Il cacciatore di angeli

Mi piace leggere i libri usati.
Quelli ingialliti dal tempo, consumati dalla lettura e magari macchiati di caffè o tè. Capita di trovarci delle note a matita. Per lo più si tratta di parole insignificanti: impegni da ricordare, liste della spesa, o semplici scarabocchi. Di rado, commenti al testo.
Qualcuno sottolinea interi passaggi. E allora mi piace immaginare cosa l’abbia colpito, quali corde della sua anima abbia toccato, o quali ricordi abbia smosso.
Quelle note, a prima vista così insignificanti, possono nascondere messaggi in codice da decifrare. Forse per un amante, o per un amico, per qualcuno a cui quel libro è destinato.
Può succedere che il destinatario di quei messaggi sia io.
È così che trovai le ultime parole di un’aspirante suicida.

L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario dove sono stato ospite per più di vent’anni disponeva di una biblioteca piuttosto fornita. Scoprii il messaggio alla fine di un capitolo del libro “Gridano i gufi” di Janet Frame. Il testo era il seguente:

Non riesco più ad andare avanti.
La vita fa troppo rumore,
e corre troppo veloce per me.
Devo scendere.
O impazzirò di dolore.

Accanto al nome, Linda A, la data del 14 luglio 2024.
Lo lessi il 14 luglio dell’anno successivo.
Io non credo alle coincidenze. Sono convinto che il caso non esista. Dietro a ogni accadimento si cela un disegno.
L’esistenza è una sorta di immensa ragnatela. Ognuno è fissato in un punto preciso della spirale di seta. Muovendosi – perché la vita è movimento – si può cadere e passare a un altro punto di ancoraggio. Questo trasferimento può avvenire più volte, finché non si trova la giusta posizione, quella in cui ci si sente a proprio agio, quella in cui ci si sente a casa.
Come la ragnatela è costruita secondo una precisa geometria, così i punti di ancoraggio sono regolati da un’accurata architettura incentrata sull’affinità. Alla fine, sopraggiunge il ragno a porre fine a ogni movimento.
Quel messaggio, così denso di significato, era destinato a me e a me soltanto: un’inconscia richiesta di aiuto da parte di questa Linda.
Dovevo trovarla.
Ero stato giudicato non imputabile per vizio totale di mente e, invece della detenzione carceraria, il giudice dispose una misura di sicurezza detentiva alternativa. Queste strutture sanitarie oggi le chiamano REMS – Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza. Il nome “Ospedale Psichiatrico Giudiziario”, ritenuto troppo mortificante anche solo da sussurrare nelle zone d’ombra dei tribunali, era stato asportato chirurgicamente, come un tumore della pelle, spiacevole da riconoscere e penoso da guardare.
Ogni due anni circa venivo sottoposto al giudizio di una commissione per valutare il permanere o meno della mia pericolosità sociale.
All’inizio facevo scena muta. Per me il loro giudizio era superfluo e senza valore. Avevo una missione da portare avanti, affidatami da Dio. Come potevano quegli uomini senza onore valutare il significato morale delle mie azioni?
Il mio lavoro era riportare in Paradiso gli angeli dispersi sulla Terra, e per farlo era inevitabile infrangere le leggi degli uomini. Il concetto di pericolosità sociale non era applicabile alla natura del mio operato.
Dovevo uscire di lì.
A ogni sessione di valutazione del mio stato psichico, mentre loro studiavano me, io cercavo di capire cosa desiderassero sentirsi dire. Imparai a leggere le espressioni dei loro volti e a interpretare il linguaggio del corpo. Diventai bravo a coglierne il significato e le sfumature. Mi ci vollero anni di esercizio, ma alla fine sapevo riconoscere il disagio dal semplice gesto di sfregarsi il naso, o distinguere la tensione estrema dalla necessità di trattenere un’informazione da come qualcuno si toccava la bocca con le dita. La comunicazione non verbale poteva essere più densa di significato di quanto lo fossero le parole stesse.
Dio volle che, poco tempo dopo aver ricevuto il messaggio di Linda, la commissione mi ritenesse degno di rientrare nel mondo.
Mettermi alla sua ricerca non fu semplice. Sperai solo non fosse troppo tardi. Da soli gli angeli non sono in grado di tornare dal Padre, quel compito spetta a me.

Prima della reclusione forzata, quando potevo svolgere in libertà la mia missione, trovare qualcuno non era un’impresa da poco. Stanare un angelo nascosto tra la gente comune richiedeva disciplina, una ferrea volontà e un’incrollabile determinazione. L’avvento di internet mi aveva semplificato il lavoro. Durante il ricovero ero diventato abile a usare il computer e, nonostante i filtri e l’uso limitato dei social, riuscivo a sfruttare al meglio la rete a mia disposizione. In segreto, e in cambio di favori, altri pazienti sfruttavano le mie capacità per ritrovare vecchi contatti, o familiari datisi alla macchia.
Questo tipo di competenza risultò indispensabile quando fui rilasciato. Recuperati gli indirizzi delle librerie e delle biblioteche che avevano donato libri all’istituto di detenzione, mi applicai a ricostruire a ritroso il percorso del libro fino a restringere la lista dei candidati. Ma mentre questa si riduceva sotto i miei occhi, anche la mia speranza scemava.
Nei mesi successivi al mio rilascio ebbi momenti di tale avvilimento da pensare che Dio mi avesse abbandonato. Alcuni giorni mi svegliavo rassegnato e la sera, quando non ero riuscito a venire a capo di nulla, mi coricavo avvolto in un bozzolo di cupa disperazione.
La luce del Signore mi illuminò nella sua infinita benevolenza quando arrivai a una delle ultime opzioni in lista. Si trattava di una libreria di periferia.
Il titolare, un anziano che odorava di tabacco e canfora, riconobbe il libro come uno dei suoi, ma non fu in grado di risalire a chi lo avesse comprato. Stavo per sprofondare di nuovo nello sconforto quando il vecchio identificò sul retro della copertina un’etichetta appena leggibile. Apparteneva a un suo conoscente che gestiva una bancarella in un mercatino delle pulci non lontano da lì. Una volta acquistato il libro, il proprietario doveva averlo rivenduto o ceduto a questo commerciante.
Non ho mai sopportato le chiacchiere da salotto e le frasi di circostanza: sprecare parole per riempire il silenzio è come scagliare sassi nella neve intatta. Ma ero talmente felice di avere tra le mani un indizio concreto che indugiai nel conversare del più e del meno con il vecchio libraio.
Rintracciai la bancarella. Finsi interesse per una vecchia e costosa edizione degli anni Cinquanta di “Grandi speranze” di Dickens e chiesi con fare distratto al venditore se ricordasse da chi avesse ottenuto il libro in mio possesso. Mi confidò che una buona parte dei volumi gliel’aveva ceduta la nipote, Linda, quando si era trasferita in un’altra città. Mi disse che lo aveva autorizzato anche a donare alcuni suoi libri agli ospedali e ad altri organi statali.
Dovetti far appello a tutta la mia disciplina per non far trapelare la felicità che provai nel sentire quel nome: Linda. Il nome del mio angelo echeggiò dentro di me come una campana che suona a festa.
Lo zio di Linda si profuse in complimenti nei confronti della nipote, elogiandone bontà e generosità. Ma io non avevo bisogno di convincermi della sua natura, già ne conoscevo la purezza. Gli chiesi se potessi mettermi in contatto con lei, ma lui si irrigidì. Le persone si sentono a disagio quando vai dritto al punto, o quando fai domande insolite e troppo personali.
Non insistetti. Comprai il libro di Dickens e me ne andai.

A quel punto trovare Linda fu una passeggiata.
Linda Alalos, così si chiamava. Ed era ancora viva.
Famiglia di origine greca. Venticinque anni appena compiuti, impiegata nella biblioteca pubblica di una piccola cittadina di provincia. Non aveva amici e viveva da sola in un appartamento poco lontano dal posto di lavoro.
La seguii qualche giorno per farmi un’idea delle sue abitudini. Era una ragazza metodica: ogni giorno ripeteva esattamente la stessa routine. Quando ritenni di essere pronto, mi decisi ad avvicinarla.
Era un mattino d’autunno e gli alberi, arrossati di imbarazzo, sfilavano lungo i viali, indispettiti dal vento che iniziava a scoprirli. E io mi sentivo come quella brezza, impaziente di sottrarre le foglie a quell’abbandono.
La biblioteca era stata spostata nell’edificio che ospitava gli uffici adibiti alla pesa pubblica, in attesa che finissero i lavori di ristrutturazione nella nuova sede, lavori che duravano da più di un anno.
Più che una dimora del sapere, quel posto somigliava a un ufficio delle imposte. Ora che ero così vicino all’obiettivo non potevo permettermi di fallire.
Dovevo dare agli impiegati l’idea di essere un frequentatore abituale della biblioteca, finora passato inosservato solo perché troppo immerso nelle proprie ricerche per scambiare due parole. Tra un libro in prestito e l’altro, elargivo complimenti a tutti per la bravura nella catalogazione dei volumi, o per come tenevano ordinata la sala lettura. 
Confidai a una delle ragazze che stavo scrivendo un saggio su un certo autore e che avrei trascorso un po’ di tempo da loro a lavorare. Diventai presto un habitué, un viso familiare.
Linda restava sempre in disparte. Mi rivolgeva fugaci sguardi tra una mansione e l’altra. A volte accennava un breve sorriso di circostanza. Si muoveva tra gli scaffali di libri con passo leggero e gesti silenziosi, come un discreto fantasma.
Un giorno mi presentai con dei pasticcini, attribuendo il gesto ai festeggiamenti per il compleanno di un qualche nipote. Uno dei commessi chiamò Linda dalla stanza della fotocopiatrice e, per farlo, si avvicinò e le toccò una spalla, quando avrebbe potuto rivolgersi a lei per nome.
Mi si accese un sospetto, che confermai in seguito osservandola con più attenzione.
Linda era sordomuta.
Portava un apparecchio in entrambi i padiglioni auricolari, ma non dovevano funzionare molto, perché non dava segno di sentire alcunché.
Quel giorno la seguii nel posto dove trascorreva la pausa pranzo: una sala da tè.
Fuori pioveva e il cielo, grigio e senza nuvole, era così denso da sentirne il peso.
La raggiunsi al tavolo con la mia tazza di caffè e una pasta alla crema. Lei trasalì e si irrigidì sulla sedia.
«Buongiorno» mi presentai, sfoggiando uno dei miei sorrisi più collaudati, «non so se si ricorda di me… Vengo spesso in biblioteca» dissi, scandendo bene le parole. «La disturbo?»
Linda mi studiò per un’interminabile manciata di secondi.
«Posso sedermi?» Non aspettai il suo permesso e presi posto di fronte a lei dall’altra parte del tavolo. Linda non reagì in alcun modo, tanto che pensai non mi avesse riconosciuto, o che non mi avesse neppure udito.
«Riesce a sentirmi?» insistetti, e indicai con una mano il mio orecchio.
Lei si scosse, sbattendo un paio di volte le palpebre, come qualcuno che si è appena svegliato e ha bisogno di un attimo per sintonizzarsi con la realtà.
Si voltò e armeggiò con lo zainetto appeso allo schienale della sedia. Estrasse un taccuino non più grande della mia mano, con i fogli bianchi, di quelli che si voltano dal basso verso l’alto intorno a una spirale metallica fissata sulla parte superiore. Recuperò una penna e si mise a scrivere, con calma. Staccò la pagina dal bloc-notes e la fece scivolare sul tavolo verso di me.

Buongiorno,
sì, mi ricordo di lei.
E no, non la sento.
L’apparecchio fa troppo rumore, così lo tengo spento.
Ma sono molto brava a leggere il labiale.

Sollevai la testa dal foglio e le feci un cenno di assenso. Recuperai il libro “Gridano i gufi” dalla tasca interna del cappotto, lo appoggiai sul tavolo e lo ruotai, orientandolo verso di lei.
«Era uno dei libri che ha dato a suo zio da vendere, e in qualche modo è arrivato a me.»
Linda corrugò la fronte e si appoggiò allo schienale, osservandomi con attenzione.
«Ho letto il suo messaggio» dissi, e sfogliai il volume fino a raggiungere l’inizio del secondo capitolo, mostrandole lo scritto. Lei si protese per leggerlo. Poi distolse lo sguardo dal libro e lo rivolse a me. Si sistemò sulla sedia mantenendo il contatto visivo.
Nonostante fossi diventato abile nel riconoscere le emozioni sui visi delle persone, quella di Linda non seppi decifrarla. Poteva essere un misto di stupore, preoccupazione e curiosità.
Riprese a scrivere e, con le stesse modalità di prima, mi consegnò il messaggio.

