggiavano silenziosi, come vene pulsanti.
Alice si lasciò crollare su una sedia, il cuore che ancora martellava. Andrea, pallido ma vivo, le rivolse un sorriso stanco.
«Ce l’hai fatta» disse.
Ma il dottor Krämer non sorrideva. I suoi occhi si posarono sulla ragazza come lame di vetro.
«No, ragazzo. Lei non ha fatto nulla. Ha solo eseguito la sua programmazione.»
Andrea lo fissò, confuso. «Che cosa stai dicendo?»
Krämer si avvicinò al collo della ragazza. Dietro l’orecchio, un piccolo innesto metallico pulsava di luce blu. Andrea spalancò gli occhi.
«No…» mormorò.
«Alice 32.0» disse lo scienziato con voce calma, «missione completata.»
Premette un interruttore invisibile. Gli occhi della ragazza si velarono di bianco. Le mani caddero inerti, il respiro si spense come una fiamma soffocata.
Andrea fece un passo avanti, ma non riuscì a toccarla. Restò immobile, impotente.
«Non era umana?» sussurrò.
Krämer non rispose subito. Accarezzò la guancia della creatura, ormai immobile, come si fa con una macchina preziosa che ha compiuto il suo dovere.
«Era la più perfetta imitazione di umanità che abbiamo mai creato. E ora ci ha consegnato la chiave per salvare il pianeta.»
Il silenzio cadde nella stanza. Andrea tremava, diviso tra rabbia e disperazione. Per lui Alice era stata reale, con paure, ricordi, perfino sogni. Ma davanti a sé non c’era più una ragazza. Solo un involucro.
Fuori, il mondo restava ostile.
Dentro, nella quiete artificiale del laboratorio, l’alba di una nuova Terra iniziava senza di lei.

Commenti

6 responses to “6 settembre 2215”

  1. Davvero bene gestita la semina delle informazioni per evitare l’infodump. Bella l’idea del tramonto come spazio breve di sopravvivenza, un accenno di worldbuilding interessante.

  2. Ciao Ella. Questo racconto fantasy scorre veloce e arriva diritto al cuore. Sei riuscita, in poche righe, a racchiudere un mondo intero. Il finale trasmette il senso della storia, arriva come uno schiaffo in pieno viso a risvegliare le coscienze. Il ritmo è ben dosato dall’inizio alla fine, tra azione e pezzi della storia che si completano. Il tempo scandito come un timer crea suspense, sprona il lettore a rincorrere Andrea e Alice, riga dopo riga. Inoltre, è sempre bello per me scoprire scrittrici italiane di fantasy! Complimenti!

  3. davideruscelli

    Un mondo rotto dove la finestra di sopravvivenza all’esterno è così breve ti spinge a riflettere su quanto ci sia tutto estremamente prezioso proprio così come è.
    Intelligentissima la gestione del personaggio di Alice della quale prima si tratteggia un quadro emotivo complesso -il pathos nel ricordo della madre che muore affidandole il compito di salvare il mondo e l’ethos nel ricordo del profumo di lavanda dei capelli della donna- e poi, colpendo al cuore il lettore, se ne distrugge l’ideale di eroina romantica semplicemente per spegnimento: l’interruttore che disattiva Alice 32.0 diventa veramente l’unico discrimine fra coscienza umana e intelletto artificiale. I miei complimenti.

  4. Il racconto mi è piaciuto molto non solo per la storia in sé ma soprattutto per come hai abilmente gestito le informazioni su questo futuro distopico, dando la possibilità al lettore di farsi un’idea senza però rallentare il ritmo con un inutile infodump. Le fasi della fuga, scandite dal trascorrere dei minuti che li separano dal tramonto e da morte certa, si alternano a digressioni sul passato in maniera equilibrata, danno spessore alla storia senza appesantire la scena. E dopo aver empatizzato con Alice veniamo alla fine spiazzati, come lo è Andrea, di fronte alla rivelazione sulla vera natura di Alice, tanto che il messaggio finale di speranza, “l’alba di una nuova Terra”, ma senza più Alice, ci lascia con l’amaro in bocca.
    Brava 🙂

  5. Luca

    Chi è l’umano e chi è il robot? Qual è la vera differenza? Questo racconto è un piccolo gioiello al dito del paradosso di Blade Runner.
    La storia corre veloce come la protagonista in fuga dal gelo e dai sicari, le poche immagini sono vivide come in un perfetto cortometraggio animato cyberpunk.
    La frase finale è da brividi.

    1. MARIA ROSARIA

      Bellissimo racconto in pochissime righe una storia mozzafiato che ti fa vivere realmente l’accaduto.
      Grazie

Rispondi a Francesco MinazziAnnulla risposta

Scopri di più da Albori

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere