Il fumo della cicca riempie l’aria davanti a me. La minigonna sopra alle calze a rete e il piccolo top sbiadito coprono decisamente poco di quello che ho da offrire. Ma non mi importa, è solo il modo in cui ho deciso di apparire questa volta. Sono annoiato, questo lavoro non mi dà più stimoli come un tempo. Lo faccio da quando ho memoria. Non ricordo nemmeno se sia stata una mia scelta, oppure se sia stato predestinato da una qualche profezia o stupida maledizione.
«Ehi, tesorino» dico all’uomo appena uscito dalla bettola che piantono da diverse ore. «Che ne dici di un po’ di su e giù stasera?» Finalmente una preda per lo Stige!
L’altro mi fissa. Il suo sguardo lascivo mi disgusta.
«Per caso sei anche una veggente, bellezza? Perché era proprio quello a cui stavo pensando.»
L’insegna lampeggiante del pub illumina a intermittenza l’uomo che mi barcolla davanti, il puzzo di alcol scadente si sente già da quei pochi metri di distanza. Fin dal primo sguardo capisco che è il classico tipo che ha sprecato la vita cercando di truffare poveracci, solo per racimolare qualche spicciolo in più.
Gli faccio l’occhiolino sorridendo e lo invito con l’indice a seguirmi nel vicolo alle mie spalle. «Ho un posticino qui dietro.» Questa sera ho meno voglia del solito. Ho intenzione di concludere in fretta. Non appena siamo nella penombra, mi volto e riprendo la mia forma originale.
Il ceffo si blocca e strabuzza gli occhi.
«E tu chi cazzo sei? Dov’è finita la biondina?»
«Oh, mi spiace deluderti.»
Mi avvicino. L’uomo indietreggia verso un muro.
«Oliver, mio caro.»
Lancio il mozzicone a terra, guardando annoiato la cenere scintillante della sigaretta per poi spegnerla con lo stivale.
«Ho proprio il presentimento che la tua serata non andrà a finire come ti aspettavi.»
Il tipo caccia fuori il suo coltellino e lo punta verso di me. «Sta’ lontano. Che vuoi da me?»
Sospiro. Torno a fissare la mia preda. «Non c’è nulla di cui agitarsi. Voglio semplicemente la tua anima.»
La sua bocca si tira in un sorriso sghembo. «Be’, mi spiace ma non è in vendita.»
«Sei sempre stato così venale, Oliver. Io non intendo comprarla.»
«Per quanto mi riguarda, puoi tornartene dal buco da cui sei venuto.» Allunga un affondo col coltellino, mirando allo stomaco. La lama penetra senza problemi la carne e le ossa marce: vermi brulicanti fuoriescono, strisciano sul braccio del delinquente.
«Ma che diavolo…» Lascia l’arma e scuote la mano per liberarsi dalle viscide larve. «Ma cosa sei?» Il volto dell’uomo è deformato dall’orrore, mi osserva come se stesse guardando la morte stessa.
Estraggo la lama da quelle che molto tempo prima erano state le mie budella e la lascio cadere a terra con noncuranza. Faccio un passo avanti in modo che la luce intermittente dell’insegna mi illumini meglio il viso.
La reazione è comprensibile. Non tanto per il retino da pesca lungo due metri e mezzo che porto legato alla schiena, quanto per il mio aspetto che ricorda quello di un uomo morto da qualche mese. So bene che il pallore cadaverico, gli occhi particolarmente infossati, e le larve che si divertono a banchettare sulle mie guance non sono uno spettacolo gradito per la maggior parte delle persone.
Ovviamente Oliver è uno di quelli. Infatti, superata l’iniziale paralisi da terrore, cerca di svignarsela senza troppi complimenti. A me basta agitare una volta il mio retino per bloccarlo.
Con tutta calma mi porto davanti a lui. Strabuzza gli occhi e trema come un pupo. Non riesce a muovere un muscolo, e allora, con un mezzo sorriso, inizio il mio show.
«Sai, Oliver, è questo che faccio. Io raccolgo anime. Quelle di chi ha smarrito ogni scopo, ogni direzione. Come te. Non sono qui per punire, e non sono qui per salvare. Le vostre vite diventano gusci vuoti e io… be’, io mi limito a svuotarli completamente. La tua anima, per esempio, non serve più a nulla su questo piano. È logora, consunta. Ma dall’altra parte, nel mio mondo, può ancora servire. A cosa? Non chiedermelo, nemmeno io ho pieno controllo di quello che accade dopo la raccolta. Io sono solo il tramite: l’Acchiappanime.»
Lui mi fissa, tremando. Provo a indovinare il pensiero che gli passa per la testa: che forse con qualche scusa, con qualche supplica, possa cavarsela. «E, prima che tu ci provi» aggiungo, la testa inclinata e i denti marci esposti «no, non puoi comprarti la salvezza. Non puoi nemmeno convincermi che meriti una seconda occasione. Tutti ci provano. Ma falliscono miseramente.»
«No, aspetta io…»
Troppo tardi. Un colpo del mio retino basta a prosciugare ogni goccia del suo essere, senza il minimo sforzo.
Un altro lavoretto liscio come l’olio santo, penso mentre ripongo il mio retino. Ora posso anche ritirarmi.
Quando giro su me stesso per tornare da dove sono venuto, però, mi trovo la strada sbarrata da qualcuno. È un marmocchio di non più di nove anni, alto un terzo della mia statura, vestito con degli stracci malandati e un berretto di almeno due misure più largo. Mi guarda con due occhi che sembrano palline da golf, senza esalare il minimo fiato.
Lo squadro un paio di secondi e poi domando: «E tu chi saresti?»
Il ragazzino rimane lì, fermo, senza proferire parola. Non sembra spaventato, anzi, sembra quasi… ammirato? Ha lo sguardo di un bimbo che ha davanti a sé il proprio eroe. Nonostante io sia un essere dell’occulto, provo uno strano senso di inquietudine verso quel piccoletto.
«Senti, non ho tempo da perdere con te. Quindi buonanotte» mi affretto a dire, per poi allontanarmi per la mia strada.
Non faccio in tempo a fare due passi che subito sento la presenza del bambino dietro di me. Mi giro per gridargli di andarsene, ma non trovo nessuno alle mie spalle. Mi guardo intorno perplesso, domandandomi se il soldo di cacio si sia levato di torno ma, appena mi rigiro, lo trovo lì ad aspettarmi. Che diavolo vuole?
«Forse non hai capito, te lo ripeto. Non starmi tra i piedi.»
«Io vengo con te» fa il ragazzino con infantile genuinità.
«Come sarebbe a dire? Sai da dove vengo io, marmocchio?»
«L’oltretomba.»
La risposta mi spiazza. E questa mezza cartuccia come fa a saperlo?
«E non hai paura?» Alzo un sopracciglio decomposto.
Il ragazzino scuote la testa in segno di diniego. Sono stanco ma mi voglio anche divertire, non capita spesso un’occasione così succulenta.
Faccio spallucce. «Per me va bene, andiamo.»
Prendo di nuovo il mio retino e, con gesto circolare, creo un portale sulla parete di mattoni sudicia.
Lo indico con fare servile. «Dopo di lei, signore.»
Il ragazzetto si stampa un sorriso compiaciuto sulla faccia e trotterella oltre l’adito come se stesse entrando in un maledetto negozio di dolciumi. Lo seguo spazientito e vengo trasportato insieme a lui sulle rive dello Stige.
Dal fiume arrivano urla strazianti di anime dannate da un’eterna vita di tormento. Orribili visioni di corpi mutilati o deturpati colorano il panorama tinto dal sangue degli stessi, incorniciando un’immagine di dolore eterno. Inspiro l’aria pregna di zolfo a pieni polmoni: mi gusto il sapore di casa.
Mi giro verso il poppante, pronto ad ammirare l’orrore dipinto sul suo volto, ma rimango profondamente deluso. Ha la stessa espressione di un dodicenne che per la prima volta vede una donna come mamma l’ha fatta.
«Chi sei tu?» chiedo sconcertato.
«La fine arriva per tutti, mio buon amico.» Il ragazzino mi sorride con occhi scintillanti.
Allora capisco. Non dico nulla. So benissimo che non troverei alcuna ricompensa o scusa che possano dissuadere un Acchiappanime.
Gli consegno il mio retino e anche io, per la prima volta dopo secoli, sorrido.
L’Acchiappanime
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11 risposte a “L’Acchiappanime”
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Mi ha sorpreso quanto questo racconto riesca a mescolare ironia e oscurità con una naturalezza disarmante.
