Al fischio ruvido dalla banchina, il traghetto ritira la passerella. Annunciato dal display che già si aggiorna. Incurante delle mani protese a salutare. Macina i primi flutti. Molle. Prende le misure sulla corrente. Senza fretta. Poi si lancia sull’allungo, aumentando il beccheggio. Abbassa il muso contro il lago denso, duro quasi come un muro, tanto che lo scafo accusa il cambio di passo. Taglia un’onda con la chiglia e schizza spuma. Dagli altoparlanti Levante in Niente da dire. Tra i passeggeri a bordo, molti già in fila al minibar, c’è chi si lamenta per lo scossone. A voce fioca. Si tratta di un’anziana seduta al 5A che, dita storte sul bastone, parla al vicino di posto.
«…quindi tutte le volte che partono, questi trabiccoli, mi fanno crepare di spavento. Capìo?» Cerca conferma, la vecchina, sporgendo l’orecchio destro. «Immagino. Immagino» commenta il giovane a occhi bassi. Sono tanti gli argomenti della Elvira. Il marito accanto a un vaso di fiori, Sirmione nuova casa del figlio, gli alti e bassi con la nuora, i vocali dei nipoti sul cellulare. Li è appena andati a trovare, Viruccia, perché loro sono sempre impegnati, la vita a Brescia è veloce, perciò conviene vada lei che è pensionata, almeno finché l’artrosi si sopporta. «La vita è questa», aggiunge su una scrollata di spalle. Affianco a lei il passeggero rimbalza monosillabi. Lei tossisce, si scusa per aver parlato troppo. «Si figuri» risponde il vicino smanacciando. Un tintinnio di Spritz dal bar. Fa un fiocco al fazzoletto, la signora, perché ha promesso a Bepi di chiamarlo quando arriva a Bardolino. Un paio di profondi sbadigli durante la conversazione, dunque si gira verso il vetro per riposare.
Carlo, si chiama così il passeggero del 5B, accompagna con un sospiro il silenzio della signora Elvira. Prende lo zaino dalla cappelliera. Piano, attento a non svegliarla. Lo appoggia sulle ginocchia e tira la zip. Stringe le mascelle. Il gomito punta l’imbottitura dello schienale. Un annuncio incomprensibile del capitano negli altoparlanti. Estrae una spessa cartellina. Inspira forte, indugiando col pollice sulla linguetta. Apre. Dentro al plico, il referto dell’ospedale di Borgo Trento riassume la diagnosi istologica. Ne rilegge la formula con una curva tetra sulle labbra, in pausa su quel rigo dov’è scritto “Linfoma non Hodgkin – stadio I”. Chiama la moglie e dice che stasera dovranno parlare. Meglio di persona. Troverà un momento a casa per bisbigliarlo, schiarendo la gola dignitoso, senza far leva su un senso di pena. Approfitterà di una scena concitata durante il film, mentre i bimbi dormono, alzando il volume per coprire le lacrime della Bea. L’uomo guarda fisso il foglio di fronte a sé, quando il controllore stende la mano per domandare il biglietto.
Il giovane funzionario vidima il tagliando con la pinzatrice. Annuisce e lo rende al proprietario, scoprendo il delfino tatuato sul polso. Il piccolo rostro si tuffa fuori dalla camicia solo un istante, prima che Lorenzo lo ricopra. Ruota il collo come un faro sulla costa del Garda. Socchiude le palpebre. Annusa il profumo di pino riempirgli le narici, lo inspira a fondo, fa il gesto di berlo. Spinge la leva per accelerare il gommone, non troppo, il giusto per godersela. Otto nodi. Può guidarlo senza patente, il suo canotto. E lui si stende fino al limite, le mani vibranti. Arresta il motore. L’orizzonte si fonde con l’approdo di Salò in una gamma di azzurri. Apre la camicia e scalza i mocassini. Toglie i bermuda e sfila l’orologio. Chiude gli occhi. Un palpito e salta, in apnea finché tiene e poi riemerge con un abbaglio sulla pelle. Si sente chiamare. È rimasto impalato nel corridoio della nave, il controllore, durante la sua fantasticheria. Scuote il torpore, massaggiando il mento abbronzato. Quindi si rivolge al lato opposto, verso il sedile 5C, reclamando il biglietto a una giovane passeggera.
Il guanto di pelle della ragazza porge lo smartphone per la scansione del QR Code. Lei indossa lenti da sole specchiate, un modello rétro col doppio ponte. Non parla, gambe accavallate sul divanetto. Abbozza un sorriso di plastica e riprende il cellulare per aprire il suo profilo OnlyFans. Osserva con fastidio le proprie foto succinte. Elimina messaggi insistenti. Legge le lodi di un cliente incontrato poco prima, legato alla testata di un letto d’hotel. Lo aveva sciolto calpestando le sue suppliche, annoiata dalla grana floscia di quella voce. Ginevra guarda i passeggeri intorno a lei. Il lago fermo. Le casette compatte in lontananza. Il cartello Lazise che man mano diventa più grande.
Alla fermata il traghetto inchioda il motore su un gorgo. Sospeso. Apre i portelli e lascia scendere chi deve. File di lampioni puntellano d’ocra la banchina della tappa, sulla quale aspetta un giovane. Scuote le braccia alla vista di Ginevra. Le corre incontro, prendendole il trolley. Un abbraccio liquido e un bacio secco. Lei un buffetto sulla guancia. Poi salgono su una 500 per tornare a Verona. I fischi oltre la biglietteria annunciano il prosieguo della tratta. Il ponte mobile viene ritirato. La chiglia ricomincia a solcare il lago.


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