Scrissi quelle parole in un momento di grande sconforto.
Quando mi sono trasferita ho regalato un po’ di libri a mio zio e dev’esserci finito dentro anche quello.
Che cosa l’ha spinta a rintracciarmi?

Di solito, a questo punto loro si agitano, si guardano intorno, in panico, come a cercare una via di fuga. Come se io rappresentassi un pericolo. Negli occhi di Linda, invece, mi parve di cogliere una scintilla di sfida.
«Per risponderle è necessario un po’ di contesto» le dissi con calma. «Lasci che le racconti.»
Misi tre bustine di zucchero nel caffè, mescolai la bevanda con il cucchiaino, facendogli fare tre giri. Lo picchiettai sul bordo della tazza lo stesso numero di volte, poi lo appoggiai sul tovagliolo di carta, così da evitare che entrasse in contatto con la superficie del tavolo.
«Può capitare che un angelo finisca per sbaglio sulla Terra. E perda la memoria.» Avvolsi le mani intorno alla tazza per sentirne il tepore. Scrutai il viso di Linda per intercettare una minima reazione: una risposta emotiva di allarme, o di paura. Non mostrò alcun turbamento, nessuna microespressione involontaria tradì la placida calma del suo volto.
«Dimentica ogni cosa» insistetti. «Non sa più chi è, né da dove viene.» Bevvi un sorso di caffè.
Provo sempre un grande piacere e un inatteso senso di sollievo quando una bevanda calda diffonde il suo calore dall’apparato digerente al resto del corpo. Ogni volta mi sembra di sperimentare qualcosa di magico.
«Vivono esistenze solitarie» continuai. «Non riescono a integrarsi, e sono spesso infelici.»
Appoggiai la tazza sul tavolo e rimasi in attesa.
Lei scrisse qualcosa sul taccuino e, senza staccare il foglio, me lo mostrò.

Quindi tu saresti un angelo?

In risposta, io scoppiai a ridere. Lei rimase seria, ma la sua iniziativa di interrompere le formalità e di passare al tu mi fece piacere, significava una maggiore intimità.
«No, cara. L’angelo sei tu.»
Linda sollevò un sopracciglio e strinse le labbra, poi scrisse di nuovo sulla stessa pagina.

E tu chi sei? Perché mi hai cercata?

«Non è importante chi io sia. Conta quello che faccio. Il mio compito è riportarti indietro.»
Un altro messaggio. Lo scrisse di fretta, con una calligrafia più impaziente.

Come fai a essere sicuro che io sia un angelo?

«Per via del tuo messaggio. Altrimenti non sarebbe arrivato a me.»
Il suo sguardo si fece ampio e dischiuse appena le labbra. Poi accartocciò il foglio, lo mise da parte e scrisse su quello sotto; le mani si muovevano febbrili.

E se avessi cambiato idea? Se volessi rimanere?

«È una possibilità» risposi senza far trapelare la mia delusione. «Sono qui per accertarmene.»
Linda mi fissò per qualche attimo, con la penna sospesa sulla carta. Abbassò la testa e riprese a scrivere.

Ho deciso: voglio restare.