L’idea dell’Acchiappanime, con il suo retino al posto della falce, è originale, ma quello che colpisce davvero è la voce del narratore così cinica e stanca, quasi umana nel suo disincanto.
E poi vogliamo parlare del finale? Inatteso e perfetto, che ribalta i ruoli con una semplicità che lascia il segno.
Se c’è un continuo o un mondo narrativo in costruzione dietro questo racconto, spero di poterlo leggere presto.-
Grazie Annamaria! Contentissimi di sapere che tu abbia apprezzato così tanti aspetti del nostro racconto.
E forse forse ci hai visto bene a riguardo di un “mondo” che si nasconde dietro di esso…stay tuned 👀
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Stephen King dovrebbe leggere questo racconto, ne avrebbe un’opinione più che positiva, sicuramente. Detto ciò, originalissima l’idea del retino: una scelta che rompe il cliché del mietitore armato di falce e che rende questo Acchiappanime un personaggio truce e comico insieme: davvero la definizione perfetta di ironia nera.
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Wow addirittura essere paragonati al Re! Non ne siamo assolutemente degni! xD
Si, volevamo dare quel tono ironico che non appesantisse la narrazione e la falce sarebbe stata troppo classica, felici di sapere che è stata apprezzata come scelta.
Grazie mille per il commento!
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Non so perché, ma questo Acchiappanime mi lascia pensare che ci siano ancora storie da raccontare, quasi un frammento di un personaggio in parte diabolico e in parte rassegnato, che certamente ne ha viste tante di cose. Perciò bello e lo prendo quasi come un antipasto per qualcosa che un giorno, forse, avrai voglia di raccontare in modo più ampio. Molto bello lo stile, subito efficace nel modo in cui tratteggi il personaggio e la situazione che si viene a creare. E sono contento anche che ci sia ancora voglia di scrivere qualcosa d’horror, un genere che a me è sempre piaciuto. Ti sei ispirato a qualche romanzo o film in particolare?
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Grazie Claudio! Allora in realtà il racconto nasce da un sogno, quindi in questo caso l’ispirazione è onirica🤭
Caspita, non sei il primo che intravede un mondo più grande dietro a questo piccolo racconto…chissà che non ci sia qualcos’altro in corso 👀
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Ciao, Nicola e Lorenzo. Questo racconto horror arriva giusto in tempo per Halloween! Ho apprezzato molto il taglio ironico e la scelta della prima persona. Amo le storie che lasciano intravedere il senso tra le righe, che usano gli elementi “magici” o “surreali” per dire altro. La lettura scorre veloce e piacevole e ti fa venire voglia di saperne di più. Sto già immaginando tutto l’universo dell’Acchiappanime e gli infiniti intrecci di storie delle anime che ha incontrato. Ma più di tutto mi chiedo cosa abbia spento la sua. Ho empatizzato molto col senso di noia che si trasforma in una sorta di sollievo nel finale. Come quando sei talmente saturo di un lavoro o di una situazione che quando poi si conclude, anche se in maniera negativa, sei solo felice di essertene liberato. In questa conclusione tragica, narrata in modo leggero, risiede per me tutto il senso del racconto. Complimenti!
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Grazie mille Alessia per il bellissimo commento! Pensiamo che tu abbia trovato proprio il fulcro del personaggio e del messaggio che volevamo comunicare, a dimostrazione che anche la narrativa del fantastico possa comunicare anche tematiche di un certo peso! Grazie davvero 💖
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Ciao, Nicola e Lorenzo. Racconto horror con spunti ironici, ma anche con qualcosa di malinconico. Sarà che si avverte la stanchezza dell’acchiappanime, da secoli obbligato ad avere a che fare con l’umanità, che alla fine si trova a sorridere quando finalmente è arrivata la fine del suo, per così dire, mandato. Complimenti 🙂
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Grazie mille Laura per il tuo commento! Hai preso in pieno lo stato d’animo del personaggio e, come speravamo, è riuscito a farti empatizzare con lui e hai percepito la sua “stanchezza dell’umanità”
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Bel racconto! All’inizio sembrava che l’Acchiappanime fosse una specie di cacciatore, che prende ciò che trova. Invece poi si capisce che conosceva Oliver ed era lì proprio per lui.
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