Durante l’adolescenza ebbi per amico un personaggio pittoresco, un ragazzo che parlava un po’ in dialetto veneto e un po’ in italiano, che bestemmiava a tutto spiano ma senza fantasia, e quando ruttava esclamava: «Questa gera ea cena de ieri sera» oppure «Questa gera ea coeassion». Ci teneva particolarmente: se non associava il rutto al cibo ingurgitato in precedenza, non poteva considerare ufficialmente completato il processo digestivo.
A Paolo pesava il culo: non voleva mai camminare. Prima la bici, poi il motorino, infine la moto, anche per spostamenti di due minuti a piedi. Non sto scherzando.
Abitavamo in due strade parallele che sbucavano in un vecchio campo da calcio abbandonato. Dalla finestra della mia camera vedevo la facciata di casa sua. Un giorno ci accordammo per uno scambio di videogiochi e gli proposi di trovarci al campo, visto che bastava percorrere metà delle rispettive vie. Rifiutò, dicendo che sarebbe venuto in motorino e mi avrebbe raggiunto direttamente a casa. Non ci fu modo di dissuaderlo, così mi gustai la scena prima dalla finestra, poi dall’uscio: Paolo uscì dalla porta della sua abitazione, allacciò il casco e mise in moto il suo bolide. Percorse metà della strada verso il vecchio appezzamento abbandonato, imboccò il sentiero, entrò nella mia via e sfrecciò fino al cancelletto che, nel frattempo, avevo aperto. Mi consegnò i suoi videogiochi e io gli diedi i miei; poi tornò indietro, pronto a provarli subito.
Paolo era anche un tipo introverso. Non parlava molto, bestemmie a parte; era permaloso ed esplodeva facilmente.
Passammo la maggior parte dell’estate del nostro primo incontro a giocare a calcio. Le mattinate e i pomeriggi iniziavano in tre, prima che ci raggiungessero tutti gli altri ragazzini del quartiere. Quando si gioca in pochi, di solito ci si accontenta di fare “Tedesca”: uno sta in porta, gli altri si passano il pallone e calciando cercano di segnare ed eliminare il portiere. Chi tira fuori sconta la pena tra i pali. Un passatempo semplice, più o meno ripetitivo, abbastanza divertente.
Per Paolo, però, non era niente di tutto questo. Partecipava volentieri perché sperava sempre di vincere, ma ogni volta che finiva in porta e stava per essere eliminato si arrabbiava. Inventava complotti ai suoi danni, ci accusava dei peggiori imbrogli architettati nella storia umana e, quando la misura era colma, sbottava.
«Basta, vao casa!»
«Ma cossa veto fare casa?» era la nostra domanda.
«Zugare compiute!» la sua risposta.
Paolo non si limitava a minacciare. Si avvicinava alla rastrelliera con passo deciso, liberava la bici dalla catena, ci balzava sopra e pedalava furibondo verso casa.
L’ultimo elemento del nostro scalcinato terzetto era Juan, un sudamericano più grande di un anno rispetto a noi. Aveva gli occhietti furbetti e la battuta pronta, sembrava sapere tutto e se la cavava in ogni situazione. Tra noi tre era il più basso ma anche il più bravo a calcio. Lo conobbi proprio nel vecchio campo abbandonato in fondo alla strada e fu amicizia a prima vista. Trovammo l’uno nell’altro il fratello che non avevamo mai avuto. Ci capivamo al volo: amavamo il calcio, leggevamo i fumetti dei supereroi e le riviste dedicate al mondo del pallone, seguivamo il wrestling, ci piaceva correre e derapare in bicicletta, scherzavamo tantissimo ma senza mancarci di rispetto. Dodici anni io, tredici lui; in un mese diventò il mio punto di riferimento nel quartiere.
Fino a quell’estate fortunata avevo frequentato principalmente un’altra zona, quella in cui vivevano i miei nonni. Nel mio quartiere, difficilmente uscivo dalla strada dove giocavo a calcio per ore, sfidando auto e roseti, abbracciando l’asfalto ogni volta che inciampavo sulle radici degli alberi usati come birilli per affinare la mia tecnica nel dribbling. Grazie a Juan iniziai a scoprire ogni angolo del quartiere, da un ponte all’altro, dalla panetteria dove razziavamo le pizzette al patronato della chiesa più lontana, nostra base e seconda tana.
Era un universo piccolo ma generoso, ci offriva tutto quello di cui avevamo bisogno: spazi per le partite di pallone, spiazzi per i virtuosismi in bici, l’edicola con le bustine delle figurine, il supermercato con le bibite fresche vicine alle casse, panchine all’ombra degli alberi per discutere e il gazebo per ripararci dalla pioggia e sfidarci a briscola. Chiaramente c’era dell’altro, e mancava tutto il resto. Non notavamo la criminalità né capivamo che non esistevano concrete possibilità di lavoro per gli adulti. Non era un nostro problema.