A volte succede che gli angeli siano restii a lasciare la Terra. Nonostante la sofferenza, si affezionano alle piccole cose di tutti i giorni. Ma il più delle volte ci ripensano.
«Sicura?»
Lei fece un lento cenno di assenso e mi fissò dritto negli occhi, forse per accertarsi che avessi recepito il messaggio.
Oh! Certo che avevo capito.
Linda si alzò dalla sedia, accennò un inchino piegandosi in avanti con il busto, si mise lo zaino in spalla e si diresse all’uscita. Prima di chiudere la porta dietro di sé mi rivolse un ultimo sguardo.
Se cambi idea, sai come trovarmi. Lo pensai soltanto, ma sapevo che lei aveva capito.
La mascella contratta, le labbra serrate e le nocche sbiancate da quanto stringeva gli spallacci dello zainetto. I suoi occhi indugiarono nei miei, poi passarono in rassegna i clienti del locale. Mi rivolse un’ultima e intensa occhiata e se ne andò.
Fissai la porta a vetri per diversi istanti. Forse nella speranza che tornasse sui suoi passi.
Sospirai. Chiusi il libro, rimasto aperto sul tavolo, e me lo rimisi in tasca.
Mi guardai intorno. Osservai tutta quella gente che affollava la sala da tè: indaffarata, sempre di fretta, che non prestava attenzione a ciò che la circondava.
Il mondo è troppo rumoroso per gli angeli, e corre veloce. Linda prima o poi ci avrebbe ripensato. E io sarei stato pronto. Dovevo solo rimanere in ascolto, mantenere l’attenzione ai dettagli, quelli che agli altri sfuggono.
Dopotutto, si tratta del mio lavoro.

Commenti

24 responses to “Il cacciatore di angeli”

  1. Ciao Laura. Un racconto raffinato e misterioso. Mi ha colpito la caratterizzazione dei personaggi, davvero ben definiti nelle loro personalità. Potrebbe anche essere l’incipit di un romanzo. Ci ho visto un intero mondo dentro. Penso che tu abbia avuto un’idea originale, con uno stile che mi ricorda in parte il realismo magico tipico delle narrazioni latino-americane. Complimenti!

    1. Grazie Alessia, innanzi tutto per averlo letto 🙂
      Anche altri mi hanno fatto notare che potrebbe essere l’incipit per un romanzo, magari anche solo a partire dal mondo narrativo. Grazie davvero per i tuoi complimenti 🙂

  2. Claudio Boccuni

    È un racconto molto bello. Sei riuscita a tirar dentro elementi molto semplici, spesso quasi scontati, della nostra realtà e a conferire loro poesia, quasi magia, al di là dell’aspetto fantasy o mistico della storia. Ho sorriso sulle tre bustine di zucchero perché io sono uno che abbonda anche in tisane o caffè ^^ Ho trovato tanto dolci alcuni passaggi e una rara predisposizione a raccontare in modo leggero argomenti decisamente più opprimenti.

    1. Grazie, Claudio. Faceva sorridere anche me l’idea di quest’uomo un po’ inquietante che abbonda con lo zucchero, per poi fare i suoi rituali compulsivi girando e picchiettando un certo numero di volte il cucchiaino 🙂
      Grazie della lettura attenta e dei complimenti.

  3. davideruscelli

    Raffinatamente inquietante come il reale scivoli nell’allucinato.
    La capacità, che ha il protagonista, di “riconoscere gli angeli dispersi” per “riportarli in Paradiso” trasforma la ricerca di Linda in una missione messianica che è tanto più surreale quanto più concreta è la realtà in cui si muovono i personaggi, fra gli innumerevoli dettagli umani, perfino quelli che paiono superflui ma che concorrono a “terraformare” l’universo narrativo: sono uscito dalla lettura assolutamente certo che gli angeli esistano, i miei complimenti.

    1. Grazie, Davide 🙂 Hai centrato proprio l’idea che avevo in mente, quella di soffermarmi sugli aspetti anche più prosaici della realtà umana in cui vive il protagonista per far meglio risaltare quelli più mistici della sua missione.
      Grazie dei complimenti, graditissimi 🙂

  4. Andrea Porcu

    Un racconto che mescola una crescente inquietudine, una scrittura poetica e un tocco di magia – lasciando al lettore il compito di decidere se sia vero, o solo follia. Un racconto che ho letto tutto d’un fiato, che mi ha colmato di meraviglia, incluso il finale.

    1. Grazie, Andrea. Che belle parole! Grazie ancora 🙂

  5. Claudio Calboni

    Molto bello Laura, ho molto apprezzato la tensione crescente. Riesci a trasmettere perfettamente le sensazioni date dalle situazioni, dall’ambiente e mi piace come alterni descrizioni curate a sottintesi. Bellissima la descrizione degli alberi in autunno!

