«Signora, sono arrivato prima io.»
Mi accoglie così il bambino non appena mi immergo nella vasca. Non so se a infastidirmi di più sia la sua assurda pretesa o il fatto che mi abbia chiamata signora. Potrei benissimo ignorarlo ma mi tenta l’idea di rimetterlo al suo posto.
«La corsia non è solo tua. Si condivide.» Mentre lo dico, mi accorgo che quella che ho appena pronunciato suona perfettamente come una frase da signora. Allora forse il bambino ha ragione.
Lui a quel punto si zittisce. Penso: ecco il potere di essere un adulto, dire cose perentorie che è impossibile controbattere.
Soddisfatta, riconquisto metà della corsia e mi lancio nel mio stile preferito: la rana. Lui nuota con aria di sfida, come a dire “non abbiamo finito io e te”.
Me ne infischio e continuo a nuotare. Mentre nuoto penso: c’è qualcosa di più liberatorio dell’abbandonare il proprio corpo nell’acqua? È un piacere che si riesce a spiegare solo stando dentro; una volta fuori il corpo diventa già un’altra cosa.
Vorrei che il bambino uscisse al più presto dalla piscina. Più bello ancora del nuotare è avere una corsia tutta per sé.
Ma lui resta lì, dispettoso. Mi verrebbe la tentazione di cacciarlo.
Appena riemergo dall’acqua, mi accorgo che sta provando a dirmi qualcosa. Che c’è ancora? La vuoi piantare? Ma decido di essere paziente, in fondo è un bambino.
«Ha ragione, la corsia si condivide.» E fin qui tutto bene. Il moccioso si è pentito. Ma poi, con la prontezza di un avvocato che ha già preparato la sua arringa, mi attacca: «Però lei, signora, mi deve portare rispetto perché io sono più piccolo».
«Dov’è tuo padre?» A quel punto si paralizza. Non aveva minimamente calcolato questa possibilità: credeva fosse una sfida soltanto tra me e lui.
«La prego, no. Guardi, adesso mi metto a piangere.» E chissenefrega. Piangi. Dai forza, piangi. Ma ancora una volta mi ricordo di essere una signora. E con la mia cuffia celeste mi do un certo contegno senza rinunciare però all’opportunità di redarguirlo.
«Sai che sei molto maleducato?» E provo un certo piacere nel pronunciare quella parola: maleducato. La scandisco benissimo.
Lui si lancia in modo patetico in infinite scuse. Non c’è nulla di sincero nel suo pentimento ma solo la paura di essere mangiato vivo dal padre.
Vorrei vederlo piangere, ma mi rimetto a nuotare. Non provo nessuna pietà per quel ridicolo tentativo di dissuadermi.
Dopo qualche vasca mi accorgo che ha raggiunto gli altri mocciosi come lui nella piscinetta. Finalmente. Ride come se tutto questo non fosse mai successo. Ma lui si ricorda perfettamente di me e mi guarda con terrore non appena mi vede uscire dall’acqua. Teme che possa ancora andare da suo padre. Io, però, ho ben altri piani.
Il lettino e il libro mi aspettano. Accanto a me c’è un uomo sulla cinquantina con i suoi genitori anziani e la moglie. Scatta come un grillo da una parte all’altra, cercando di andare incontro a ogni loro esigenza.
«Mamma, ti vado a prendere un gelatino?» Lei rifiuta scuotendo la testa.
«Papà, ci andiamo a fare un bagnetto?»
Non capisco perché si rivolga a loro come a dei bambini. È vero che da anziani si torna a uno stato infantile, ma così è davvero troppo.
Il padre, almeno lui, accetta.
La moglie, intanto, non stacca gli occhi dal telefono. Potrebbe perfettamente essere sola, tanto tutto le è indifferente.
Li vedo allontanarsi pianissimo, il padre a passetti incerti, il figlio che lo tiene sottobraccio. La madre, intanto, riempie un cruciverba. Ma le soluzioni non le vengono e si innervosisce.
Mi accorgo di aver commesso un grave errore. Ho portato con me soltanto un libro che sto finendo. Cosa farò il resto del tempo? Mi verrebbe quasi voglia di aiutare la signora con il suo cruciverba. Ma lascio perdere. Per oggi le interazioni in questa piscina sono state già abbastanza impegnative.
Cerco il bambino dove lo avevo lasciato, ma non c’è. Vorrei sapere che faccia ha il padre, se da schiaffi come la sua. Ed eccolo là, il moccioso, sdraiato su un lettino accanto all’ombrellone della famiglia a cui ormai sento di essermi già affezionata.
Il padre è come lo immaginavo: un uomo corpulento, dall’aria fintamente minacciosa. Si vede che non saprebbe far male a una mosca, esattamente come suo figlio che però vuole farti credere il contrario. Per un attimo sono tentata di andarci a parlare. Ma qualcosa mi spinge a restare: la pazienza di quell’uomo accanto a me che aiuta il padre a infilare le ciabatte.
«Vedi, papà, hai proprio ragione. Bisogna infilarle da seduti, in piedi è molto più scomodo.»
Non so se avere un uomo così accanto nella vita possa essere una condanna o una benedizione.
Questa gentilezza esagerata finisce per intorpidirmi. Torno in piscina. Abbandono la rana per lanciarmi in grandi bracciate di dorso che ogni volta però mi fanno stare in pensiero. Quanto manca alla fine della vasca? Prenderò una bella testata? E così finisce che passo la metà del tempo a girarmi per vedere se sono arrivata e quasi sempre non sono nemmeno a metà.
Il moccioso è tornato nella piscinetta. Lo intravedo mentre schizza l’acqua a un altro moccioso, che sta probabilmente subendo anche lui la stessa prepotenza che ha riservato prima a me.
Quando esco, ho l’impressione che un anziano stia fissando proprio me e in particolare il mio corpo, come se gli fosse apparsa una ragazza che aveva frequentato secoli prima. E in effetti non mi sto sbagliando. Si avvicina.
«Lo sa che lei è proprio una bella ragazza?»
Una parte di me pensa che mi dovrei infastidire, che in fondo è un vecchio che ci sta provando con una trentenne, e questo basterebbe per rispondergli male. Ma il suo modo di rivolgersi a me è galante; ha una gentilezza di altri tempi, il che lo rende ai miei occhi perfino seducente. I suoi occhi blu profondi mi fanno immaginare il ragazzo che è stato. Ma questo non basta a togliermi l’imbarazzo che provo. Così mi dileguo in fretta, sorridendogli e ringraziandolo.
Quando torno al mio posto, la signora e il figlio sono alle prese con il cruciverba. Lei non azzecca una soluzione, mentre lui le risolve in un secondo. È snervante.
Mi viene voglia di un gelatino, come lo ha chiamato il figlio quando lo ha offerto alla madre. Ma scopro tristemente che non c’è un bar, solo macchinette automatiche dove si può prendere il gelato scaricando un’applicazione sul telefono che ovviamente non mi funziona.
Mi arrendo. Senza il gelatino e con il libro finito questo posto non ha più niente da offrirmi. Non mi resta che nuotare ancora. La corsia finalmente tutta per me. Dopo una serie di lunghe bracciate, cerco il ragazzino sotto il suo ombrellone. Vorrei che vedesse con i suoi occhi la mia conquista. Lì, però, non c’è. Lo cerco nella piscinetta ma non è neanche lì. Deve essersene andato. Peccato. Proprio adesso che cominciavo a divertirmi.
La piscina
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