Juan mi aiutò a inserirmi nel gruppo dei ragazzi più grandi, mi fece conoscere il suo allenatore e i compagni di squadra, mi convinse a diventare uno di loro e mi aiutò a migliorare il mio gioco, quando il mister mi affidò a lui. Juan fu molto paziente e mi permise di raggiungere un livello accettabile: mentre gli altri frequentavano già da alcuni anni quella società, io venivo da partitelle scolastiche e allenamenti rudimentali, ma sapevo già tirare bene, tiri forti e precisi, perché mi ero esercitato a lungo, sfidando le urla di mio padre che, forse giustamente, si irritava nel vedermi demolire il portone del garage.
A Juan, Paolo e io dobbiamo anche la nostra prima avventura in città. Juan era esperto della metropoli tentacolare, prendeva l’autobus tutti i giorni per andare a scuola e a volte incontrava i suoi amici in centro. Lui propose, Paolo e io accettammo. Convincemmo i nostri genitori a lasciarci andare, utilizzando un argomento a nostro giudizio a prova di bomba: Juan avrebbe badato a noi, visto che era più grande. I suoi tredici anni come scudo e garanzia.
La missione si doveva compiere un mercoledì mattina di metà luglio. Ogni aspetto del piano fu studiato con zelo. Martedì comprammo i biglietti dell’autobus e, tra una “Tedesca” e l’altra, leggemmo con la massima attenzione il libretto degli orari che l’edicolante ci aveva regalato con un sorriso. Probabilmente lo aveva intenerito l’eccitazione con la quale ci eravamo rivolti a lui per acquistare sei semplici biglietti, due per ciascuno; sicuramente aveva capito che ci aspettava qualcosa di memorabile.
Mercoledì alle otto, ora stabilita, eravamo alla fermata. Cappellino con visiera, la maglietta più bella dell’armadio, jeans nonostante il caldo afoso, le immancabili scarpe da calcetto – unica calzatura giovanile permessa nel quartiere – e zainetto. Budget: dieci euro. Non a testa. In tre.
Dopo pochi minuti di attesa, passò il Sei, sul quale salimmo e timbrammo i biglietti. A bordo non aprimmo bocca, da un lato per il sonno e dall’altro per la tensione. Perfino Juan, la nostra guida di solito molto ciarliera, se ne stava zitto. Forse sentiva il peso della responsabilità o forse era ancora più assonnato di noi. Il viaggio filò liscio, non c’era traffico e in venti minuti fummo a destinazione. Erano le otto e mezza e già contemplavamo la vetrina del negozio di fumetti, ancora chiuso. Sessanta interminabili giri d’orologio ci separavano dall’apertura. Avevamo preso un po’ troppo sul serio la nostra impresa.
«E adesso?» chiese Paolo.
«Facciamo un giro e poi torniamo qua» proposi.
«No, dai, non voglio camminare» fu la sua risposta, condita da una bestemmia.
«Ma sai che palle stare un’ora seduti ad aspettare? Anche secondo me è meglio fare due passi!»
Juan chiuse il discorso e Paolo si chiuse in sé stesso. Mentre ciondolavamo per il corso, non disse una parola, neppure una bestemmia. Non volle partecipare al giochino di salutare scherzosamente i passanti e si rifiutò di osservare le scarpe da calcio presenti nella vetrina del negozio sportivo più figo del centro. Quest’ultimo fu un vero smacco, perché – fumetti a parte – cosa poteva esistere di più interessante degli scarpini in tutto e per tutto uguali a quelli indossati dai nostri campioni preferiti?
Un po’ infastiditi dall’atteggiamento di Paolo, decidemmo di tornare al punto di partenza prima delle nove e mezza e di aspettare l’apertura del sacro tempio dei fumetti. Dopo qualche minuto il proprietario arrivò e ci fece entrare subito. Paolo era abbastanza freddo davanti a tutto quel bendidio di storie stampate su carta puzzolente, invece Juan e io non riuscivamo a trattenere la felicità di trovarci lì a sfogliare gli albi per scegliere quali sarebbero tornati a casa con noi. Visto che volevamo leggere la stessa serie, trovammo quella che ci sembrò la soluzione migliore.
«Tu compri il numero uno e io il numero due!»
«E poi ce li scambiamo?»
«Ovvio!»
Anche Paolo, sempre tenendo il muso, acquistò un fumetto, più per non essere l’unico a restare a mani vuote che per reale interesse.
Salutato il proprietario, con la promessa di tornare presto, rientrammo in quartiere. Ingannammo l’attesa del Sei sbranando i nostri albi: Juan lesse il numero due senza aspettare che io finissi il numero uno, poi me lo diede e io gli allungai il mio. Continuammo a leggere anche durante il viaggio di ritorno, seduti tutti e tre nei seggiolini in fondo all’autobus. Alla fine anche Paolo si immerse nei disegni e nei colori del fumetto che aveva acquistato e chiese di vedere i nostri, offrendoci il suo.
Non ricordo se e quando tornammo al negozio di fumetti insieme, ma quella fumetteria divenne uno dei miei luoghi preferiti della città fino al giorno della sua chiusura. Juan, Paolo e io continuammo a giocare a calcio per tutta l’estate e anche nei mesi successivi. Convincemmo Paolo a entrare nella squadra della zona, così potemmo frequentarci anche quando ricominciò la scuola, a settembre.