    1. Grazie 🙂 Mi fa piacere che tu abbia apprezzato il racconto.

  6. Laura Tanara

    Il racconto mi ha subito intrigato,come la rete della ragnatela. Inquietante ma nello stesso tempo avvincente,a tratti mi ha fatto rabbrividire. Complimenti!

    1. Grazie, Laura. Sono contenta ti sia piaciuto. Ti ringrazio molto del commento positivo 🙂

  7. A. Toscano

    Spero sia solo l’inizio di una storia che continua, i personaggi sono così netti nella loro umanità che si ha voglia di rimanere ancora con loro.
    La densità emotiva viene trasmessa con leggerezza, così come nella fine del racconto: pochi tratti, poche parole per descrivere un profondo senso di estraneità a questa vita.
    Potente l’immagine che hai costruito “sprecare parole per riempire il silenzio è come scagliare sassi nella neve intatta”: forte critica a chi non ha in sè il valore delle parole e la bellezza del silenzio.
    Laura, grazie.

    1. Grazie a te per averlo letto e per aver commentato. Altri che lo hanno letto mi hanno chiesto se la storia ha un seguito. Mi ha fatto molto piacere perché significa che il racconto lo ha coinvolto a tal punto da chiedere di leggerne ancora. Mi fa piacere ti sia piaciuto. Grazie ancora per il feedback 🙂

  8. Isabella Cudazzo

    Il racconto di Laura è una ragnatela – per usare una sua stessa immagine – costruita con attenzione e precisione. Il lettore si muove tra i fili della storia, fino a ritrovarsi al centro, ormai preda, faccia a faccia con il ragno. Un incontro inevitabile con un protagonista a cui è difficile credere. È un testo che intrappola con eleganza, lasciando addosso un senso di inquietudine.

    1. Grazie Isabella per averlo letto, e grazie del tuo feedback 🙂

    2. Laura

      Intrigante e la tensione cresce
      Bella la descrizione del personaggio
      Avrei voluto andare avanti a leggere il racconto

      1. Grazie Laura 🙂
        Magari se mi viene l’ispirazione scriverò il seguito… 😀

  9. Leyla

    Laura, il tuo racconto mi ha profondamente toccato: è denso di inquietudine e bellezza. Mi ha colpito il modo in cui la citazione implicita di Janet Frame (e l’eco di Un angelo alla mia tavola) attraversa l’intero testo, diventando un filo invisibile che lega il tema della malattia mentale alla salvezza offerta dalla letteratura.
    Bellissima anche l’immagine iniziale dei libri usati: è lì che la letteratura si fa ponte tra anime ferite, luogo d’incontro e di rivelazione. Un testo toccante, scritto con rara sensibilità. Bravissima!

    1. Grazie Leyla, sono contenta che ti abbia toccato. E sì, la scelta del libro “Gridano i gufi” non è un caso.
      Grazie ancora 🙂

  10. Apolae

    Premetto che adoro gli angeli e sono di parte. Religiosi, epici, da combattimento. Mi sono innmorato di questa angela sordomuta.
    La prosa è densissima, al limite dell’infodump, ma si perdona perché trasuda di generosità.
    E quella frase finale “Il mondo è troppo rumoroso per gli angeli, e corre veloce.” è una carezza che ferisce.

    1. Grazie Apolae per aver letto il mio racconto. Capisco cosa intendi, ma pensa che all’inizio il racconto era molto più contratto. Poi Giulia mi ha fatto notare che mancava l’approfondimento del protagonista, delle sue motivazioni e che forse c’era qualcosa in più da dire. Così mi sono lasciata andare e sono entrata nella testa di questo “cacciatore di angeli”. Forse ho indugiato troppo a parlare di quello che lo circonda visto attraverso i suoi occhi, ma non mi è dispiaciuto farlo e spero di aver coinvolto chi lo ha letto nel suo mondo. Grazie 🙂

  11. Complimenti, disturbante e incerto al punto giusto!

    1. Grazie William di esserti preso il tempo di leggere il mio racconto, e grazie del tuo feedback 🙂

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