Un giorno di inizio primavera, meno di un anno dopo la nostra avventura metropolitana, Juan annunciò che a giugno, appena finite le lezioni, sarebbe tornato a casa, nel suo Paese. I genitori, tramite amici, erano riusciti a trovare un lavoro là ed erano pronti a riunirsi ai loro cari.
Mi prese lo sconforto. Il mio migliore amico se ne stava andando. Eravamo diventati così uniti che avevamo creato un nostro codice segreto fatto di slang da bassifondi veneti, inglese, spagnolo e italiano patinato da pubblicità dei profumi. Avevamo visto Paolo abbandonarci per andare a giocare al computer, stizzito, centinaia di volte e avevamo tirato migliaia di bordate nelle porte del vecchio campo abbandonato, del campetto del prete in patronato e del terreno regolamentare del nostro club.
«Tranquillo, ci sentiamo. Poi c’è mia zia che resta qui.»
«Non parte con voi?»
«No, è contenta del suo lavoro in città, ha deciso di restare.»
«Allora la verrai a trovare!»
«Sicuro. Non so quando, ma tornerò!»
«Ma che cazzo, però…»
«Eddai, non fare così, t’ho detto che ci sentiamo!»
Il giorno precedente alla partenza di Juan, avevamo appuntamento davanti all’edicola per un’ultima sbustata di figurine tutti insieme. Paolo e io, neanche a dirlo, arrivammo puntuali, ma il nostro amico non c’era. Lo aspettammo per più di mezz’ora, poi andammo sotto casa sua e suonammo il campanello. Rispose sua zia.
«No, ragazzi, Juan non c’è. È fuori con mamma e papà. Devono fare le ultime cose prima di domani…»
Dopo aver ringraziato la signora, che non aveva saputo dirci quando suo nipote sarebbe rientrato, pensammo di giocare un po’ a calcio lì intorno, per tenere d’occhio la situazione: se fosse tornato prima del buio, avremmo avuto l’ultima occasione di salutare Juan.
«Scusatemi, mi sono dimenticato che dovevo uscire con i miei.»
«Il solito cojon!»
«Oh, mi dispiace… e adesso devo salire. Mangiamo e poi andiamo a dormire, domani partiamo prestissimo.»
«Quindi è giunta l’ora…»
«Vi chiamo appena ci sistemiamo, tanto ho i vostri numeri!»
«Ma noi non abbiamo il tuo.»
«Eh, non lo so neanch’io. Mia mamma dice che lo scopriamo appena attiviamo tutto nella nuova casa.»
Abbracciai Juan, stritolandolo con tutte le mie forze. Paolo gli diede una pacca sulla spalla accompagnata da una bestemmia. Provò a fare il duro, ma non riuscì a nascondere la sua tristezza: per la prima volta pronunciò con voce rotta l’animale associato al Creatore.
La scuola era terminata già da tre settimane, ma con me Juan non si era ancora fatto sentire. Tutti i giorni chiedevo a Paolo se almeno lui avesse ricevuto la telefonata tanto attesa. Niente. Non ci restava che tornare a rompere le scatole alla zia del desaparecido.
«Ecco, questa è la scheda che dovete usare per telefonare, ci ho scritto sopra il numero.»
La scheda telefonica che doveva collegare miracolosamente Veneto e Sudamerica costava un occhio della testa, ma il credito si esauriva nel giro di otto o nove minuti. Paolo propose di usarla subito e io accettai senza esitare. La conversazione fu piuttosto strana: sembrava che Juan non avesse tanta voglia di parlarci o che non avesse del tempo da dedicarci. Rispose a monosillabi alle nostre domande e non prestò particolare attenzione ai fatti che elencammo per tenerlo aggiornato sulla vita del nostro piccolo grande mondo. Riuscimmo comunque a strappargli la promessa che ci avrebbe ricontattati il prima possibile.
Ancora una lunga attesa, di nuovo vana. Paolo si spazientì e disse che avremmo fatto meglio a metterci una pietra sopra, ma io non volevo mollare la presa. Lui aveva perso la speranza, mentre io ero certo che non era cambiato niente, nonostante un oceano di distanza. Dopo aver acquistato una di quelle schede speciali, composi il numero di telefono di Juan. Volevo dirgli che ero stato ammesso al campus di allenamento per ragazzi, organizzato da una squadra di Serie A. Volevo ringraziarlo, perché senza la sua pazienza nell’insegnarmi i fondamentali del calcio non sarei mai stato scelto. Volevo sapere come stava e se aveva fatto conquiste tra le ragazze della sua città. Ma soprattutto volevo chiedergli quando sarebbe tornato nel quartiere che mi aveva aiutato a conoscere come le mie tasche.
«¿Hola?»
«Juan? Sono io, sono–»
Tu-tu-tuuu.
Cadde la linea? Riattaccò volontariamente?
Feci altri tentativi quello stesso giorno e nei mesi successivi, ma non sentii mai più la voce di Juan.
Forse Paolo aveva ragione: anch’io dovevo metterci una pietra sopra.


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